LA 7/Il Cav può rilevare la rete? Per la Gasparri sì. Le furbate (di B.) e le leggi mai fatte (del csx)

Mediaset vuole rilevare La 7. Tanto se n’è parlato, ma su una questione ancora non c’è stata una risposta precisa: può Mediaset, detentrice già di tre reti, rilevare anche La 7? Stando alla legge Gasparri sì. Nel testo si parla esplicitamente di tetti su palinsesti e su ricavi. Ma tra furbate, norme mai applicate e leggi sul conflitto d’interessi che mancano, Berlusconi avrebbe gioco facile. Capiamo perché.

 

di Carmine Gazzanni

Silvio-Berlusconi-sorridenteNotizie ufficiali non ce ne sono ancora. Bisognerà aspettare il 24 settembre, giorno in  cui ufficialmente si saprà quali siano le aziende intenzionate ad acquistare La 7 da Telecom Italia. È tuttavia ormai certo che, tra i possibili acquirenti, spicchi anche Mediaset. Tanto si è detto in questi giorni, ma su una questione ancora non c’è stata una risposta precisa: può Mediaset, detentrice già di tre reti, rilevare anche La 7? Assolutamente sì. Per svariati motivi. Alcune logiche, alcune dinamiche partorite tempo fa si sono dimostrate decisamente utili oggi per il Biscione e, soprattutto, per Silvio Berlusconi. Cerchiamo di fare un quadro chiaro della vicenda.


IL TETTO DELLA GASPARRI SOLO SULLA CARTA – Bisogna rispolverare la legge Gasparri per capire cosa potrebbe accadere nei giorni prossimi. Articolo 15 comma 1: “uno stesso fornitore di contenuti, anche attraverso società qualificabili come controllate o collegate […] non può essere titolare di autorizzazioni che consentano di diffondere più del 20 per cento del totale dei programmi televisivi o più del 20 per cento dei programmi radiofonici irradiabili su frequenze terrestri in ambito nazionale mediante le reti previste dal medesimo piano”. Tetto del 20 per cento, dunque, sul totale dei programmi televisivi. Un limite che, tuttavia, è come se non esistesse dato che quando c’è stato da applicarlo non è stato fatto.

Era il 2009 quando Altroconsumo presentò un esposto proprio contro Mediaset dato che, tra canali in chiaro e quelli di Mediaset Premium (gestiti da Rti, una controllata del gruppo Mediaset), l’azienda deteneva ben 14 palinsesti. Il 29,7% del totale dei programmi televisivi. Ben al di sopra, dunque, della soglia indicata dalla legge. Eppure l’Agcom – governata allora a maggioranza centrodestra e presieduta da Corrado Calabrò – dopo un’inchiesta durata un paio di mesi, assolse Mediaset: i canali Premium e l´offerta a pagamento non sono veri e propri canali tv, ma – più semplicemente – servizi della società dell’informazione. Una decisione, ovviamente, che ha permesso al Biscione in questi anni di continuare a godere di diversi palinsesti. Con tutti gli introiti del caso. Fa niente se in passato anche la Corte di giustizia europea si era pronunciata a riguardo, esprimendo parere diametralmente opposto a quella dell’Agcom. Insomma, il limite ci sarebbe. Come ci sono, però, anche le scappatoie.

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MEDIASET DI MOLTO SOTTO IL TETTO DEI RICAVI? – Passando al comma due della stesso articolo – il 15 – viene imposto un altro tetto interessante: “i soggetti tenuti all’iscrizione nel registro degli operatori di comunicazione […] non possono nè direttamente, nè attraverso soggetti controllati o […]conseguire ricavi superiori al 20 per cento dei ricavi complessivi del sistema integrato delle comunicazioni (SIC, ndr)”.  Anche qui, dunque, una soglia ben precisa. I  dati forniti dall’Agcom nell’ultima relazione in Parlamento – relativi all’anno 2009 – parlano di un ricavo totale pari a 23 miliardi di euro, divisi appunto percentualmente tra i vari “fornitori”. Mediaset, secondo il rapporto, non supera il tetto imposto, attestandosi all’11,40% (quasi tre miliardi). Dunque avrebbe tutte le carte in tavole per rilevare La 7, si dirà.

