LAVORO & CRISI ECONOMICA/ Soldi non dichiarati, fisco evaso, nessun controllo: le patologie del Belpaese

di Carmine Gazzanni

Evasione fiscale: circa 300 miliardi l’imponibile evaso ogni anno. Lavoro nero: 154 miliardi di euro la ricchezza prodotta dal lavoro sommerso. I numeri sono spaventosi e raccontano una triste realtà: sappiamo bene, infatti, come le ragioni della crisi economica che si è abbattuta sull’Italia travalicano i confini nazionali. Eppure il nostro Paese ha certamente contribuito ad acuirla con “forme patologiche” , che, purtroppo, sembrano appartenere in toto alla nostra realtà socioculturale.

lavoro_nero_evasione_fiscaleScrive Nunzia Penelope nel suo libro inchiesta Soldi rubati: “i soldi fanno girare il mondo, ma se girano dalla parte sbagliata finisce che il mondo si ferma. È quello che sta accadendo all’economia italiana. Appesantita dalla crisi, certo, ma soprattutto da un tasso d’illegalità che non ha pari nel mondo occidentale”. Non si può pensare che le ragioni della crisi economica, infatti, esulino completamente dalla stessa realtà in cui si vive. Anzi. Alcuni numeri per capirci: a causa dell’evasione lo Stato italiano perde ogni anno dai 100 ai 125 miliardi di euro; 154 miliardi di euro la ricchezza prodotta dal lavoro sommerso; 60 miliardi, invece, è il capitale della corruzione. Un totale che si aggira intorno al 20% del pil nazionale. Cifre stratosferiche che, se recuperate, permetterebbero certamente di alleviare (e di molto) una situazione, com’è quella italiana, drammatica.


EVADERE CHE PIACERE: TANTI SOLDI (NON DICHIARATI), POCHI CONTROLLI – Non c’è dubbio che la madre di tutte le illegalità italiane sia proprio l’evasione fiscale. Un’economia sommersa, la cui forbice – a seconda dei vari calcoli e stime – va dai 270 ai 350 miliardi l’anno. L’IRES-CGIL, addirittura, nel rapporto Un fisco equo per sostenere i redditi ha parlato di una vera e propria tassa derivante dall’evasione che pesa nelle tasche di ogni contribuente oltre tremila euro l’anno.

Per comprendere il fenomeno dell’evasione facciamo un riferimento al 2010, anno in cui abbiamo avuto un boom di evasori. In quell’anno, secondo i dati del Ministero dell’Economia, la metà dei contribuenti italiani dichiarava un reddito inferiore ai 15 mila euro all’anno e solo l’1% dichiarava somme superiori ai 100 mila euro (circa 78 mila persone). Stando a queste stime sembrerebbe che l’Italia sia un Paese immerso nella povertà. Eppure nel Rapporto 2010 dell’Istat gli italiani dichiaravano di essere largamente “soddisfatti” della propria posizione economica nonostante la crisi. È evidente: qualcosa non torna. La risposta ce la dà la Guardia di Finanza: nel rapporto presentato l’anno scorso in Parlamento si parla di un evasore scoperto ogni ora (nel 2009 era uno ogni 71 minuti). Stiamo parlando di 8850 imprenditori che hanno operato esclusivamente nel sommerso: oltre 20 miliardi di euro non dichiarati, per un totale di 50 miliardi di sommerso, quasi il doppio rispetto ai 27 scoperti nel 2009. E la situazione è peggiorata nell’anno appena trascorso: nel rapporto presentato a fine gennaio, si parla di oltre 50 miliardi di euro scoperti e non dichiarati, Iva non versata per oltre 8 miliardi (nel 2010 ammontava a 6 miliardi e 300 milioni), 7.500 evasori totali che avevano occultato redditi per oltre 21 miliardi di euro. Cifre impressionanti.

