ILVA TARANTO/ Tumori, minacce agli operai e corruzione: ecco perché la magistratura deve andare avanti

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Incidenze tumorali oltre il 30% rispetto alla media. Altissima mortalità per malformazioni congenite e malattie respiratorie. Per anni tutto è rimasto nel silenzio perché la dirigenza dell’Ilva aveva ottime conoscenze in regione e a Roma (“Clini è un uomo nostro”). Ed oggi chi parla e si espone rischia minacce e ricatti. Ecco perché la magistratura deve andare avanti. Ecco perché esecutivo e maggioranza stanno commettendo un vero e proprio oltraggio.


Quanto sta accadendo a Taranto ha  semplicemente dell’incredibile. Se la magistratura (finalmente) sta cercando di far luce su una situazione che – diciamocela tutta – per la gran parte era già nota a tutti, l’esecutivo dal canto suo, con tanto di maggioranza Pd-Pdl al seguito, continua a mettersi di traverso. Blatera di “conflitti”, guarda alla chiusura dello stabilimento dell’Ilva come, addirittura, “un fatto gravissimo”. Ma allora la domanda nasce spontanea: cosa sta accadendo a Taranto? Perché mai il Gip ha deciso di bloccare la produzione dell’acciaieria?

Dietro il polverone di polemiche che sta montando in questi giorni e che rischia di annebbiare e distogliere l’attenzione pubblica dal problema reale, c’è tanto. Ci sono innanzitutto dati impressionanti sulla contrazione di tumori e di malformazioni per troppo tempo taciute. Già, altro grave problema: il silenzio, una fitta rete omertosa che aleggia sull’acciaieria. Troppi interessi dietro, una nube di corruzione che oggi è stata squarciata dalle perizie ordinate dalla Procura di Taranto. E poi minacce, ricatti, vessazioni a cui sono sottoposti gli operai. Specie – ça va sans dire – quelli che si sono esposti, stanchi di una situazione raccapricciante, partecipando a sit-in, manifestazioni e scioperi.

A TARANTO SI MUORE DI TUMORI, MALFORMAZIONI E MALATTIE RESPIRATORIE – I gravi danni alla salute nel territorio tarantino sono sotto gli occhi di tutti. I numeri sono impressionanti: secondo il dossier presentato sabato scorso dall’Inail sullo stabilimento dell’Ilva, sarebbero 1500 le malattie professionalmente denunciate tra il 2000 e il 2010. Non solo. Stando a quanto emerso dal progetto “Sentieri” (studio epidemiologico nazionale dei territori e insediamenti esposti a rischio inquinamento), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Organizzazione mondiale della Sanità, si riscontrano “eccessi significativi di mortalità per tutte le cause e per il complesso delle patologie tumorali, per singoli tumori e per importanti patologie non tumorali, quali le malattie del sistema circolatorio, del sistema respiratorio e dell’apparato digerente, prefigurando quindi un quadro di mortalità molto critico”. Addirittura nei quartieri attorno allo stabilimento si tocca anche il 30% in più di incidenza tumorale: “incrementi significativi della mortalità rispetto al resto della Puglia – si legge ancora – si verificano per tutte le cause e per tutti i tumori”. Dalle neoplasie ai linfomi, dalle demenze alle malattie ischemiche del cuore. Numeri impressionanti, così come lo sono quelli relativi al tasso di mortalità per malattie respiratorie (+10 %), per malattie all’apparato digerente (addirittura +40% per le donne) o per malformazioni congenite (+15%). Una situazione, dunque, “molto critica” per via – si legge ancora nel dossier nero su bianco – “di un ambiente di vita insalubre”.