 

SILVIO, PIERSILVIO E MARINA: TRE “ESTRANEI” CON TRE AZIENDE – Eppure ci sono almeno tre punti da chiarire per comprendere come in realtà le cose siano leggermente più intricate. A conti fatti Mediaset potrebbe rilevare La 7. Non c’è dubbio, però, che questo sia il risultato di dinamiche come vedremo discutibili, ma consolidatesi nel tempo.

Uno. Per quanto detto nel paragrafo precedente, è evidente che qualcosa non torna. Se cioè anche i canali Premium venissero conteggiati come palinsesti e dunque compresi nel SIC, i ricavi avrebbero toccato cifre profondamente più alte (nel primo semestre 2009 i ricavi derivanti dalla televisione a pagamento sono stati pari a 269 milioni di euro). Questi canali, però, siccome non conteggiati nel SIC, abbassano profondamente la soglia degli introiti Mediaset che, così – anche in questo caso – rientra nei ranghi della legge. Due. Nel rapporto dell’Agcom sui “principali soggetti operanti nel SIC”, tra le altre aziende, non c’è solo Mediaset, ma anche Fininvest – che arriva, addirittura, al 13,4% – e la Arnoldo Mondadori (1,95%). Tutte di proprietà della famiglia Berlusconi. Eppure non vengono conteggiate assieme – cosa che le porterebbe al di là del 20 per cento – poiché ben spartite tra Silvio, Piersilvio e Marina. Semplice formalità (basti d’altronde guardare i loro azionariati per capire come facciano un tutt’uno. Piccolo esempio: il 53% della Mondadori è della Fininvest; il 38% di questa stessa è invece di Mediaset) che, tuttavia, in mancanza di una seria legge sul conflitto d’interessi, fa (eccome) la differenza. Chissà cosa ne penserà oggi uno come Luciano Violante che, nel 1995, confessò in seduta alla Camera di aver “garantito a Berlusconi e Letta che non gli sarebbero state toccate le tv”.

 

IL TETTO DEL 20% SUI RICAVI? LA FURBATA DEL SIC – Il terzo punto è il più sottile. Il tetto del 20 per cento per gli introiti totali del SIC sembrerebbe, infatti, un tetto decisamente ragionevole. Ma non è così.

Per comprendere adeguatamente la questione, bisogna necessariamente partire da lontano. Era il 1996 quando Berlusconi confezionò la prima di una lunga serie di leggi ad aziendam (la prima pensata e realizzata direttamente dal Cavaliere: prima del suo governo già nella Prima Repubblica si era pensato a lui con la legge Mammì del ’90). Stiamo parlando della legge Maccanico con la quale, se da una parte si stabiliva che le reti controllabili da un solo soggetto passassero da tre a due (dopo una sentenza della Corte che aveva sollevato problemi di pluralismo a riguardo), dall’altra si alzava il tetto di introiti televisivi possibili dal 25% al 30%.

Oggi, invece, come detto il tetto è fissato al 20% con la legge Gasparri. Un bene, si penserà. E invece no. La furbata è tutta qui. Tra le altre cose, infatti, la legge del 2004 – che prende il nome proprio dall’allora ministro delle Telecomunicazioni – istituisce il SIC (Sistema Integrato delle Comunicazioni), che in pratica raccoglie tutto ciò che sia “comunicazione”: stampa quotidiana e periodica; editoria anche per il tramite di Internet; radio e televisione; cinema; pubblicità. Ed è proprio in base al SIC che viene fissato il tetto di proventi conseguibili da un singolo “fornitore”: dal 30% della legge Maccanico al 20% della legge Gasparri. Ecco il punto: dato che il SIC racchiude tutti i mezzi di comunicazione (e non solo televisione come prima), il calcolo ha  una base molto più larga, quindi in definitiva il guadagno possibile è di gran lunga maggiore rispetto al tetto del 30% precedente (calcolato solo sulle reti televisive). In soldoni: prima dell’istituzione del SIC e della legge Gasparri, il valore assoluto degli introiti era pari a 12 miliardi di euro. Oggi, come detto, i ricavi arrivano a 23 miliardi. Il doppio. Altro che tetto più basso del precedente: i guadagni sono letteralmente lievitati.

Insomma, tra furbate, norme mai applicate e la giusta divisione di aziende tra papà e figli, Mediaset&co. si mantengono nei ranghi. Tutto in norma, dice la Gasparri, tutto regolare. Berlusconi può preparare l’attacco a La 7.

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