LA LOBBY DELLE ARMI/ Quel codicillo voluto dalla Lega che aiuta le industrie belliche

di Carmine Gazzanni

L’industria militare non conosce crisi. Soltanto due giorni fa, come rivelato da Il Fatto, sono arrivate alla commissione Difesa della Camera “cinque programmi di acquisto per armamenti militari del valore di 500 milioni di euro per essere votati e passare in giudicato”. Ma non finisce qui: senza che nessuno se ne sia accorto, anche nella Legge di Stabilità (ultimo atto del Governo Berlusconi) c’è un forte aiuto alle industrie belliche.

lobby_armiA dispetto delle norme “lacrime e sangue”, l’industria bellica è decisamente feconda. Basti pensare che nel 2010 il settore è cresciuto dell’8,4% portando il nostro Paese all’ottavo posto nella speciale classifica mondiale per spese militari. L’anno d’oro è stato il 2009, quando le esportazioni di materiali di armamento hanno sfiorato i 5 miliardi di euro.  Ma anche lo scorso anno ci si è mossi sulla stessa lunghezza d’onda: nel 2010 il ministero degli Affari esteri ha rilasciato 2.210 autorizzazioni all’esportazione di materiali di armamento (2.181 nel 2009) per le quali è previsto il corrispettivo regolamento finanziario pari a quasi 3 miliardi di euro ed un importo di autorizzazioni relative ai Programmi Intergovernativi pari a 346 milioni di euro (dati della Presidenza del Consiglio dei Ministri).

E, come se non bastasse, ecco il codicillo della Legge di Stabilità che, nell’indifferenze generale tanto dei media quanto della politica, darà una grossa mano alle industrie belliche private. La maggioranza, in pratica, approfittando del periodo tumultuoso e, soprattutto, della necessità di approvare il maxiemendamento senza battere ciglio, ha reinserito una norma che già era stata presentata in piena estate, perché tanto cara alla Lega Nord. Un ultimo favore, per così dire, di Berlusconi a Bossi. Nel testo finale del provvedimento leggiamo: “A decorrere dall’entrata in vigore della presente legge è abrogato l’articolo 7 della legge 18 aprile 1975, n.110, recante ‘Norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi’”. In pratica viene abrogato l’articolo 7 della legge del 1975 che introduceva il “Catalogo nazionale delle armi comuni da sparo. Come ha dichiarato Carlo Tombola, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Permanente Armi Leggere (Opal) di Brescia, questa è una “vittoria per le lobby delle armi”. Capiamo perché. Fino ad ora, le industrie belliche hanno fondato la propria ricchezza soprattutto sull’export (vendita di armi a Paesi stranieri). Ora non sarà più così. È plausibile pensare, infatti, che ci sarà un incremento del mercato interno, oggi in crisi a causa del declino della caccia: senza un catalogo che stabilisca quali armi siano leggere (e dunque acquistabili da un comune cittadino previsto di porto d’armi), chiunque potrà acquistare anche armi pesanti. Proprio perché tutte, ora, saranno equiparate. Nessuna distinzione tra armi civili e da guerra. Per assurdo, dunque, anche un comune cittadino potrà avere a casa un kalashnikov.

Una norma che ha dell’incredibile, e per la forma (l’indifferenza generale di politici e stampa) e per il contenuto. Come accade in questi casi, però, è necessario porsi delle domande. Perché l’esecutivo ha introdotto questo codicillo?

Come afferma lucidamente Tombola, “il referente politico di questa lobby è la Lega Nord”. Non a caso il partito del senatùr, come accennato prima, già a luglio aveva cercato di presentare tale norma. Chi ha buona memoria, ricorderà quanto accaduto quel giorno: quando l’aula del Senato venne chiamata a votare sull’emendamento leghista, i toni del dibattito si alzarono. Cominciarono a volare insulti da ambo le parti. L’opposizione provò anche a chiedere l’inammissibilità del documento. Le bagarre costrinsero il presidente Renato Schifani a sospendere la seduta. Alla riapertura dei lavori – erano passate le 20,00 – i leghisti si piegarono alle pressioni provenienti anche da importanti fette del Pdl e ritirarono l’emendamento. Ma il capogruppo Bricolo promise: “Non vogliamo fare forzature, la ripresenteremo in altri provvedimenti”. Un “verrà un giorno” di manzoniana memoria. E così è stato in effetti. Proprio nell’ultimo atto del Governo a firma Berlusconi, ecco l’ultimo regalo alla Lega Nord: l’abrogazione del Catalogo e la conseguente liberalizzazione incontrollata del settore.

Ma chi ci andrà a guadagnare? E perché la Lega ha insistito tanto? A suo tempo, l’estate scorsa, Bricolo parlò chiaro: la norma “avrebbe semplificato la vita di tanti piccoli imprenditori”. Ma sarebbe stato più giusto dire che avrebbe semplificato la vita di “alcuni piccoli imprenditori”. Il dubbio, infatti, che dietro ci siano interessi ben precisi è forte: indovinate dove si concentrano le industrie di armi leggere in Italia, le uniche che beneficeranno di tale provvedimento? Proprio al Nord, specialmente nel bresciano. Tutte industrie forti nell’export, ma non nel mercato italiano. A cominciare dalla multinazionale Beretta S.p.a, leader mondiale nel settore. Basti pensare che, secondo la relazione governativa sulla disciplina del commercio delle armi, la multinazionale ha consegnato armi all’estero per sei milioni di euro. Ebbene, la Beretta ha sede a Gardone Val Trompia, in provincia di Brescia, dove sorge anche la Tanfoglio s.n.c. la cui produzione annuale si aggira intorno alle 30.000 unità ed esporta per l’85% della sua produzione. Senza, infine, dimenticare un altro leader nel settore delle munizioni, la Fiocchi s.p.a., nel lecchese. Corrado Tombola, a tal proposito, parla senza peli sulla lingua: “La Lega spera di garantirsi così il sostegno finanziario di questa lobby per le prossime elezioni”. Non sappiamo se questo sia vero. Ma certamente la norma agevolerà tali aziende, forti nell’export e, d’ora in poi, anche nel mercato interno per via di tale, inspiegabile, liberalizzazione che rende le armi pesanti (da guerra) accessibili a chiunque.

Fa niente se questo provvedimento è un aiuto – anche se inconsapevole – alle criminalità organizzate. Secondo gli ultimi dati, infatti, al primo posto nel redditometro mondiale della criminalità vi è il traffico degli stupefacenti e, appunto, quello delle armi, per un totale di 116 miliardi di euro l’anno (7,7% del Pil nazionale). Ora che non c’è più nemmeno distinzione tra un kalashnikov e una pistola, sarà tutto più facile.

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