LA STRATEGIA DI B./ Baby Talk, numeri bombardati, attacchi a tutti, monologhi con presentatori (e non giornalisti)

Nella sua occupazione maniacale delle tv Silvio Berlusconi ha messo in campo una vera e propria strategia comunicativa che gli ha già permesso di governare per ben tre legislature, di rimanere sulla scena politica per quasi venti anni e che ora ha consentito al suo partito di tornare ad essere secondo dietro solo al Pd. Vediamo i punti salienti della sua strategia comunicativa: dall’utilizzo di un linguaggio infantile (il cosiddetto baby talk) al bombardamento di numeri, agli attacchi (molto spesso, come vedremo, subdoli) contro tutti, alla selezione dei programmi (con conduttori o giornalisti suoi dipendenti) per evitare il contraddittorio.

 

di Carmine Gazzanni

Una cosa c’è da dire: nonostante i suoi 76 anni suonati (o forse proprio per questo), non gli si riesce a star dietro. Tanto che lo stesso Monti, nel suo discorso di fine anno (e fine legislatura), l’ha detto: “Fatico a comprendere il pensiero del Cavaliere”. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde. Un giorno lo attacca, il giorno dopo gli offre la leadership dei moderati, il giorno dopo ancora parla del governo tecnico come di un “disastro”. Fino a qualche tempo fa, quello che sembrava era in effetti che Silvio Berlusconi fosse il primo a non avere le idee chiare. Il tutto era legato al tentativo di recuperare una coalizione di moderati (Pdl più Udc) per sconfiggere il Partito Democratico. Ecco, dunque, il motivo dell’apertura a Monti. Nel momento, però, in cui il Cavaliere ha preso atto del fatto che l’impresa era irrealizzabile, ha ripreso la sua marcia contro tutti e contro tutto. Idee più chiare, come anche la strategia da portare avanti: presenza fissa nei canali televisivi, zero confronto, monologhi camuffati da interviste, immagine di un uditorio di bambini, bombardamento di numeri con effetto rassicurante e tragico a seconda dei casi e dell’opportunità, ripetizione in perpetuum degli stessi concetti di presa, offese – gratuite e subdole – a tutti gli avversari.

berlusconi-tv_for_winBerlusconi, insomma, ha l’unico obiettivo di vincere o, perlomeno, di giungere in una condizione nella quale tenere sotto ricatto l’esecutivo (che per lui sarebbe comunque una vittoria). L’impresa è difficile, ma non così impossibile, considerando due fattori: che da una parte c’è Berlusconi (che è già riuscito in quest’intento nel 2006, recuperando oltre dieci punti percentuali su Prodi, perdendo per una manciata di voti e comunque condannando il centrosinistra all’ingovernabilità) e che dall’altra ci sono gli italiani (popolo di eroi, di santi, di poeti e … di elettori medi, influenzati spesso più dall’immagine televisiva che dal contenuto politico). In altre parole, non bisogna affatto sottovalutare la strategia comunicativa messa in piedi dal Cavaliere, né il suo disperato tentativo di risalire la china elettorale. Analizziamo allora, punto per punto, i criteri chiave della sua linea comunicativa, cercando di smascherare i mezzi e, soprattutto, gli scopi a cui tende Berlusconi.


CRTIERIO UNO. INCULCARE ACRITICAMENTE – Cancellazione dell’IMU, lo spread è “un imbroglio”, io vittima di una “congiura mediatica e finanziaria”, il governo tecnico è stato un “disastro” perché si è “accucciato ai diktat europei”. A prescindere dalla condivisione o meno di tali tesi, è ovvio che, ripetute ogni giorno, in ognuno dei salotti televisivi in cui quotidianamente il Cavaliere compare, rimangono nella testa degli elettori medi (e telespettatori medi). Con il risultato che, poi, si è portati inconsciamente a convincersene. Ma questa convinzione è assolutamente indotta, non ragionata, acritica. Inculcati senza sosta, insomma, ci si convince che Berlusconi possa realmente abolire l’IMU senza però sapere (o meglio, facendo a meno di sapere) come realmente si possa fare, che ci sia stata una congiura che l’abbia fatto fuori (senza sapere in cosa sia consistita) e che lo spread sia un imbroglio. Il paradosso, insomma, sta nel fatto che nessuna di queste posizioni sia poi argomentata. In altre parole, basterebbe chiedere al Cavaliere cosa sia lo spread e perché, concretamente, sia un imbroglio per metterlo con le spalle al muro.


