ILVA/ L’incredibile ricatto di Riva: 5000 operai a casa. E Governo e Confindustria appoggiano l’industriale

Cinque mila operai senza lavoro. Così. Dall’oggi al domani. Questo è il risultato della decisione vendicativa presa dal patron Emilio Riva dopo che la magistratura ha disposto sette ordinanze di custodia cautelare, una delle quali colpisce proprio il figlio dell’industriale, Fabio Riva (vicepresidente del cda e, oggi, a tutti gli effetti latitante). Nonostante l’assurdità della vicenda, tutti solidarizzano con Riva: da Corrado Clini fino a Confindustria, tutti parlano di “accanimento giudiziario”. Quando la (triste) realtà supera l’immaginazione.

di Carmine Gazzanni

ilva_taranto_chiusuraChiusura. Per il gruppo Riva non ci sono alternative dopo i sette arresti disposti ieri dalla Procura di Taranto. Una decisione clamorosa che avrà effetti drammatici su migliaia e migliaia di famiglie: a perdere immediatamente il posto saranno circa cinquemila operai, a cui, però, si aggiungeranno altre migliaia. “L’azienda – ha detto ieri il segretario Fim Cisl Marco Bentivoglici ha comunicato la chiusura, pressoché immediata, di ‘tutta l’area attualmente non sottoposta a sequestro’ e ciò riguarda oltre 5000 lavoratori cui si aggiungerebbero a cascata, in pochi giorni, i lavoratori di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica”. Gli effetti, insomma, saranno incredibilmente disastrosi.

Ecco perché sarà “rappresaglia”, come affermato dal segretario della Fiom Cgil di Taranto Donato Stefanelli. “Questo atteggiamento ricattatorio ‘andate a casa’ – ha aggiunto Stefanelli – non esiste. Abbiamo chiesto cosa significa sul piano lavorativo, ma non lo sanno nemmeno loro. È un’azienda allo sbando e l’unica cosa che sa fare è mettere in atto una rappresaglia. Hanno subito stamattina i provvedimenti giudiziari e ora scaricano tutto sui lavoratori”. In sintesi, è proprio questo quello che è successo. Come detto, infatti, la decisione è stata presa proprio dopo che il Gip di Taranto ha disposto ben sette arresti – tre in carcere, quattro ai domiciliari – per vari reati che vanno dal disastro ambientale alla corruzione fino all’associazione a delinquere. Tra i sette mandati spicca quello destinato proprio a Fabio Riva, figlio del patron Emilio e vicepresidente dell’industria, il quale, peraltro, risulta nei fatti latitante dato che nessuno sa dove si sia rifugiato. Al centro delle indagini quel sistema Archinà – di cui Infiltrato.it ha già parlato – che ha assicurato per anni controlli superficiali i cui risultati spesso venivano concordati precedentemente (e in cui, dalle carte, emergerebbe un ruolo determinante anche di Nichi Vendola) in cambio di mazzette che potevano arrivare anche a dieci mila euro.


LA CHIUSURA DELLO STABILIMENTO: LA MESCHINA RITORSIONE NEI CONFRONTI DEGLI OPERAI – Per tutta risposta ecco la decisione di Riva: dopo i mandati di custodia cautelare, licenziati tutti gli operai, chiusi tutti gli stabilimenti. Come se tutta la responsabilità fosse della magistratura. Si legge infatti nel comunicato dell’azienda, che l’ordinanza del gip comporterà “in modo immediato e ineluttabile l’impossibilità di commercializzare i prodotti e, per conseguenza, la cessazione di ogni attività nonchè la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria attività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”. È facile rendersene conto. Da quanto si legge appare chiaro che l’obiettivo sia quello di far apparire la decisione dei giudici come causa della chiusura dello stabilimento. Siamo all’assurdo.

Nei fatti, invece, altro non è che una decisione vendicativa scaricata sugli operai. In pratica, una ritorsione. Una ritorsione, però, a cui gli operai non vogliono sottostare. Tutti i sindacati hanno già indetto uno sciopero dei lavoratori a partire da lunedì sera e per giovedì 29 novembre è prevista una manifestazione a Roma. “I Riva – si legge in una nota del sindacato – giocano duro e i lavoratori devono fare altrettanto”.


