INCHIESTA BPM/ La banca, l’Onorevole, il latitante e il boss: non è un film

L’inchiesta Bpm sta aprendo uno squarcio importante sul giro d’affari che si cela dietro le slot machines. Al centro delle indagini Francesco Corallo, oggi latitante ma gestore di una delle più grosse concessionarie dei Monopoli. Ombre anche sull’Onorevole Amedeo Laboccetta. La Procura conferma: il pidiellino avrebbe manomesso il portatile di Corallo facendolo sfuggire, dunque, ai controlli della Finanza.

di Carmine Gazzanni

inchiesta_bpmCosa c’entra l’Onorevole Amedeo Laboccetta con l’inchiesta Bpm che ha portato ad un’ordinanza di custodia cautelare per Massimo Ponzellini? E cosa c’entra questa con i grandi affari che ruotano attorno alle slot machines? Che ruolo riveste nella vicenda Francesco Corallo, titolare della Atlantis B-Plus, una delle più importanti concessionarie dei Monopoli di Stato? Gli intrecci che stanno emergendo dalle indagini della Procura di Milano rivelano legami inquietanti.

Di mezzo, infatti, c’è la politica, c’è la grande finanza e c’è l’imprenditoria. E c’è, soprattutto, un finanziamento da 148 milioni di euro alla società Atlantis B-Plus, attiva nei giochi d’azzardo, “un finanziamento che – scrivono i pm in un decreto di sequestro – appare incomprensibile, sia secondo i canoni di buona amministrazione sia, più gravemente, secondo le regole della disciplina in materia di riciclaggio”. Della Atlantis ce ne siamo già occupati qualche tempo fa. La concessionaria dei Monopoli di Stato, infatti, è gestita da Francesco Corallo, il quale risulta essere molto vicino agli ambienti malavitosi. Il padre Gaetano, infatti, è stato condannato a sette anni per associazione a delinquere per la scalata (sventata dai magistrati) ai casinò di Campione e Sanremo da parte degli amici del boss di Catania, Nitto Santapaola, di cui, d’altronde, Corallo era grande amico. Il boss di Catania, infatti, aveva fatto le vacanze a Saint Marteen (dove ha sede l’Atlantis B-Plus) alla fine del 1979. Non solo: il pentito Angelo Siino aggiunse che Santapaola aveva trascorso un anno da latitante a Saint Marteen nel 1986, quando sfuggiva all’arresto per l’omicidio del generale Dalla Chiesa.

Francesco, però, ha sempre precisato che i rapporti con il padre sono da tempo terminati e che, soprattutto, le sue società non hanno nulla a che fare con questi legami. Eppure si fa fatica a credergli. Anche Corallo, infatti, ha avuto problemi giudiziari: è stato sottoposto a indagini (che non hanno però portato ad alcun esito) per narcotraffico e riciclaggio. Parentele e indagini giudiziarie devono, però, essere sfuggite al ministero degli Esteri che, nel 2009, propone Corallo come console onorario. Proprio per Saint Marteen. Per fortuna il console italiano a Miami Marco Rocca, che avrebbe dovuto decidere sulla nomina, declina la proposta della Farnesina.

Ma torniamo all’inchiesta di Milano. Secondo la Procura la Atlantis avrebbe ricevuto questo finanziamento dalla Banca Popolare Milanese sebbene – risalendo la catena della gestione – la concessionaria sia una off-shore in quanto trova la sua sede legale, come detto, a Saint Marteen, nelle Antille Olandesi. Il rischio, insomma, come si legge su un rapporto ispettivo della Banca d’Italia reso noto alcuni giorni fa da La Repubblica, è che ci sarebbe un grave fenomeno associativo “coltivato all’interno delle strutture della Bpm”. Non a caso, infatti, secondo quanto sta emergendo in questi giorni, gran parte del cda sarebbe stato contrario a finanziare la Atlantis. Non lo era, però, Ponzellini che, alla fine, è riuscito a convincere gli altri membri del consiglio di amministrazione e a garantire a Corallo il suo prezioso finanziamento.

Il figlio del boss, intanto, non ha risposto all’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura e, dunque, allo stato attuale è latitante. Particolare assolutamente da non sottovalutare: Corallo è latitante, è indagato da una Procura italiana e, allo stesso tempo, gode di una concessione che gli assicura un fatturato annuo altissimo. Basti pensare che, secondo gli ultimi dati, quella dei giochi è senz’altro la terza industria del nostro Paese con entrate che toccano gli 80 miliardi di euro l’anno.

Abbiamo dunque l’imprenditore dal passato fosco, l’orizzonte malavitoso alle spalle e la tangente milionaria garantita dall’alta finanza. Manca, per completare il quadretto, il politico di turno. Ed eccolo: Amedeo Laboccetta, noto parlamentare pidiellino, da sempre fedele al Cavaliere. Ma non solo a lui, verrebbe da aggiungere. Secondo quanto ricostruito da Infiltrato.it, infatti, Labocetta è legato a doppio filo alla Atlantis.