CRITERIO DUE. LINGUAGGIO ELEMENTARE: IL POPOLO È BAMBINO – In linguistica si chiama baby talk. È, in altre parole, il ricorso ad un linguaggio iper-facilitato, come se l’uditorio fosse composto da soli bambini. È, secondo molti autorevoli linguisti, il prodotto più nefasto derivante dalla società televisiva in cui oggi viviamo: annullandosi la comunicazione (bidirezionale) e preferendo a questa una mera trasmissione (unidirezionale), si è finiti col ritenere il telespettatore un bambino da istruire e non più un alter del confronto. La televisione, in altre parole, ha impiantato un rapporto verticale e unidirezionale (e non orizzontale e bidirezionale) col risultato di screditare il telespettatore come persona “non in grado” di reggere un confronto alla pari. Ecco perché, allora, il linguaggio è spesso portato ad un’estrema semplificazione. La qual cosa, poi, ha assuefatto il telespettatore che, ormai, nutre fiducia soltanto in colui che usa termini facili, rassicuranti, chiari, paternalistici. E non più in colui che, anche tramite un linguaggio specifico, tenta di argomentare.

Ebbene, tutto questo è Silvio Berlusconi. L’esempio illuminante è stato offerto nel monologo-intervista con Massimo Giletti. Quando ormai il conduttore aveva chiuso l’intervista, il Cavaliere si è preso d’imperio altri due minuti per istruire (è proprio il caso di dirlo) gli italiani: “prima di votare guardate in faccia alle persone che vi chiedono il voto, guardate a cosa hanno fatto nella vita. Se hanno fatto solo parole, forse sarà meglio votare per chi nella vita è riuscito a raggiungere tutti i traguardi che si era proposto”.


CRITERIO TRE. ATTACCHI A TUTTI: LA LOTTA DEL BENE CONTRO IL MALE – Nelle ultime settimane, tra un salotto televisivo e l’altro, tra un’intervista e l’altra, Berlusconi è riuscito a scagliarsi praticamente contro tutti. “Casini e Fini sono le persone peggiori che ho incontrato nella mia vita. Sono traditori non miei, ma di chi li ha eletti”. “Bersani? Un vecchio boiardo del Pci”. “C’è una teoria in giro che dopo la scesa dalla scimmia all’uomo c’è la possibilità di una discesa dall’uomo alla scimmia, Grillo è lì a testimoniare la possibilità della realtà di questa teoria”. E, ancora, Antonio Ingroiaapprofittando della pubblicità che si è fatto come pubblico ministero intende proporsi come protagonista politico. Uno scandalo che esiste solo nel nostro Paese”. E poi l’incubo raccontato da Giletti: “al governo c’era ancora MontiIngroia alla Giustizia, Di Pietro alla cultura, Fini alle fogne, Vendola alla famiglia e non le dico che cosa faceva la Bindi“.

A questo punto leggiamo oltre le mere accuse. Innanzitutto cogliamo il carattere subdolo e antipolitico: gli avversari sono attaccati nei loro caratteri più evidenti. Il motivo è presto detto: in questo modo è molto più immediato il recepimento da parte dell’elettorato medio. Ecco allora che Di Pietro viene accostato alla cultura, Vendola alla famiglia (sappiamo cosa vuol dire questo in un Paese stra-influenzato dal Vaticano) e così via. Il discorso per Rosy Bindi è ancora più perfido: non si dice nulla, ma si lascia il dubbio. La conseguenza è immediata nell’elettorato medio (di cui, diciamoci la verità, il Pdl va ghiotto): risatina sotto i baffi e memoria che immediatamente registra e incamera la battuta. Un punto in più per il Cav.

