INCHIESTA/ De Magistris, “Toghe Lucane” e Pecoraro Scanio uniti dal…Capitano Ultimo

Un filo rosso lega due vicende giudiziarie che hanno deviato il corso della storia italiana: l’inchiesta dell’ex pm Luigi De Magistris “Toghe Lucane” e il caso Pecoraro Scanio, che esplose sui giornali alla vigilia del voto. In primo piano la storia dell’investigatore che, mentre conduceva le indagini a carico dell’ex ministro, era contemporaneamente suo consulente al ministero e braccio destro di Guido Bertolaso per l’emergenza rifiuti. Ancora lui, il Capitano Ultimo

 

 

capitano-ultimoTanti punti di contatto, Una sequenza di circostanze, personaggi e coincidenze temporali impressionante. Al punto da rendere quasi naturale la ricerca dei possibili collegamenti fra le due vicende giudiziarie più clamorose dell’ultimo anno. Entrambe, tanto per cominciare, ci conducono alla Procura della Repubblica di una piccola città del Sud, Potenza.
Che esattamente un anno fa, ad aprile 2008, viveva la fase più arroventata dell’inchiesta Toghe Lucane condotta dal pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris. Da quella Procura parte negli stessi giorni la “bomba giudiziaria” che polverizza le sorti elettorali della Sinistra Arcobaleno, andando a centrare in pieno l’allora ministro Alfonso Pecoraro Scanio, proprio lui, da sempre considerato il “giustizialista”.

Partiamo dal 4 aprile 2008. Siamo alla vigilia di una scadenza elettorale arroventata. Il già fragile governo Prodi si è sbriciolato sotto l’inchiesta giudiziaria di Santa Maria Capua Vetere, che ha condotto agli arresti domiciliari Alessandra Lonardo, moglie del guardasigilli in carica Clemente Mastella. Lo stesso ministro, peraltro, risulta coinvolto nell’affare Why Not, che si annuncia come uno fra i più oscuri scandali della seconda repubblica, trame massoniche comprese. Se qualcuno intendeva portare a termine il disegno della P2 finalizzato alla riduzione della sinistra cosiddetta radicale, in odor di comunismo, ad una serie di gruppuscoli extraparlamentari, quello era il momento giusto. Un fulmine a ciel sereno parte dalla Procura piu’ “indagata” che esista in quel momento nel Paese, un caso unico in Europa: Potenza. E porta la firma di John Henry Woodcock, sempre in prima pagina per inchieste clamorose (tanto per dire, l’arresto di Vittorio Emanuele di Savoia), il magistrato napoletano di origini inglesi che aveva cominciato la sua carriera proprio all’ombra del Vesuvio come uditore di Arcibaldo Miller, divenuto sotto il precedente governo Berlusconi capo degli ispettori di Via Arenula.

Nove giorni esatti prima del voto del 12 e 13 aprile 2008, per uno dei tre leader della sinistra italiana scatta il cosiddetto “avviso di garanzia a mezzo stampa”. Contro ogni regola sulla violazione del segreto istruttorio, ben prima che all’indagato venisse notificato l’avviso di garanzia – quello vero – i principali quotidiani italiani escono sparando un articolo a tutta pagina: Alfonso Pecoraro Scanio indagato per abuso d’ufficio e corruzione. La sinistra radicale, già indebolita dagli scivolamenti del governo Prodi negli indici di gradimento, sprofonderà contro ogni previsione sotto il 4%. E’ la “verginita’” perduta. E’ che allora anche loro, i duri e puri delle battaglie in piazza per i diritti e la trasparenza, sotto sotto agivano come e forse anche peggio degli altri. Questo dice l’inchiesta di Potenza fra le righe, questo lo scenario in cui si perde quello 0,8% che avrebbe consentito la permanenza dei rappresentanti della sinistra alla Camera e al Senato.


