INTERVISTA/ Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: Tassi e le belve

Volevano la testa di Franco Tassi e la testa di Tassi hanno avuto. L’obiettivo era quello di eliminare il direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, diventato ormai scomodo.

PARCO_NAZIONALE_DABRUZZONel 2002 quando l’operazione va in porto il direttore generale al ministero dell’ambiente si chiama Aldo Cosentino, il ministro Altero Matteoli. Il primo viene coinvolto nel 2008 in un’inchiesta su ‘ndrangheta e speculazioni, si sarebbe adoperato per impedire che la Ue dichiarasse «zona di protezione speciale» l’area dove doveva sorgere il megavillaggio “Europaradiso”. Nel marzo scorso e’ stato assolto dalle accuse. Invece l’allora responsabile dell’ambiente Altero Matteoli ha ancora qualche problema con la giustizia. E’ imputato al Tribunale di Livorno per favoreggiamento personale: l’accusa e’ di aver avvertito nel 2004 (all’epoca ministro dell’Ambiente) il prefetto della citta’ sulle indagini e le intercettazioni a suo carico per uno scandalo di abusi edilizi all’isola d’Elba, cosi’ dando modo agli indagati di inquinare le prove, con gravi danni per l’inchiesta.

Quella di Tassi e’ una storia emblema, racconta l’Italia dei dossier e delle trame. Nel 2002 gli preparano il ben servito, quel venticello della calunnia che spira fino a demolirti, cause su cause, accuse infamanti: indebolire per farti fuori, senza spari e rumore. In fondo non era la prima volta, era gia’ successo, lo denunciava il grande giornalista e ambientalista Antonio Cederna nel 1995 quando scriveva sull’Espresso degli attacchi ripetuti al modello del parco d’Abruzzo, che aveva in Tassi la fonte di ispirazione, la guida sicura. «Ci sono state ispezioni a sorpresa… Una ricerca morbosa di pretesti e cavilli… Riprendono fiato i nemici di sempre, tutti gli interessati a fare man bassa del territorio.

Cosi’ un direttore che gestisce un parco modello, con tanto di diploma europeo (che attira due milioni di visitatori all’anno con un apporto all’economia locale di 2-300 miliardi di lire), viene posto sotto accusa, indiziato e indagato: ad opera di magistrati che si comportano come il cacciatore che, invece di sparare alla lepre, spara al cane».

Franco Tassi e il parco camminavano insieme, una sola cosa, guida sicura, autorevole, a tratti autoritaria. Giornalisti di ogni dove, riviste internazionali hanno immortalato questo incanto che, ridotto a deserto, tornava oasi naturalistica in 30 anni di impegno e duro lavoro.

Il golpe contro Tassi viene orchestato e realizzato in una seduta del consiglio direttivo, mentre il professore si sta operando al cuore. La bufera esplode quando si scoprono delle microspie all’interno della sala. Denuncia in procura. Una registrazione che, invece, era autorizzata e proprio da Fulco Pratesi, che era all’epoca il presidente del Parco. Il Gup Luigi D’Orazio, nel dicembre 2007, dichiara il non luogo a procedere perche’ il fatto non sussiste. Una bufala, che e’ costata pero’ il siluramento di Tassi.

Non basta ancora: le accuse parlano di dissesto finanziario, che il professore motiva con il mancato stanziamento di fondi da parte del ministero dell’ambiente. Lo hanno accusato anche di aver falsificato delibere: «assolto perche’ il fatto non sussiste». Non e’ una storia vecchia quella di Tassi, che aveva restituito dignita’ e memoria a tesori naturalistici che sembravano senza futuro. Tassi esautorato per volere di interessi incrociati.
Quello che e’ accaduto a lui ha inaugurato il modello di sottrarre autonomia di azione: i partiti sono entrati nella gestione diretta dei Parchi, trasformandoli in una sorta di Asl verdi. Lottizzazione, uomini di apparato, strutture burocratiche. Cosi’ diventa piu’ facile indirizzare politiche e scelte, speculazioni edilizie, nomine, devastazione permanente.orso

Oggi il Parco Nazionale d’Abruzzo rivive l’acutizzarsi di vecchi problemi. C’e’ una interrogazione del consigliere regionale del Lazio, Angelo Bonelli, che denuncia il «drastico calo della popolazione di orso marsicano negli ultimi anni a causa di episodi di bracconaggio e incuria umana», ma anche una sorveglianza dormiente, «visto che i ritrovamenti di animali morti sono pressoche’ sempre ad opera di escursionisti o comuni cittadini». Non solo. Cartelli annunciano la vendita di case nel Parco, i naturalisti pongono dieci domande su una gestione che lascia piu’ quesiti che risposte, dal Centro studi ecologici scomparso, all’invasione di bestiame domestico (come le vacche sacre) sulle valli del parco; fino alla proliferazione di case e costruzioni.

