La Sicilia, 21 anni dopo Falcone: cosa è cambiato? Cosa è rimasto immutato?

Sembra essere trascorso davvero poco tempo dalla strage di Capaci, datata 23 maggio 1992. Invece di acqua sotto ai ponti ne è passata davvero tanta e la Sicilia, come la stessa Palermo, almeno in apparenza sembrano essere cambiate. Noi abbiamo provato a fare un confronto tra la Sicilia di oggi e quella di allora. E il risultato è questo…

 

di Viviana Pizzi

sicilia_capaci_20_anni_dopoIL QUADRO POLITICO: DALLA DC CONNIVENTE ALLA SPERANZA DI CAMBIAMENTO CON CROCETTA PRESIDENTE

Nell’anno della strage di Capaci, che poi è lo stesso di quello di via D’Amelio, quando a lasciarci la vita fu il magistrato antimafia Paolo Borsellino, furono due i presidenti della Regione che si susseguirono.

Vincenzo Leanza rimase in carica dall’anno precedente fino al 6 aprile del 1992. Quando Falcone e Borsellino morirono invece il Governatore era il più famoso Giuseppe Campione che eletto dall’Assemblea Regionale resta in carica fino all’anno successivo.

Naturalmente, come era prassi della Sicilia di allora, la matrice politica era la Dc che dominava sulla politica dell’isola dal 1961. La stessa Dc che faceva da sponda tra il potere politico e il potere mafioso.

Negli anni a venire però la Dc si è sciolta in Sicilia come in tutta Italia. Il suo potere veniva assorbito completamente da Forza Italia che poi diventa Pdl. Storica l’elezione di 61 deputati su 61 (lo storico 61 a 0) delle elezioni politiche del 2001. Lo stesso anno in cui l’ex democristiano Leanza mutava la pelle e diventava presidente dell’Ars ma con il simbolo di Forza Italia.

cuffaro-lombardo_sicilia_oggiLa Regione ha continuato a vivere sotto lo scacco degli intrecci tra politica e mafia anche all’inizio del 21esimo secolo con i governi di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo. Il primo è stato condannato definitivamente a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio. Da gennaio 2011 sta scontando la pena nel carcere romano di Rebibbia.

Il secondo è invece indagato per concorso esterno e per voto di scambio politico-mafioso presso la Procura della Repubblica di Catania per rapporti con alcuni esponenti di Cosa Nostra. Per questo motivo il 28 luglio dello scorso anno è stato costretto a dimettersi e a lasciare il posto all’elezione del piddino Rosario Crocetta appoggiato però anche dalla stessa Udc che aveva fatto eleggere Cuffaro.

Chi è il nuovo presidente dell’Ars? Per molti siciliani che sognavano da anni un cambiamento costruttivo è la vera speranza di un qualcosa che non sia gattopardesco. Da sindaco di Gela si è fatto portavoce della necessità di combattere Cosa nostra  autodefinendosi “sindaco antimafia”. Tra le sue iniziative lo svolgimento delle gare per l’appalto delle opere pubbliche alla presenza dei carabinieri e il licenziamento di impiegati comunali vicini alla mafia.

Da presidente della Regione Siciliana come primo atto significativo della sua politica antimafia è stato la costituzione di parte civile da parte dell’Ars nel processo sulla trattativa Stato Mafia che inizierà lunedì al Tribunale di Palermo.

Un cambiamento significativo, quello di natura politica, che negli anni a venire verrà costantemente monitorato ma che alla maggior parte dei siciliani, le vittime del sistema mafioso, fa sperare in bene.

IL QUADRO ECONOMICO NON È INCORAGGIANTE: SICILIA PIÙ POVERA RISPETTO AGLI ANNI DELLE STRAGI

I dati relativi al prodotto interno lordo reale nella Sicilia delle stragi non erano affatto incoraggianti. Nel documento strategico di sviluppo della Regione Siciliana relativo agli anni 2007- 2013 viene infatti ricordato che il prodotto interno lordo nel quinquennio 1990-94 era diminuito dello 0,1% rispetto a quello degli anni 80. Tutto questo significava che la ricchezza della popolazione era in flessione. E con una povertà in aumento Falcone e Borsellino avevano certo più difficoltà dei colleghi degli anni precedenti nel combattere la mafia. Perché come è noto quasi a tutti la criminalità organizzata era ben lieta di fornire ricchezza e lavoro a chi veniva lasciato solo dallo Stato.  E mentre la Sicilia continuava ad impoverirsi in Italia c’era un aumento dello 0,6%.