NOTIZIE A OROLOGERIA

Chi ha pilotato la fuga di notizie? Quale fondatezza avevano le accuse sul conto del ministro per l’Ambiente in carica? Che fine fanno le indagini? Domande che, al momento della batosta elettorale, si annientano come gocce d’acqua in un turbine. Ma che oggi trovano qualche risposta in grado, forse, di mostrare particolari inediti su questo storico “incidente”. Cominciamo dalla prima domanda: le fughe di notizie a orologeria. E riassumiamo il concetto per coloro che non avessero seguito l’inchiesta della Voce di aprile scorso (“Echelon Italia”): l’intero apparato giudiziario italiano (dai grossi server fino ai personal computer di pm e cancellieri) da circa due anni è sottoposto ad un sistema di controllo cosiddetto “remoto”, che è centralizzato ed afferisce direttamente alle stanze del ministero della Giustizia. Protagonista assoluta del raggruppamento d’imprese capitanato da Telecom che si è aggiudicato il colossale (e strategico) appalto, è la CM Sistemi, un’impresa di Roma che era fra quelle al centro dell’inchiesta Why Not ed il cui manager, Maurizio Poerio, aveva rivelato proprio dinanzi a De Magistris di aver fatto parte, anni addietro, della squadra che negli Usa aveva messo a punto il sistema di sorveglianza Echelon.

Se qualcuno, insomma, aveva interesse a procurarsi la notizia e passarla inechelontempo “utile” ai giornali, sapeva come fare. Del resto, nella monumentale ricostruzione che la Procura di Salerno avrebbe poi reso della vicenda De Magistris (scagionando l’ex pm da qualsiasi addebito ed anzi, aprendo indagini a carico dei suoi accusatori, per la maggior parte magistrati dei distretti di Potenza e Matera), le “fughe di notizie” sono un elemento-chiave. Qualcuno lo monitorava ed utilizzava una certa stampa locale per avvertire preventivamente chi di dovere. Spingendosi poi fino al punto da accusare lo stesso De Magistris per le notizie “sfuggite”.

Nel caso Pecoraro Scanio, di quella violazione del segreto istruttorio che in altre vicende ha suscitato polveroni tali da far scattare la recente, durissima normativa ad hoc, non si è interessato nessuno. Il primo articolo di Repubblica è del 4 aprile, pagina 11. Porta la firma di Francesco Viviano della redazione di Palermo. Per il Corriere della Sera, con richiamo in prima pagina, scrive Fiorenza Sarzanini, virgolettando alcuni passaggi del j’accuse (in quel caso non succede niente. Pochi mesi dopo, a ottobre 2008, l’abitazione della giornalista viene perquisita dal Gico: aveva pubblicato notizie di un’inchiesta sull’ombra della ‘ndrangheta negli appalti per l‘Expo di Milano).


DOPO LO SCOOP, NIENTE

Punto secondo: la fondatezza dell’impianto accusatorio. La corruzione sarebbe fondata su viaggi in elicottero gratis ed una notte trascorsa in un hotel a sette stelle di Milano. Il tutto offerto graziosamente al ministro in cambio di favori resi all’imprenditore nel settore dei viaggi Mattia Fella. Completano il quadro il telefonino agratis e la storia dell’investimento immobiliare sul lago di Bolsena. In sintesi. Dopo lo scoop pre-elettorale, sulle indagini cala il silenzio. In contemporanea col botto, infatti, il pm Woodcock trasferisce tutto per competenza nella capitale, tribunale dei ministri. E così al proverbiale approdo nel porto delle nebbie va a sommarsi la lentezza cronica di quel Tribunale ministeriale. Risultato: a distanza di un anno, oggi agli occhi dell’opinione pubblica il castello delle accuse è ancora in piedi.