Il modello vincente di Tassi e’ svanito. Come ama ripetere il professore, aveva ragione Ennio Flaiano: «In Italia si perdona tutto tranne il successo».

Professor Tassi, quando era iniziata la sua avventura da direttore del Parco d’Abruzzo?
Era il 1969. Quando arrivai era una no man’s land, non c’era nulla. Nessuno voleva guidare quel parco: poco personale, uffici occupati da estranei, costruzioni ovunque, animali ammazzati. Erano gli anni del boom economico, si sentiva il peso del cemento. Orgia edificatoria, tagli forestali, bracconaggio. Un deserto. C’erano piu’ o meno 60 orsi, 20 lupi, 150 camosci, nessun cervo, nessun capriolo. Quando ho lasciato c’erano un centinaio di orsi, seicento camosci, cosi’ i cervi, cinquecento caprioli. Era diventato un Parco, un faro. Io ci credevo e ho iniziato a lavorare, fin dall’inizio, per rilanciarlo, perche’ sapesse conciliare istanze diverse.

Come e’ stato possibile farlo?
C’e’ chi ha mitizzato quell’esperienza, non era perfetta, ma di certo e’ stato un modello per gli altri parchi, una sorta di esempio pilota. Il Parco bisognava tenerlo vivo, attorno ad esso modellare un territorio, rilanciare l’economia. Ricordo che nel 1973, dopo una dura battaglia, riuscimmo ad estendere i confini dell’area protetta fino al Monte Marsicano, dove volevano costruire impianti sciistici con tanto di mega-lottizzazioni. Da li’ e’ partita l’idea del 10%, una missione, nel 1980, quasi impossibile, osteggiata da molti accademici e, invece, obiettivo raggiunto venti anni dopo. Oggi un decimo del territorio italiano e’ occupato dai parchi, una salvezza, una garanzia di equilibrio tra natura e progresso. Nel 1977 abbiamo costituito, con gli altri direttori, il Comitato Parchi nazionali, che ha lavorato e contribuito alla valorizzazione del territorio e alla diffusione di questo “virus” ambientalista.

Un virus che ha puntato solo sulla conservazione?
No. Ho investito soprattutto nel rapporto tra conservazione avanzata e rigorosa con la formula magica dell’ecosviluppo, basato sull’ecoturismo e sulla rinascita del patrimonio culturale locale. Insomma, da una parte conservazione e dall’altra benessere. Un successo internazionale: ricordo turisti che venivano da ogni dove per vedere l’area del lupo, ma il dato sconvolgente era quello economico. Si dimostrava come natura e sviluppo potessero coesistere. Pensi che nel 1989 il Sole 24 ore pubblico’ uno studio che lascio’ stupefatti. Le statistiche di Bankitalia-Istat collocavano il piccolo villaggio montanto di Civitella Alfedena ai primissimi posti nella graduatoria dei depositi bancari. La rivoluzione compiuta. Quello che era un territorio abbandonato, un paese fantasma, divento’ un comune-pilota del Parco nazionale d’Abruzzo. Tornarono gli emigranti, edifici restaurati, l’esempio riuscito, un mix tra conservazione e sviluppo socio-economico. Ma quel modello andava abbattuto perche’ ostacolava gli obiettivi dei nemici del parco.

Chi sono i nemici?
Chi ha dovuto desistere dai tentativi di devastazione negli anni di sviluppo del parco. Senza case e resort, senza villette e cemento, la cricca non guadagna. La mia battaglia contro l’abusivismo, contro le colate di mattone e asfalto, ha dato fastidio. Bisognava frenare e interrompere quel percorso, e ci hanno provato in ogni modo.