Ma c’è ancora un altro carattere – ancora più importante – da mettere in risalto nell’attacco contro tutti portato avanti da B. Prendiamo ancora una volta l’incubo raccontato da Giletti: nei toni e nell’espressione appare chiaro il volere del Cav di far passare quel quadro come tragico, da evitare a tutti i costi. Ecco il punto: lo scopo di Berlusconi, negli attacchi reiterati a tutti i suoi avversari, è quello di far passare l’immagine di una guerra del bene contro il male, del giusto contro l’ingiusto, dove ovviamente il bene e il giusto si personificano nel visone plastificato del Cavaliere. In quest’immagine, peraltro, ricorre anche quanto detto prima sulla necessità di semplificare il discorso politico come conseguenza della società filmica e massmediatica in cui viviamo: meglio parlare, in termini fanciulleschi e fiabeschi, di lotta del bene contro il male dove – come in ogni film e commedia che si rispetti – è il bene a vincere. Ergo: l’elettore medio viene inculcato a votare per il bene, Silvio Berlusconi, l’unico santo davanti ad uno squadrone di demoni.


CRTIERIO QUATTRO. BOMBARDAMENTO DI NUMERI: OTTUNDE E LASCIA CONVINTI – Numeri su numeri, dati su dati, percentuali su percentuali. Tragici o positivi a seconda dei casi. A seconda se si parli dei rivali o se si parli dei tre anni di governo Berlusconi. Quando il Cav comincia a sfornare numeri sembra una macchina andata in tilt. Non lo si riesce più a fermare. Ad una lettura immediata sembrerebbe quasi che l’effetto sia contraddittorio: troppa confusione. In realtà non è affatto così. Non sono pochi i linguisti e gli psicolinguisti che invece pensano che il risultato sia tutt’altro che negativo: in questo modo, infatti, la conseguenza è l’ottundimento del telespettatore. Tra numeri, dati e percentuali è ovvio che, d’impatto, il telespettatore non riesca più a seguire, a legare il discorso, a tenere insieme i fili. Tanta confusione che porta, appunto, ad un ottundimento che, però, non è negativo ai fini elettorali: è, diciamo così, un ottundimento positivo, derivante dal fatto che il telespettatore, pur non ricordando e pur non potendo registrare dati e numeri, presta fiducia alle percentuali che reputa oggettive. In altre parole, il telespettatore, davanti al fiume di numeri sciorinati dal Cav, non registra, si lascia cadere tutto addosso, ma alla fine, in maniera acritica, non sapendo nemmeno il motivo, presta fiducia a quei dati che nemmeno ricorda. Quante volte d’altronde abbiamo sentito: “avrà sicuramente ragione. Hai visto che dicevano quei dati?”. Ma quali dati? Chi li ha raccolti? Sono stati inquadrati nella realtà sociopolitica? Insomma, i dati non devono essere soltanto letti, ma anche spiegati. Cosa che – ovviamente – Berlusconi si guarda bene dal fare.


CRITERIO CINQUE. MONOLOGHI, NON INTERVISTE. TRASMISSIONE, NON COMUNICAZIONE – Con la scusa bislacca del “sacrificio” a cui è stato chiamato ricandidandosi, Berlusconi sta impugnando una vera e propria guerra nella  quale non è permesso (pensa lui) opporsi. Ecco perché non ha scelto mai (fino ad ora) un confronto con giornalisti veri, ma con conduttori (vedi la D’Urso) o con giornalisti suoi dipendenti (vedi Del Debbio). E, se lo si interrompe (vedi Giletti), il rischio è che B. alzi i tacchi e se ne vada. Da vero democratico.

Questa è d’altronde la condicio sine qua non della sua strategia comunicativa: la location non può che essere un monologo travestito da intervista. Berlusconi deve poter parlare, deve dar numeri, deve poter rivolgersi direttamente al suo pubblico di elettori-bambini, deve poter attaccare tutti con immagini studiate perfidamente. Senza che nessuno osi interromperlo con domande, quesiti pungenti, precisazioni. La strategia non avrebbe più lo stesso effetto. Il motivo è presto detto. Silvio Berlusconi è il prodotto perfetto della società televisiva: una società che bada all’immagine, all’effetto delle parole piuttosto che al contenuto del discorso, alla frase ad effetto, alla battutina del detto e non-detto. Tutto questo in un quadro in cui l’unico a parlare sia Silvio Berlusconi. Gli altri devono stare zitti o, meglio, devono assecondarlo. D’altronde l’aveva detto già Danilo Dolci: la società massmediatica è una società del trasmettere e non del comunicare, del rapporto verticale e unidirezionale (potenzialmente violento) e non di quello orizzontale, bidirezionale, fondato su reciprocità e interattività.

Ecco. Berlusconi trasmette. Non comunica.

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