PER RIVA L’ILVA NON INQUINA – Finita qui? Certo che no. Il vertice aziendale dell’acciaieria non si è accontentato semplicemente della ritorsione nei confronti degli operai, ma ha continuato anche a negare l’evidenza: a Taranto – dicono – non c’è “un pericolo per la salute pubblica. In una nota addirittura si dice che è stato messo anche “a disposizione sul proprio sito le consulenze, redatte dai maggiori esponenti della comunità scientifica nazionale e internazionale, le quali attestano la piena conformità delle emissioni dello stabilimento di Taranto ai limiti e alle prescrizioni di legge, ai regolamenti e alle autorizzazioni ministeriali, nonché l’assenza di un pericolo per la salute pubblica”. Peccato che decine e decine di rapporti dicano esattamente il contrario con percentuali fuori dall’ordinario di contrazioni tumorali, malformazioni congenite e malattie legate al sistema cardiorespiratorio. Casualità? Secondo i tanti dossier stilati a riguardo, assolutamente no.


CLINI E CONFINDUSTRIA DIFENDONO RIVA: TUTTA COLPA DEI GIUDICI – Insomma, menzonge, ritorsioni, ricatti, vendette fatte scontare su operai inermi. E poi quanto appurato dalle indagini della magistratura: documenti falsi redatti in cambio di soldi, mazzette, corruzione, conclamato disastro ambientale, omertà da parte di funzionari pubblici – regionali e non – oltrechè del vertice aziendale. Ebbene, nonostante tutto questo, Emilio Riva e figlio hanno ottenuto piena solidarietà da parte di Governo e Confindustria. Tutti d’accordo nel ritenere che le responsabilità nella vicenda siano imputabili alla magistratura, rea di aver portato a galla il marcio – in tutti i sensi – che c’era a Taranto. Quasi meglio se niente si fosse venuto a sapere. Quasi meglio una morte in più che questo caos.


CLINI, COSA DICI? – L’associazione degli industriali ha parlato, addirittura, di “accanimento giudiziario”. Della stessa opinione anche il ministro della Salute (?) Corrado Clini, secondo cui ci sarebbe un esplicito “conflitto” tra il risanamento disposto con l’autorizzazione Aia rilasciata dal ministero e la decisione della magistratura. Peccato, però, che Clini confonda i piani della questione. Per due motivi. Buona parte dell’inchiesta verte sull’associazione a delinquere creata ad hoc – direttamente da Archinà, indirettamente da Riva – per ottenere licenze e certificati che altrimenti non si sarebbero mai avuti.

Ma c’è dell’altro. Nella nota dell’industria si contesta che, oltre agli arresti, il gip Patrizia Todisco abbia deciso anche per il sequestro di tutto l’acciaio finora prodotto dal 26 luglio scorso. È questo accanimento giudiziario, come vorrebbe far credere Confindustria? Niente affatto. Semplice applicazione della legge. L’Ilva, infatti, “imperterrita” ha continuato “nella criminosa produzione dell’acciaio, nella vendita di questi prodotti assicurandosi lauti profitti non curante delle disposizioni dell’autorità giudiziaria e in violazione di tutti i provvedimenti giurisdizionali sopraindicati (i decreti di sequestro, ndr)”. In altre parole, ha continuato a produrre nonostante l’autorità giudiziaria avesse emesso un primo provvedimento il 26 luglio del 2012 – poi confermato dal Riesame e così fino in Cassazione – di blocco della produzione. L’azienda del gruppo Riva non avrebbe potuto far uscire dalla fabbrica nessuno tipo di lavorato o prodotto. Tutto l’acciaio prodotto all’Ilva da quel giorno in poi è frutto di un reato. Ecco perché è stato posto sotto sequestro. Niente di più normale. Lo prescrive la legge. Ma sono dettagli. Quando ci sono interessi economici meglio parlare di “accanimento giudiziario”. Un evergreen in questi casi. Anche se si è ministri della Salute. O, perlomeno, dicunt.

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