Chi, in particolare?
E’ forte il fronte degli speculatori, dei palazzinari perche’ e’ appetibilissimo costruire nel parco al grido di “venite a comprare il residence nella tana dell’orso”. E poi ci sono i forestali tagliatori, che con me hanno avuto vita difficile; un’ultima categoria sono i cacciatori che vogliono sparare nei parchi, visto il fallimento delle aree gestite dagli uomini con la doppietta. All’inizio e’ stato difficile, non c’era una legislazione sufficiente per frenare gli appetiti speculativi, i primi tempi ho agito con la forza dello strillo e la stampa che e’ stata determinante, visto che non era asservita come oggi. Quando c’erano progetti di speculazione scattava l’allarme, il giornalismo di inchiesta faceva il resto. Quando il parco ha raggiunto il culmine del successo, sono arrivati gli avvoltoi, la politica e’ entrata in gioco. I partiti vogliono entrare nella gestione, vogliono un direttore a disposizione, pronto a rispondere “si’ onorevole”. Quando dico partiti, non faccio distinzioni tra destra e sinistra. Una volta arrivarono i francesi per una visita di studio.

I francesi che c’entrano con i partiti?
Mi chiesero chi era il mio padrino politico, restarono sconvolti quando gli risposi: nessuno. Pochi politici hanno avuto a cuore le sorti del parco. Il problema ero io, perche’ gli limitavo il campo di dominio, e allora hanno inziato a etichettarmi in ogni modo. Sul parco si sono fiondate anche le associazioni ambientaliste, che io chiamo poltroniste, che vogliono avere poltrone. E parlo dei vertici, visto che alla base c’e’ tanta gente perbene. Il combinato disposto di partiti, speculatori e pseudoambientalisti ha deciso la mia eliminazione.

Quando lei fu licenziato nel 2002, il presidente del parco era Fulco Pratesi, leader del Wwf. Una garanzia?
Con Fulco Pratesi, a capo del Wwf, abbiamo lavorato bene, fino a quando ne ho caldeggiato la nomina e si e’ seduto sulla poltrona di presidente del parco. Quando c’e’ stato l’attacco contro di me, Pratesi mi ha allontanato, assecondando le richieste che arrivavavano da piu’ parti. Io mi aspettavo che mi allontanassero, ma non in quel modo, scatenando il fuoco amico dietro le spalle. Mentre mi operavo a cuore aperto, loro mi fecero fuori, con la barzelletta delle microspie. Pratesi si e’ piegato per varie ragioni, la minaccia contabile, il rischio isolamento. Dal ministero partirono siluri, boicottarono ogni passo, mandarono emissari nel consiglio e lo condizionarono. Ne hanno dette di tutti i colori su di me. Lei ha presente il dossieraggio di cui parlano i giornali? Beh, io ne so qualcosa. Una volta dissero che Tassi era iscritto alla P2, una volgarita’ falsa. Quando uscirono gli elenchi, emerse la verita’. Ogni mia azione provocava una violenta reazione.

Poi ci sono state le cause.
L’avversario bisognava annientarlo. Ospitavo terroristi, falso. Ho ricevuto ben oltre mille denunce, accuse, imputazioni, hanno usato il tritacarne giudiziario per bloccarmi, e c’e’ chi sostiene che questo mi ha salvato la vita, altrimenti gli enormi interessi dell’edilizia sfrenata avrebbero finito con l’ammazzarmi. La calunnia e’ un venticello, quando si aziona il ventilatore e’ difficile resistere. Sono stato assolto dal 99% delle accuse (e mostra i documenti giudiziari, ndr), ma resta l’ombra e il sospetto. Il golpe contro di me ha aperto la strada del controllo dei parchi, commissariati per gestirli in modo partitico e burocratico.

Come sta il parco d’Abruzzo oggi?
La gestione e’ burocratica e distratta, il parco e’ invaso da centinaia di “vacche sacre”, e non contrasta gli abusi che dilagano, ma e’ un trend che si sta consolidando. Il 10% di territorio protetto e’ troppo per i signori del mattone, che anziche’ abolire i parchi, mettono le mani sulla loro gestione. E cosi’ le tanto decantate aree protette non servono a molto, diventano soltanto belle etichette utili per vendere qualsiasi cosa. Non c’e’ coraggio, fantasia, i parchi hanno bisogno di innovazione, di puntare in alto, altrimenti rischiano il collasso.

 

Tratto da “La Voce delle Voci” di Ottobre 2010

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