ZITTITA LA STAMPA, MANIPOLATI I CONTROLLI. “CLINI È UN UOMO NOSTRO – Domanda: ma allora perché soltanto oggi il velo è stato squarciato? Perché non prima? Semplice: la famiglia Riva, a capo del colosso industriale a Taranto, ha costruito una fitta rete di conoscenze e di clientele. Un modo tutto italiano per alzare un muro di silenzio invalicabile. È Enrico Fierro su Il Fatto Quotidiano a raccontare di alcune intercettazioni che accertano quanto detto. L’obiettivo dei Riva, secondo quanto sta emergendo dall’inchiesta della Guardia di Finanza di Taranto, era chiaro: zittire la stampa, rea di dar voce ad operai e cittadini stanchi di respirare veleni (“Bisogna pagare la stampa per tagliargli la lingua. Cioè pagare la stampa per non parlare”, dice Girolamo Archinà, l’ex uomo delle pubbliche relazioni per l’Ilva); pilotare i controlli dell’Arpa Puglia tramite le giuste conoscenze in regione (“Non avremo sorprese e comunque la visita della Commissione allo stabilimento va un po’ pilotata”: in questo modo l’avvocato Perli tranquillizza patron Riva). Insomma, l’obiettivo era mischiare le carte in tavola o, per meglio dire, coprire quelle pericolose. Scrive non a caso la Gdf tarantina che non ci sarebbe dubbio che la commissione Ipcc (la commissione che concede l’Aia, il documento necessario per il funzionamento dello stabilimento) sia stata “pilotata e che, comunque, sia stata in un certo qual modo in parte avvicinata”.

Ma attenzione. Dalle intercettazioni sembrerebbe che il gotha (si fa per dire) dell’Ilva avesse amicizie anche più in alto. Non solo in regione, ma anche a Roma. È ancora Archinà ad essere beccato al telefono mentre si gongola: “Corrado Clini è un uomo nostro”. Proprio lui, l’attuale ministro dell’ambiente, all’epoca direttore generale del ministero. Proprio uno di quelli che più si è scaldato contro la decisione del Gip di bloccare i lavori e chiudere l’acciaieria. Clini, in un impeto d’ira, ha parlato di “conflitti” tra magistratura e suo ministero, ha tirato in ballo addirittura “una grave violazione della deontologia processuale”. Insomma, la Procura per il ministro sta configgendo e violando. Ma cosa, nella fattispecie, non è dato sapere.

MANIFESTI CONTRO L’ILVA? L’AZIENDA TI RICATTA – I cittadini e gli operai, intanto, non mollano. Ma il rischio che stanno correndo, però, è enorme. Abbandonati da una politica che vuole assolutamente non chiudere lo stabilimento, sono anche in preda ai ricatti dell’azienda stessa. È quanto emerge dal notiziario del sindacato tarantino Slai Cobas. “La giornata – si legge – è caratterizzata dal pesante intervento ricattatorio dell’attuale portavoce di padron Riva, Bruno Ferrante, che, abbandonando i ‘guanti gialli’ e l’atteggiamento diplomatico dei giorni scorsi, dice nettamente che la conferma dei provvedimenti del giudice e la loro attuazione comporterebbe la chiusura dell’Ilva di Taranto ma anche di Genova e Novi Ligure, per non parlare delle centinaia di fabbriche dell’indotto di Taranto, Genova e Novi Ligure, nonché un’altra serie di aziende legate al ciclo produttivo dell’Ilva”. Atteggiamento questo che ci è stato confermato anche da un operaio dello stabilimento: “sì, ci dicono questo praticamente ogni giorno. L’obiettivo è quello di caricarci di responsabilità, di mettere sulle nostre spalle anche il futuro di altre aziende nella speranza che molliamo”. Ma gli operai, in piena solidarietà anche con i reiterati attacchi all’operato della magistratura, non hanno intenzione di cedere il passo. Ci dicono dal sindacato: “L’atteggiamento ricattatorio ha uno scopo solo: cercare di portare nettamente dalla propria parte le forze politiche, istituzionali e i vertici sindacali e soprattutto mantenere il morso della linea aziendalista e neocorporativa sugli operai Ilva, veicolata da capi, tecnici in fabbrica”.

Questo disegno di padron Riva – continuano – deve essere contrastato prima di tutto in fabbrica perchè le condizioni attuali in nessuna maniera permettono a padron Riva di cavarsela così”. Non potrebbe cavarsela così. A meno che non fiocchino, ancora, aiuti dall’alto di Roma.

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