La Cina compra l’Italia: Eni, Ferretti, Falck in mani “rosse”. Allarme DIA: rischio colonizzazione

Comprami, io sono in vendita”, così l’Italia sta dicendo alla Cina, il nuovo astro nascente dell’economia. Mentre le cattive gestioni politiche italiane stanno creando non pochi default finanziari, il mercato cinese si fortifica e diventa l’ultima spiaggia prima della bancarotta. Secondo indiscrezioni nel 2011 l’allora ministro Giulio Tremonti andò a Pechino dal presidente della China Investiment Corp per discutere su nuove strategie di negoziazione. E, più recentemente, Monti ha rincarato la dose della disponibilità a essere comprati. Oggi i cinesi hanno acquistato quasi il 30% delle azioni della Eni East Africa: ottimi investimenti anche con la multinazionale di yacht Ferretti, oltre alla filiale della Bank China a Milano e la proposta d’investire nell’area Ex Falck a Sesto San Giovanni. L’allarme arriva anche dalla DIA: il potere dei cinesi sta colonizzando l’Italia.

 

di Maria Cristina Giovannitti

potere_cinese_in_italiaIl ‘made in China’ a quanto pare salverà l’Italia e l’Europa. Inversamente proporzionata alla crisi europea, il mercato cinese si sta molto rafforzando e secondo le stime dell’OCSE, la Cina sta diventando anche più potente degli Stati Uniti, in corsa per diventare l’economia trainante nel mondo con il Pil che cresce del 8,5% nel 2013 e del 8,9% nel 2014.


IMPRESE ITALIANE IN FALLIMENTO SPERANO NELLA CINA – L’allarme è lanciato da Unimpresa che ha evidenziato la criticità dell’economia italiana: su cinque imprese, ben tre – più della metà – sono costrette a chiudere. Concorda anche l’Istat che secondo una propria indagine ha quantificato la crisi: nel 2013 c’è stato un ribasso dei ricavati del 11,1% rispetto al 2008, in termini di soldi le imprese italiane hanno perso 500 miliardi di euro.

Il mercato italiano – soprattutto le medie e piccole imprese – risente della crisi economica e delle cattive amministrazioni: il settore finanziario non cresce, anzi il calo è del 4,3% nel 2012 e del 9,7% nel 2011. A questo punto l’unica ancora di salvezza è la Cina che, invece, è in crescita. Stando alle indiscrezioni del Financial Times, nel 2011 l’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti sembra aver incontrato a Pechino Lou Jiwei, presidente del CICChina Investment Corp ed uno dei maggiori uomini di potere economico – per discutere delle strategie di negoziazione in Italia.

Il rischio colonizzazione è alto e lo ha dichiarato anche il DIS Dipartimento Informazioni per la Sicurezza – nel suo ultimo dossier: l’Intelligence italiano ha lanciato l’allarme speculazione della Cina negli affari italiani.

 

I CINESI VOGLIONO L’AREA EX FALCK E LA BANK CHINA – A Sesto San Giovanni è lunga la pila dei progetti per riqualificare urbanisticamente l’area.

Tra le proposte più allettanti c’è quella dei cinesi che hanno puntato gli occhi e gli interessi sul sito milanese ed ambiscono a riconvertirlo senza voler, neanche troppo risparmiare: vorrebbero investire 4 miliardi di euro per edificare un milione di metri quadrati, questione su cui sta trattando il console cinese a Milano.

Intanto l’incidenza economica che i cinesi hanno anche su territorio lombardo è evidente con la nascita della prima filiale italiana della Industrial and Commercial Bank of China, chiaro segnale di un settore finanziario che domina attraverso un sistema bancario.

Inoltre la Bank China non è solo un simbolo del potere economico ma offre anche opportunità di carriera assumendo, alle dipendenze cinesi, 5 dipendenti italiani – per ora – anche se si prospettano in futuro altre 30 assunzioni.


eni_scaroni_cinaLA ENI DIVENTA CINESE PER UN 30% – Per ripristinare la crescita italiana c’è bisogno dell’investimento cinese. E così – come già d’accordo tra Tremonti e Lou Jiwes a Pechino – la Cina ha comprato l’Area 4 in Mozambico della Eni.

In realtà, la Eni East Africa è uno dei più grandi e fruttuosi giacimenti petroliferi della multinazionale che in un anno fatturava dei guadagni pari a 4,2 miliardi di euro – ovvero il 20% dei ricavati.

Nonostante la positività del sito del Mozambico, la Eni ha deciso di vendere il 28, 5% delle sue azioni alla PetroChina Company Limited, gestita dalla più grande società China National Petroleum Corporation.

Un vero affare per i cinesi che si ritrovano ad aver comprato quasi il 30% della società e ad averne guadagnato indirettamente il 20% dell’utile annuale. Ma le proprietà cinesi non finiscono qui.

 

ANCHE GLI YATCH ITALIANI DIVENTANO CINESI – Il made in Cina impazza: da luglio 2012 lo sono anche gli yacht che escono dall’azienda Ferretti – leader del suo campo.

L’azienda italiana non ha saputo giocare le sue potenzialità perché gli advisor bancari hanno sempre cercato di portare a casa lauti guadagni senza fare gli interessi della Ferretti,  portandola così al tracollo.

Il gruppo italiano si è trovato così un debito di 196 milioni di euro e l’unica strada per la salvezza è stata la cinese SHIG – WEICHAI che ha comprato tutto a 374 milioni di euro, compreso il debito.

Un piano di salvataggio necessario che vedrà portare il gruppo italiano sull’isola Hinau, la zona economica più produttiva per la Repubblica Popolare Cinese, per lasciare in Italia solo i punti per la manutenzione.

Un’Italia che retrocede e lascia il passo alla Cina, che entro il 2016 si prevede diventare la più ricca potenza mondiale.

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