La ricchezza è poi aumentata dal 1995 al 1999 dell’1,4% inferiore rispetto alla media nazionale dell’1,9%.  Questo significava che la Sicilia iniziava a crescere ma meno del resto della nazione. E la mafia per questo continuava a fare i suoi affari. Dal 2000 al 2003 l’incremento medio annuo del Pil della Sicilia è del 2,2% finalmente superiore alla media nazionale dell’1,4%.

disoccupazione_sicilia_oggiCosa succede oggi? La crisi ha certamente investito la Sicilia come l’Italia e la porta in una condizione di povertà superiore a quella del 1992 rendendola terreno fertile per la formazione di nuove mafie pronte a sostituirsi a quelle che l’hanno governata negli anni 90.

Nel programma economico finanziario della Regione Sicilia che va dal 2013 al 2017 , dal 2008 il prodotto interno lordo siciliano ha ripreso a scendere. Nel 2008 faceva segnare – 1,7%, nel 2009 uno storico – 4,1%, nel 2010 una leggera ripresa dello 0,1% per scendere nel 2011 a – 1,3%.  Lo Svimez stima che nel 2012 (dato Istat non ancora presente) sia sceso del 2,7% per calare ancora quest’anno dello 0,3%.

Sicilia povera nel 1992 e Sicilia ancora più povera oggi quando il 19,6% dei siciliani non lavora e la disoccupazione nel 2012 ha subito la crescita del 32,6%.


LE MAFIE : DAL DOMINIO DEI CORLEONESI NEL 1992 AI POTENTI BOSS MESSINA DENARO

Per poter comprendere se davvero qualcosa in Sicilia sia cambiato oppure se le morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino siano davvero servite nel concreto e non solo in un mero ricordo che ai siciliani onesti lascia soltanto il gusto amaro della retorica.

La Sicilia ai tempi della morte di Falcone e Borsellino era quella che arrivava dopo la maxi condanna per mafia confermata il 30 gennaio 1992 del maxiprocesso iniziato nel 1996 come vediamo qui. Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Luciano Liggio furono tra i condannati che riportarono rispettivamente 19 ergastoli, 342 condanne e 2665 anni di carcere. Dopo l’introduzione del carcere duro per i mafiosi regolamentato dall’articolo 41 bis i corleonesi (che nel frattempo erano rimasti latitanti) hanno cercato di riorganizzare quello che era rimasto della vecchia mafia degli anni 80.

Lo hanno fatto intraprendendo una vera e propria guerra con lo Stato che ha ricompreso anche le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Ricordiamo che la presa di posizione da parte dello Stato a questi attacchi indiscriminati fu fortissima. Dal 25 luglio 1992 fino all’8 luglio 1998 direttamente da Roma furono inviati 20mila uomini dell’esercito a presidiare tutti gli obiettivi sensibili dello Stato presenti in Sicilia.

Tutti i boss che hanno portato a quelle stragi furono arrestati. La latitanza di Totò Riina finisce il 15 gennaio 1993 nello stesso anno in cui Giancarlo Caselli viene nominato procuratore della Repubblica di Palermo.

Cosa succede negli anni a cavallo tra il secondo e il terzo millennio? Accade che mentre Riina e Leoluca Bagarella finiscono in carcere continua a gestire le fila di Cosa Nostra Bernardo Provenzano il boss catturato soltanto nel 2007 il 5 novembre dopo 25 anni di latitanza. Fu allora che il clan dei corleonesi ha perso definitivamente il potere. Negli stessi anni in cui Totò Cuffaro e la sua Udc governano in Sicilia. Gli stessi in cui si ipotizza, dopo gli anni 90, che il potere politico vada a braccetto con il potere mafioso. E la condanna a 7 anni dell’allora presidente della Giunta Siciliana la dice tutta su questa ipotesi che può dirsi più che confermata.

Chi prende il potere mafioso in Sicilia?  Le indagini dei magistrati siciliani individuano come nuovo capo il trapanese Matteo Messina Denaro, anch’egli latitante dal 1993. Lui comunque non viene visto come un supercapo ma come una sorta di coordinatore su quelli che operavano per territorio e ne godevano i vantaggi.  Ad oggi è stato inserito in quinta posizione tra i dieci latitanti più pericolosi al mondo.

