INCHIESTA/2 De Magistris, “Toghe Lucane” e Pecoraro Scanio uniti dal…Capitano Ultimo

Appena quattro giorni fa l’ANSA batte questa notizia:”Toghe lucane bis, arrestato ex agente del Sisde“. Dai fondali sporchi e torbidi del maremagnum lucano riaffiorano detriti sull’assalto a quel pm, De Magistris, tanto odiato da massoni e confratelli. Esiste un filo rosso che lega due vicende giudiziarie che hanno deviato il corso della storia italiana: l’inchiesta “Toghe Lucane” e il caso Pecoraro Scanio. Il trait d’union? Un nome: il Capitano Ultimo

 

Nella prima parte di questa ricostruzione (INCHIESTA/ De Magistris, “Toghe Lucane” e Pecoraro Scanio uniti dal…Capitano Ultimo) si è messo in luce un aspetto fondamentale di Pecoraro Scanio: fu anche per sua iniziativa, nell’ambito dell’esecutivo Prodi, che venne decretato un altro storico stop. Il fermo no di popolazioni locali e cittadini di tutta Italia al Ponte sullo Stretto di Messina, da protesta nei cortei stava per diventare un atto di governo. Valore dell’appalto: circa 4 miliardi di euro iniziali. Una posta in gioco altissima per le società concessionarie, in prima fila Impregilo. La stessa società che a causa delle inchieste avviate dalla magistratura partenopea sull’inceneritore di Acerra (del quale Pecoraro Scanio aveva aspramente criticato i criteri di costruzione, avvalorando i timori per la salute avanzati dalle comunita’ locali) rischiava in quel periodo un provvedimento di interdizione da tutte le gare d’apalto in Italia.

 

ORO NERO NERO

Il Ponte, il termovalorizzatore, ma soprattutto, il petrolio. Ed è proprio l’oro nero a far da sfondo all’indagine giudiziaria su Pecoraro Scanio, che il pm Woodcock incrocia appunto nell’ambito dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata.

oroneroLe intercettazioni sul telefono del ministro cominciano intorno a settembre 2007. E qui arriva un’altra stranezza, davvero grossa. Che riguarda il Capitano Ultimo. Lui, che in quello stesso periodo era appena uscito indenne dal processo subito insieme al generale Mario Mori per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. Ma il punto non è nemmeno questo. Perché Ultimo, in quei mesi, è uno e trino. Riveste insomma tre diverse cariche. Di cui almeno due, alla luce di particolari inediti scovati dalla Voce, risultano clamorosamente inconciliabili.

Vediamo. Nel 2007 Sergio De Caprio (questo il vero nome di Ultimo), mentre conduce le indagini al fianco di Woodcock a carico, fra gli altri, di Pecoraro Scanio (come sappiano, effettuando pedinamenti, piazzando centinaia di microspie ecc.), al tempo stesso è ancora in carica come “Comandante del Reparto Analisi del Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente”, un organismo che era attivo al Ministero per l’Ambiente, situato all’ultimo piano del palazzone all’Eur dove ha sede il dicastero. Una sorta di strategic room, dove Ultimo era stato reclutato al tempo di Matteoli, maggio 2005.

La nomina viene confermata da Pecoraro Scanio il 14 luglio 2006, «ritenuto opportuno continuare ad avvalersi della collaborazione del Ten. Col. Sergio De Caprio per espletare le attività di consulenza e di supporto al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio nell’ambito delle complesse funzioni istituzionali». Nomina mai revocata durante tutta la permanenza al ministero di Pecoraro Scanio. Nemmeno durante i mesi di intercettazioni e indagini. Con un conflitto d’interessi a dir poco mostruoso: mentre veniva pagato dallo Stato per prestare la sua opera di consulente a favore del ministro, De Caprio lo intercettava, indagando su di lui al fianco di Woodcock. Sapeva qualcosa, di questa “doppia veste”, il pm anglo-napoletano? Ma non è ancora finita. Già, perché arriviamo al 3 maggio 2007, governo Prodi, e scopriamo il terzo e non meno delicato incarico svolto contemporaneamente, in quel periodo, dall’onnipresente Capitano Ultimo.

Ecco cosa dice dinanzi alla Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti presieduta dal diessino Roberto Barbieri il commissario straordinario per l’emergenza rifiuti a Napoli Guido Bertolaso, rispondendo a una domanda sulla presenza della malavita organizzata nella gestione del ciclo dei rifiuti: «Nell’ambito della struttura commissariale della protezione civile disponiamo di un nucleo di poliziotti e carabinieri. E forse avete saputo, perché è uscito sui giornali, che a coordinamento di questo nucleo c’è il colonnello Sergio Di Caprio, noto ai cittadini italiani come “Ultimo”. Io a “Ultimo” nell’ultimo anno ho fatto fare tanta attività in stretto contatto con le magistrature della regione». Ricapitolando, nel 2007 Ultimo: 1) manteneva il delicato compito di consigliere del ministro per l’Ambiente; 2) intercettava quest’ultimo nell’ambito delle più articolate indagini affidategli dal pm di Potenza; 3) girava in lungo e in largo la Campania per contrastare, quale braccio operativo di Bertolaso, i traffici illeciti di rifiuti. La domanda a questo punto è: chi sapeva tutto questo (a parte naturalmente lo stesso De Caprio)?