Ognuno, in pratica, evade come può. Ma in alcuni settori si evade più che in altri. Stando alle stime Istat, infatti, la sola edilizia evade al fisco almeno dieci miliardi; l’agricoltura nove; nell’industria, invece, il sommerso è circa il 12%: in termini assoluti stiamo parlando di 52 miliardi di euro. Ma si evade anche sul fronte del lavoro dipendente, dove l’aumento della pressione fiscale è diretta conseguenza dell’evasione. A dirlo è l’IRES, il centro studi della Cgil: se non si dovesse far fronte a quanto sottratto dagli evasori, ogni dipendente avrebbe 274 euro netti ogni mese, 3285 euro in più ogni anno. Ora capiamo in maniera evidente perché l’evasione sia diretta responsabile della crisi attuale in Italia.

E le responsabilità? Come sempre in questi casi sono anche e soprattutto politiche. Basti pensare allo scudo fiscale del 2009. Ma questa non è stata l’unica norma che, in qualche modo, ha favorito gli evasori. Nel 2010, ancora, è stato ideato un interessante comma (inserito  nella legge 73 del 25 marzo 2010) secondo cui “le controversie tributarie pendenti in Cassazione possono essere estinte pagando un importo pari al 5% del valore della controversia”. In altre parole: se devi al fisco 100 euro e in qualche modo arrivi in Cassazione (cosa molto frequente visti i tempi della giustizia), te la cavi con cinque euro. Sarà stato un caso, ma in quello stesso periodo Silvio Berlusconi, con la Mondadori, aveva un contenzioso col fisco di 174 miliardi di euro ed era arrivato, appunto, in Cassazione. Ma attenzione. Quando si parla di evasione, i “favori” sono bipartisan. Anno duemila, governo di centrosinistra, decreto legislativo 74, “riforma del diritto penale tributario”: si introduce la singolare norma della “modica quantità” che, negli effetti, depenalizza la dichiarazione dei redditi infedele fino a 100 mila euro e la frode fiscale fino a 75 mila. Un bel regalo per chi già non dichiara.


IN ITALIA C’È LAVORO. MA SOLO IN NERO – Lo sappiamo bene: il lavoro nero è figlio primogenito dell’evasione fiscale. Se si nasconde parte del fatturato, giocoforza bisogna dichiarare un numero di dipendenti proporzionale alla produzione. Viceversa, se si nascondono i propri dipendenti per non pagare i contributi previdenziali e sociali, va da sé che anche il fatturato sarà celato.

Legare il lavoro nero alla crisi è molto interessante. Quello che viene fuori, infatti, è un circolo vizioso: se, per i motivi detti, il lavoro nero (e l’evasione) sono responsabili dello stato di crisi, a sua volta è la crisi stessa che alimenta il lavoro sommerso. Il motivo? Semplice: un Paese più povero e sfiduciato consegna al mercato fasce di popolazione disposte ad accettare condizioni di lavoro penalizzanti. Ed è proprio quello che sta accadendo in Italia dal 2008. Gli ultimi dati parlano di quasi 400 mila persone che, dal 2008, hanno perso il lavoro (la metà donne). Affianco a questi numeri, ecco quelli propri del lavoro sommerso, elaborati dalla UIL: dal gennaio 2006 i lavoratori in nero sono oltre 600 mila, gli irregolari circa 650 mila. Numeri spaventosi che vale la pena spulciare. Innanzitutto per sfatare due miti a riguardo: dove si concentrano i lavoratori in nero? E, soprattutto, dove si concentrano?

Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, il fenomeno non riguarda solo il Sud, anzi: in Piemonte è in nero un’azienda su sei, in Emilia e Lombardia una su nove. Ancora: le cinque regioni con la più alta percentuale di irregolari sono Liguria, Lombardia, Marche, Campania e Umbria; le cinque regioni, invece, con la più alta percentuale di lavoratori in nero sono Campania, Emilia Romagna, Friuli, Molise, Liguria.