Matteo_Messina_Denaro_sicilia_mafiaIl suo ruolo, attivo ancora adesso, è stato scoperto tramite alcuni pizzini trovati nel covo di Provenzano, usati per comunicare con gli altri affiliati a Cosa Nostra , anche quelli di Messina Denaro e Salvatore Lo Piccolo dai quali emerge il ruolo di vertice ricoperto fino al giorno dell’arresto da Provenzano ma anche il ruolo di subalternità di Messina Denaro allo stesso.  Cosa che era stata da molti messa in dubbio, sottolineando una possibile frizione tra i due. Screzi vi furono invece in ordine alla metanizzazione dei comuni siciliani e al ruolo svolto dalla famiglia Ciancimino negli affari dei Corleonesi nell’edilizia e nella sanità pubblica.

Dissidi prontamente rientrati, tenuto anche conto che nella provincia di Trapani la forte leadership di Messina Denaro rende improbabili conflittualità durevoli tra gruppi contrapposti. Sempre dalla lettura dei pizzini trovati nel rifugio di Provenzano, si comprende come Messina Denaro (il quale usava lo pseudonimo di Alessio) abbia anche ricevuto una lettera da Totò Riina. Ciò, essendo quest’ultimo da più di 10 anni sottoposto al duro regime carcerario previsto dall’articolo dell’ordinamento penitenziario 41 bis, fa emergere perplessità sul reale isolamento dell’ex boss dei boss.

Oggi la Sicilia è divisa in 35 mandamenti. Nella provincia di Catania non vi sono mandamenti perché l’unica famiglia mafiosa è quella dei Santapaola, che ha la sua base in città e gestisce preferenzialmente il conferimento illecito di appalti pubblici, in società con numerosi gruppi criminali estranei a Cosa Nostra  operanti a Catania e in provincia, i cui capi vengono spesso affiliati ai Santapaola per controllarne meglio le attività.

In apparenza quindi è tutto cambiato ma Cosa Nostra resta perché si è riorganizzata nonostante Falcone e nonostante Borsellino.


I RAPPORTI TRA MAFIA E POLITICA: NEL 1992 CON LA DC E ORA CON IL CENTRODESTRA

È tutto riassunto nelle carte del processo sulla trattativa Stato Mafia. Nel periodo delle stragi di Capaci e di via D’Amelio venne ucciso anche il deputato Dc Salvo Lima eletto con i voti della mafia ma accusato dai vertici di Cosa Nostra di non aver fatto abbastanza per ottenere la modifica in Cassazione sul maxiprocesso svoltosi tra il 1986 e il 1992. Calogero Mannino, sempre della Dc, finì con l’accordarsi con il generale Antonio Subranni e con il capo della polizia Parisi per ottenere un dialogo con Cosa Nostra.

Lo Stato per arrivare a parlare direttamente con Totò Riina si servì di un altro esponente politico della Dc, l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

In quello stesso periodo il capitano De Donno, come egli stesso ha dichiaratoincontrò Liliana Ferraro, direttore del Ministero di Grazia e Giustizia, e le parlò dei contatti con Ciancimino. Liliana Ferraro avrebbe riferito al suo diretto superiore Claudio Martelli ministro della Giustizia  il quale chiese all’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino come fosse possibile che alcuni uomini del ROS avessero preso l’iniziativa di usare Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, legato al clan dei corleonesi, per contattare i boss mafiosi, scavalcando la DIA, che era istituzionalmente competente per qualsiasi azione contro la mafia.

E oggi? Di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo abbiamo già parlato sopra. Entrambi i presidenti della Regione Siciliana sono stati coinvolti in procedimenti che li vedono a diretto contatto con Cosa Nostra.

MARCELLO_DELLUTRINon possiamo però dimenticarci del palermitano Marcello Dell’Utri, che il 25 marzo di quest’anno la  terza sezione della corte di Appello di Palermo ha condannato con pena di 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza  considera lo considera  il tramite intermediario tra Mafia e  Silvio Berlusconi.

I boss con i quali avrebbe intrattenuto rapporti già dai tempi delle stragi sono Stefano Bontade, Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ora Dell’Utri grazie al decreto liste pulite non è stato ricandidato nel Pdl ma rappresenta a pieno titolo i rapporti tra la politica della seconda repubblica e Cosa Nostra. Indagini riguardanti gli ultimi dodici mesi non esistono ancora. La speranza di cambiamento esiste ancora nonostante gli ultimi accadimenti ci consegnano una Sicilia da questo punto di vista sempre uguale.

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