UNA PROCURA NELLA BUFERA

E allora torniamo a bomba. Cioè a Potenza. Dove in quello stesso, rovente autunno del 2007, sta andando ancora avanti, fra colpi e contraccolpi, l’inchiesta Toghe Lucane che coinvolge i massimi vertici della Procura. Vale a dire i diretti superiori gerarchici di John Woodcock. Chi sono? Partiamo dal Procuratore generale Vincenzo Tufano. Il 1 ottobre 2007 Calabria Ora, discusso quotidiano locale, pubblica in forma integrale la nota riservata con cui il procuratore generale Tufano chiedeva al guardasigilli in carica Mastella, al vicepresidente del Csm Nicola Mancino e ai componenti della prima commissione del Csm, l’avvio di iniziative disciplinari a carico di De Magistris.

In ben quattro atti giudiziariattacchi_demagistrisTufano, indagato da De Magistris, lo denuncia alla Procura di Salerno. Lo fa il 12 giugno (siamo sempre nel 2007), il 7 e il 21 luglio 2007 (quando presenta successive memorie integrative), rincarando infine la dose, con un esposto, il 26 ottobre. Il 22 maggio 2007 a denunciare De Magistris era stato anche un altro eminente magistrato il cui nome compariva fra gli indagati di Toghe Lucane, il sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi.

Come Tufano, anche Bonomi accusa De Magistris per le “fughe di notizie” sulla stampa. I pm salernitani Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani sottolineavano, nella richiesta di archiviazione con cui a luglio 2008 proscioglievano De Magistris, «lo stretto rapporto tra il Dr. Tufano ed il sostituto procuratore generale Dr. Gaetano Bonomi; i legami di quest’ultimo con gli ambienti del Ministero di Giustizia e dell’Ispettorato; i rapporti del Bonomi con alcuni dei pubblici amministratori imputati del processo cosiddetto “Panio” (un caso giudiziario riguardante nomine nella sanita’, ndr)». Procuratore capo a Potenza era stato, per buona parte del 2007, Giuseppe Galante. Fu proprio in seguito alle indagini a suo carico iscritte nell’ambito di Toghe Lucane che nel corso di quell’anno Galante preferì lasciarsi decadere dalla carica. Secondo le accuse del pm di Catanzaro De Magistris, Galante era «proprietario di parte dei terreni prescelti per la illegittima edificazione di un villaggio turistico di una società, la Marinagri spa, beneficiaria di un finanziamento miliardario da parte del Cipe».

Non meno pesanti le accuse rivolte prima da De Magistris e poi dalla Procura di Salerno al braccio destro storico di Galante, il sostituto procuratore Felicia Genovese, e a suo marito Michele Cannizzaro, massone del Grande Oriente d’Italia. Al punto che, mentre Galante si lasciava decadere, la Genovese veniva trasferita dal Csm a Roma per incompatibilità ambientale. Una Procura in pieno caos, dunque, quella in cui il pm John Woodcock e il suo investigatore di fiducia, il Capitano Ultimo, si trovavano a condurre le indagini sui presunti illeciti intorno all’affare petrolio in Basilicata, compreso quel particolare stralcio che finì per travolgere Pecoraro Scanio. Ad intrecciare – secondo il pm – le due vicende, una sola persona: l’imprenditore nel settore movimento terra e delle bonifiche Francesco Rocco Ferrara, aggiudicatario di lavori connessi all’estrazione del prezioso liquido. Ferrara era legato da rapporti d’affari a Mattia Fella.

Ma Pecoraro Scanio – come è poi emerso – non lo ha nemmeno mai conosciuto. Ferrara lavora spesso in cordata con Impregilo. Tanto che a Milano è coinvolto in un’inchiesta sul pool di imprese all’opera per il nuovo Pirellone, di cui la sua ditta fa parte insieme alla corazzata di Salvatore Ligresti. Particolare curioso: fra le numerose accuse mosse a Francesco Ferrara, una riguarda l’aver ottenuto illecitamente e “in tempo reale” copie e notizie delle indagini, assolutamente riservate, a suo carico. Addirittura gli vengono ritrovati in casa i fascicoli contenenti le sue intercettazioni telefoniche. Una “talpa”, dall’interno della Procura di Potenza, aveva pilotato a suo favore le fughe di notizie. Ma guarda un po’…

 

Tratto da La Voce delle Voci di Maggio 2009

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