ILVA TARANTO/ Le cifre degli intrecci tra sistema Archinà e famiglia Riva

L’Ilva, la più grande industria siderurgica italiana, vive la più brutta pagina della storia: 3 arresti, 4 persone ai domiciliari e diversi indagati per accuse di corruzione ed associazione a delinquere. Tra tangenti ed inquinamenti sottaciuti a discapito della salute pubblica –con l’incremento dei tumori, la storia dell’Ilva è il racconto dei magnati dell’acciaio, la famiglia Riva con i loro spostamenti di denaro da una holding all’altra. E intanto c’è il rischio chiusura e disoccupazione.

di Maria Cristina Giovannitti

ADG-famiglia-RivaMala tempora currunt per l’Ilva di Taranto e qualcosa era già nell’aria. Intanto il lustro della più importante industria siderurgica italiana fondata nel 1905, è proprio nella fase di declino: sei arresti e diversi indagati –tra cui politici e giornalisti compiacenti. L’indagine condotta da Remo Epifani, sostituto procuratore, si è arricchita di preziose informazioni e dati scoperti dal capitano Giuseppe Di Noi.


SISTEMA ARCHINÀ – Lo stesso capitano Di Noi ha parlato del crollo del ‘sistema Archinà’ grazie alle indagini condotte dalle fiamme gialle di Taranto. Con l’accusa di corruzione e associazione a delinquere gli arresti nell’Ilva sono sei, di cui tre con la condanna al carcere e quattro agli arresti domiciliari mentre sono indagati Aldo Buffo e Bruno Ferrante, entrambi presidente e direttore dell’Ilva. Agli arresti Fabio Riva, figlio del patron Emilio; Luigi Capogrosso, ex direttore e Girolamo Archinà ex consulente dello stabilimento, addetto alla pubblica amministrazione, licenziato ad agosto ed esecutore del sistema di tangenti e corruzioni. Ai domiciliari: dal 26 luglio 2012 il fondatore e magnate Emilio Riva;  Michele Conserva ex assessore provinciale all’Ambiente; Carmelo DelliSanti della Promed Engineering e Lorenzo Liberti preside della Facoltà di Ingegneria Ambientale all’Università di Taranto ed altro fondamentale tassello del sistema Archinà. Proprio al Liberti erano destinati i 10 mila euro di tangenti dategli da Archinà in un autogrill, soldi che sarebbero dovuti servire a manipolare con molta probabilità, la perizia che il preside di Ingegneria fece all’Ilva. Insomma la mazzetta serviva per diminuire la gravità del disastro ambientale e del rischio diossina.

 

FAMIGLIA RIVA – Gli sceicchi italiani dell’acciaio hanno segnato la loro epopea con una brutta storia di fondi che venivano spostati nelle holding di famiglia a proprio piacimento. La loro storia si lega all’Ilva nel 1995 quando lo stabilimento all’epoca statale, vive un periodo forte crisi ed è lì che entra in scena il gruppo Riva. Il Riva FIRE –Finanziaria Industriale Riva Emilio- con sede a Milano ha due società: la Riva Acciaio Spa e l’Ilva Spa. Tutto il dominio è nelle mani del ‘capostipite’ Emilio Riva. Eredi della dinastia Fabio e Nicola Riva. Con la privatizzazione cominciano le ‘stranezze finanziarie’ del grande stabilimento pugliese: molti degli introiti dell’Ilva veniva reinvestiti nella Riva FIRE, ovvero nell’altra holding di famiglia  tant’è che lo stesso Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, aveva notato degli ‘ingenti inutili’ che i Riva avevano giustificato come profitti spesi per il gruppo. Il problema è sorto a causa di un forte conflitto d’interessi: l’altra azienda dei Riva firmava contratti con l’Ilva e quest’ultima-l’Ilva-  pagava ingenti cifre di denaro che entravano nelle casse del gruppo di famiglia in maniera ‘regolare’. Insomma la Riva FIRE prendeva accordi con l’Ilva senza tener conto però che Emilio, Nicola e Fabio erano proprietari di entrambe le aziende e ciò significa che si accordavano con sé stessi. I conti non tornano neanche alla famiglia Amenduni, azionista del 10 percento e che chiede al gruppo Riva chiarimenti su questi contratti e sui movimenti sospetti dei fondi che passavano dall’Ilva alla holding: silenzio tombale.

CIFREDal 2008 al 2010 circa 190 milioni di euro sono stati spostati dalle casse dell’Ilva a quelle della Riva FIRE, soldi registrati in bilancio sotto il nome di consulenze per non destare troppi sospetti. Nel bilancio 2011 è chiarito che i costi destinati alla Riva FIRE corrispondono al 1,6 percento, che in cifre sarebbero 103 milioni di euro su un guadagno totale di 6 miliardi. Questa percentuale però varia nei casi di una decrescita del ricavato annuale per cui se l’Ilva guadagna poco, la percentuale da destinare alla holding si dimezza seppur all’atto pratico molte ‘manovre finanziarie’ sono apparse poco chiare. E mentre il patron Emilio Riva gestiva gli affari italiani, i figli hanno stretto rapporti economici con delle società in Olanda e Lussemburgo –una holding dal nome Stahlebeteilingungen, oltre alla Utia del Granducato. Intanto proprio poco tempo fa l’azienda lussemburghese ha venduto il 25,3 percento delle azioni dell’Ilva di cui era proprietaria ad un certo Siderlux, proprietario di un’altra holding con cui i figli Riva hanno stretto amichevoli scambi di denaro. Saranno solo delle coincidenze?

Tra brogli e corruzioni, il rischio tumori è altissimo e la minaccia della chiusura dello stabilimento si fa sempre più concreta.

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