Eppure quella sensazione di inconsistenza che cominciò ad apparire fin dai primi giorni (possibile, ci si chiese, che un politico di lungo corso, con mezzi economici come quelli che puo’ aver acquisito un parlamentare dopo cinque legislature, sia cosi’ ingenuo da farsi corrompere per qualche volo in elicottero o per non pagare la bolletta del cellulare?) diventa oggi piu’ evidente, alla luce di alcuni precisi elementi raccolti dallo stesso Pecoraro Scanio e dai suoi avvocati. I voli in elicottero furono solo tre e mai per viaggi privati: un sopralluogo sul fiume Sarno (insieme al generale Roberto Iucci e con la scorta dei Carabinieri), una cerimonia ufficiale sull’isola di Salina ed una missione istituzionale sul Gargano. In tutti e tre i casi erano come sempre a disposizione i mezzi della Forestale. Fella propose l’utilizzo gratuito del suo elicottero a titolo di test, dal momento che aveva intenzione in futuro di proporre ai ministeri i suoi servizi con questo tipo di trasporto.

Quanto all’appalto del dicastero dell’Ambiente con la Visatour di Fella come agenzia di viaggi, risulta dalle carte che era stato stipulato al tempo del predecessore di Pecoraro Scanio, Altero Matteoli, e precisamente dal braccio destro di quest’ultimo Paolo Togni. Al contrario, proprio sotto la gestione Pecoraro Scanio si tiene la gara d’appalto per il rinnovo della convenzione con l’Apat (l’Agenzia nazionale protezione ambiente). Visatour, che in precedenza era aggiudicataria, gareggia. E perde. Quanto a Bolsena, basta ricordare che nessuna illecita lottizzazione risulta mai effettuata e nemmeno ipotizzata. Tanto meno l’ex ministro o suoi familiari hanno acquistato o ricevuto appartamenti.


LA VENDETTA DEL CIP

«Sa qual è la verità? – sibila a mezza bocca un funzionario al ministero dello Sviluppo Economico – Qua da noi si dice che “Chi di petrolio ferisce, di petrolio perisce”». Il riferimento è a quel benedetto-maledetto emendamento della Finanziaria 2007 che azzerava per sempre il Cip 6, la valanga di milioni di euro destinati come benefit dello Stato ai titolari di impianti per l’incenerimento dei rifiuti e di centrali a fonti fossili (carbone, olio combustibile, scarti della lavorazione petrolifera). Uno stop realizzato dal ministro-ambientalista “semplicemente” cancellando una parolina magica. Entrato in vigore nel 1992, il beneficio riguarda l’erogazione di incentivi ai produttori di energia da fonti rinnovabili, come accade nel resto d’Europa.

I furbetti italiani, però, da molto tempo avevano inserito tra le fonti di questo tipo anche inceneritori, carbone, olio combustibile e C., provocando le ire proprio della UE, che nel 2003 aveva comminato una sanzione al nostro Paese. Ripristinata dall’attuale esecutivo di Silvio Berlusconi, la parolina “e assimilate” accanto a “rinnovabili” era stata definitivamente abolita dal governo Prodi su precisa indicazione del ministro Pecoraro Scanio, proprio nella Finanziaria di dicembre 2007. Milioni di euro pagati dagli italiani con la bolletta dell’Enel che i giganti dell’economia italiana avrebbero visto sfumare fin dall’inizio del 2008. Ad avere il dente avvelenato contro l’ex ministro, comunque, non erano solo i signori del petrolio.

Perché fu anche per iniziativa di Pecoraro Scanio, nell’ambito dell’esecutivo Prodi, che venne decretato un altro storico stop: il fermo no di popolazioni locali e cittadini di tutta Italia al Ponte sullo Stretto di Messina, da protesta nei cortei stava per diventare un atto di governo. Valore dell’appalto: circa 4 miliardi di euro iniziali. Una posta in gioco altissima per le società concessionarie, in prima fila Impregilo. La stessa società che a causa delle inchieste avviate dalla magistratura partenopea sull’inceneritore di Acerra (del quale Pecoraro Scanio aveva aspramente criticato i criteri di costruzione, avvalorando i timori per la salute avanzati dalle comunita’ locali) rischiava in quel periodo un provvedimento di interdizione da tutte le gare d’apalto in Italia.


Tratto da La Voce delle Voci di Maggio 2009

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