Altro mito da sfatare: gli immigrati clandestini sono solo il 12% del totale. Anche se, visti gli ultimi episodi di cronaca (quanto avvenuto, ad esempio, a Rosarno), sono loro ad affrontare condizioni lavorative inaccettabili. Qui, infatti, lavoro nero fa direttamente rima con sfruttamento. Qui non si parla di lavoratori, ma di schiavi. Basti pensare ai colonnelli del caporalato (come ci ha raccontato in un’intervista dell’aprile scorso Fabrizio Gatti) e alle mafie che imperversano al Sud. Come hanno accertato recenti indagini, si va nei Paesi di origine (soprattutto in Africa), si promette l’Eldorado in Italia, si vende un falso contratto di lavoro e falso permesso di soggiorno in cambio di 10 mila euro (con punte di 13 mila). Gli aspiranti lavoratori vendono tutto, si indebitano per rincorrere un sogno vacuo. Quando arrivano in Italia, la realtà è ben diversa. L’inchiesta di Palmi sui fatti di Rosarno ha accertato, ad esempio, che la definizione dell’orario non era data dall’orologio, ma dalla luce del sole. Si lavorava dall’alba al tramonto, come nel Medioevo, per un guadagno di 40 centesimi a cassetta raccolta. E a guadagnare sono le mafie: gli ultimi dati parlano di un fatturato, in questo settore, di circa 50 miliardi l’anno.

Ma è il settore dei servizi, anche se a condizioni decisamente meno dure, a giocare un ruolo primario nel lavoro sommerso. Il motivo è presto detto: non solo il lavoratore ha l’opportunità di accrescere i propri guadagni evitando previdenze varie; spesso infatti si tratta di una scelta condivisa dal lavoratore stesso che a sua volta può evitare di pagare la sua quota di tasse e contributi mettendosi in tasca un salario netto. Qui i numeri, resi noti dall’Istat e ricostruiti analiticamente da Nunzia Penelope nel suo libro inchiesta, sono impressionanti: il primo posto spetta ad alberghi e servizi pubblici con un lavoro nero pari al 57% del totale, seguono i servizi domestici con colf e badanti (53%), il sociale e la sanità al 37%, i trasportatori sono a quota 33, il commercio a quota 32, il settore dell’istruzione (in particolare con le ripetizioni) al 30. Nota interessante: tra le voci riportate dall’Istat figurano anche i servizi pubblici di erogazione (elettricità, gas e acqua) con un indice di nero dell’1,8%.

Situazione sconcertante anche nell’edilizia. Secondo i dati del sindacato di categoria, FILLEA CGIL, i lavoratori irregolari in edilizia sono circa 400 mila. In questo modo l’edilizia sottrae allo Stato, stando alle ultime stime, 4 miliardi e mezzo l’anno. Spesso qui la truffa avviene affiancando al lavoro nero (sfruttando soprattutto cassintegrati ed extracomunitari) altre forme più soft di irregolarità: viene, ad esempio, dichiarato il part-time (forma lavorativa praticamente inesistente in edilizia) in modo tale da dichiarare solo 4 ore lavorative, ma se ne fanno in realtà otto e il resto viene pagato in nero.

Il risultato di quanto detto è sconvolgente. Lasciamo parlare i numeri: in un Paese con 5 milioni di imprese ci sono tre milioni e mezzo di lavoratori, un’economia sommersa, ad oggi, pari ad oltre 150 miliardi di euro e un imponibile sottratto al fisco di circa 50 miliardi. Sono solo numeri. Ma fanno male.

LEGGI ANCHE

 Lavoro: il bluff, le mafie e l’alternativa a Berlusconi-Monti-Letta junior

ARTICOLO 18/ Quando le BR-PCC avevano (quasi) ragione

LAVORO/ Molise, disoccupazione a livelli record.

ARTICOLO 18/ Ma i nostri parlamentari sanno cos’è? Da questo video sembrerebbe di no…

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.