Il suo nome, connesso con quello di Corallo, emerge per la prima volta nel 2006, nell’inchiesta riguardante le pressioni di Vittorio Emanuele di Savoia sui Monopoli di Stato. Leggendo le carte viene fuori, come rivelato dall’Onorevole Franco Barbato, un finanziamento di 50 mila euro da parte di Corallo a Laboccetta.

Non solo. Prima di diventare parlamentare Pdl, Laboccetta è rappresentante legale dell’Atlantis. E si adopera sin da subito per la società con cui lavora: in una delle intercettazioni emergono le sue pressioni a Francesco Cosimo Proietti, l’allora segretario di Gianfranco Fini. Il motivo? Evitare la revoca delle concessioni delle slot (per una condanna della Corte dei Conti per aver fatto funzionare i macchinari “in nero”, senza dunque comunicare la giusta rendicontazione al centro di controllo). Revoca che, caso o conseguenza, non ci sarà.

Divenuto parlamentare, però, Laboccetta parla chiaro: “Mi sono dimesso il giorno stesso in cui sono stato eletto. Dimesso da tutto. Da Atlantis, di cui non so più niente. Faccio il deputato a tempo pieno, sono nella commissione Antimafia”. Eppure non è proprio così. Il suo nome, infatti, riemerge nuovamente legato a quello di Corallo a fine 2011: mentre infatti le forze dell’ordine perquisivano casa di Corallo (proprio per le indagini sul alla Atlantis da parte della Banca Popolare di Milano), Laboccetta fa irruzione e prende un computer portatile e lo sottrae ai militari invocando l’immunità parlamentare. Di chi era quel computer? Troppe versione diverse erano state date fino a ieri: la prima fornita da Corallo è stata che il pc era della sua collaboratrice. Questa, come risulta dalla ricostruzione delle Fiamme Gialle, avrebbe affermato che era di un’assistente di Laboccetta  e alla fine il parlamentare ne ha rivendicato la proprietà (nel verbale della riunione dell’11 gennaio della Giunta per le autorizzazioni si legge che Corallo “la mattina del 10 novembre 2011 si recò presso la suddetta abitazione per recuperare il suo personal computer, che la sera precedente aveva lasciato su una sedia a ricaricare”). Una tesi surreale quella del pidiellino a cui gli investigatori non hanno mai creduto, tant’è che Laboccetta è finito nel registro degli indagati.

Oggi, però, la vicenda assume contorni più marcati. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti il computer era certamente di Francesco Corallo: Amedeo Labocetta, allora, l’avrebbe prelevato per poi ripulirlo fino all’ultimo file compromettente. Non c’è dubbio, si legge nell’ordinanza, che “la sottrazione del computer è stata certamente un’attività concordata da Corallo e Laboccetta, come dimostra anche la circostanza che lo stesso Corallo ha avvisato e chiamato in soccorso Laboccetta per essere assistito durante l’attività di perquisizione della Guardia di Finanza. Labocetta ha invece dichiarato, anche alla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati, di essersi recato spontaneamente presso Corallo proprio al fine di recuperare il «suo» pc portatile”.

Dopo però che la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha obbligato Laboccetta a consegnare il computer alla Guardia di Finanza rinunciando, dunque, all’immunità, sono state eseguite analisi tecniche e informatiche sul portatile. Analisi che sembrerebbero non lasciare alcun dubbio: “I risultati dell’ispezione sono sorprendenti – si legge ancora sull’ordinanza – il pc risulta manipolato con cancellazione dei pregressi dati. Dopo il blitz dell’onorevole Laboccetta sul pc è stato installato un apposito software denominato Cleaner idoneo alla «bonifica» dei dati del disco fisso, con una modalità capace di cancellare le tracce in profondità.

Non solo. Attraverso l’esame di un file residente nel sistema operativo si è accertato, inoltre, che il pc è stato acceso più volte. Nei giorni precedenti alla perquisizione, il giorno stesso e – questo è il dato importante – anche nei giorni seguenti. Ma c’è dell’altro: “fino alla data del 16/11/2011 il nome attribuito al pc era quello di ‘pc Francesco’ ed era presente una cartella stampa denominata ‘Francesco’; dalle 19,58 del 16/11/2011 gli eventi del pc sono invece riferiti a ‘pc XVI’”.

Non ci sarebbe alcun dubbio, dunque, che il pc sia stato manipolato “con la cancellazione dei dati, quindi rinominato al fine di occultare la effettiva proprietà del pc in capo a Francesco Corallo e, ovviamente, i contenuti pregressi dello strumento. Il proposito criminoso è andato, per la più parte, a buon fine perché, al di là delle vicende manipolative chiaramente emerse, non è stato possibile recuperare dal pc i dati cancellati”. I dati, dunque, sono andati persi. Ma – per fortuna – le responsabilità sono decisamente nitide. E, molto probabilmente, anche Laboccetta dovrà a breve rispondere di quanto fatto dinanzi ai magistrati.

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