Il lavoro sommerso in Italia e gli affari della mafia

Elio Veltri ha tracciato insieme a Giorgio Ruffolo, all’economista Franco Archibugi e ad Alessandro Masneri, avvocato, l’allucinante mappa dei capitali, sommersi e mafiosi, che sfuggono ai controlli degli Stati. Intorno al documento, qui in anteprima, si e’ costituito un osservatorio permanente. Fra i primi ad aderire, Fabio Granata della Commissione Antimafia e il vicepresidente dei senatori PD Luigi Zanda.

affari_mafiosiLa classificazione congiunta dell’Onu e dell’Eurostat distingue le varie componenti dell’economia non direttamente osservabile in:
economia sommersa: e’ l’economia legale che sfugge al controllo e alle rilevazioni della pubblica amministrazione a causa dell’evasione fiscale (il cosiddetto “sommerso di impresa”) nonche’ della mancata osservanza della normativa previdenziale e giuslavoristica (il “sommerso di lavoro”);
economia illegale e criminale: ovvero attivita’ di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione e possesso sono proibite dalle norme penali, o svolte da personale non autorizzato;
economia informale: attivita’ legali svolte su piccola scala con rapporti di lavoro basati su relazioni familiari o personali e scarsa divisione dei fattori produttivi, capitale e lavoro.

IL SOMMERSO
La dimensione dell’economia sommersa in Europa viene stimata fra il 7% e il 16% del Pil degli stati membri (dal 5% dei paesi scandinavi e dell’Austria al 20% dell‘Italia e della Grecia). La stima piu’ contenuta dell’economia in nero viene fornita dall’Istat, che la valuta per il 2006 tra il 15,3 e il 16,9 del Pil, con un’evasione fiscale di circa 110 miliardi di euro e contributiva di circa 50 miliardi. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze indicava il gettito delle imposte perdute pari al 7% del Pil e l’evasione contributiva al 10%, con un valore aggiunto dell’economia sommersa pari al 18%. Altri – come il professore Friedrich Schneider, economista dell’Universita’ di Linz – la valutano, in linea con il Fondo Monetario Internazionale, pari al 26,2% circa del Pil.

Il Fondo Monetario Internazionale ha analizzato per gli anni 1999-2001 l’incidenza del sommerso sul Pil in 84 paesi. Tra i paesi dell’Ocse l’Italia occupava il secondo posto con un’incidenza del 27%, dopo la Grecia, a fronte di paesi come gli Usa, Austria, Svizzera la cui incidenza non superava il 10%, di altri come Russia, Bulgaria, collocati tra il 30 e 40%, e Nigeria, Thailandia, Bolivia con oltre il 70% . Rispetto ai paesi Ocse, nei quali negli ultimi 10 anni il sommerso e’ stato pari al 15-20% del Pil, il sommerso italiano supera la media di oltre il 60%. L’Eurispes nel 2007 dava valori ancora piu’ elevati: 549 miliardi di euro, equivalenti alla somma del Pil di Finlandia (177 mld), Portogallo (162 mld) Romania (117 mld) e Ungheria (102 mld), con una integrazione in “nero” del reddito familiare pari a circa 1.330 euro mensili. Le cause venivano individuate nella insufficienza e permissivita’ dei controlli, nell’eccesso di burocratizzazione e regolamentazione, nella struttura industriale fatte di piccole e microaziende.ocse

Cio’ significa che una parte consistente della ricchezza prodotta sfugge a qualsiasi controllo dello Stato. A tal proposito bisogna distinguere fra pressione fiscale “apparente” e pressione fiscale effettiva. La distinzione, necessaria, e’ dovuta all’enorme quantita’ di economia sommersa “legale” che viene computata nel Pil dei singoli paesi e quella illegale e criminale che resta fuori dal Pil perche’, essendo la valutazione molto difficile, rischierebbe di stravolgerne i dati effettivi. Rischio che l’Europa non vuole correre, dal momento che i contributi dei singoli paesi all’Unione sono calcolati sul Pil.

Ora, mentre la pressione fiscaleapparente” si aggira sul 42% ed e’ nella media europea, la pressione fiscale effettiva – dovuta all’economia sommersa e a quella criminale – per chi le tasse le paga e’ superiore di circa 8-10 punti percentuali. Secondo il Censis nel 2006 la prima oscillava tra il 40 e il 44% come in Francia ed in Germania, la seconda era pari al 50,4%, cioe’ la piu’ alta in Europa. Secondo le stime 2007 dell’Eurispes, «a fronte di una pressione ufficiale tra il 42% ed il 43%, si sarebbe avuta una pressione effettiva, sui contribuenti che versano regolarmente le imposte, oscillante tra il 52% ed il 53%».

La stima dell’Eurispes e’ confermata da Francesco Giavazzi il quale sul Corriere della Sera del 26 agosto 2009 scrive che «la pressione fiscale effettivamente subita da chi non evade e’ maggiore di quella ufficiale di circa 11 punti».
Per cui, nel mettere mano alla riforma del fisco, sembrerebbe necessario e doveroso tenerne conto, affrontando contestualmente il problema di circa un terzo della ricchezza prodotta che non rispetta le leggi dello Stato o, come quella criminale, viola il codice penale.

I FATTURATI MAFIOSI
Il fatturato annuo delle mafie italiane, valutato da organismi diversi, si aggira all’incirca sui 170-180 miliardi di euro ed e’ uguale alla somma dei Pil di Estonia (25 mld), Romania (97 mld), Slovenia (30 mld) e Croazia (34 mld).
Un rapporto del Censis realizzato per la Commissione Parlamentare Antimafia rileva in quattro regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Campania e Calabria) presenza mafiosa in 610 comuni con una popolazione di 13 milioni di abitanti, pari al 22% della popolazione italiana e al 77% della popolazione delle 4 regioni. A questo 22% corrispondono il 14,6% del Pil nazionale, il 12,4% dei depositi bancari ed il 7,8% degli impieghi. Nel 2007 il Pil pro capite delle quattro regioni interessate era il piu’ basso del Mezzogiorno, mentre il tasso di disoccupazione era il piu’ alto. I dati smentiscono l’ipotesi, ancora caldeggiata, secondo la quale la mafia, investendo il denaro illecito nel Sud, ne favorirebbe lo sviluppo.

La mafia spa e’ la prima azienda italiana per fatturato e utile netto ed una delle piu’ grandi per addetti e servizi. Il solo ramo commerciale della criminalita’ mafiosa e non, che incide direttamente sul mondo dell’impresa, ha ampiamente superaro i 92 miliardi di euro annui. Cosi’ ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle mani dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi: qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160.000 euro al minuto. La mafia e’ diventata una grande impresa multinazionale che opera nell’economia globale esattamente come una qualsiasi multinazionale. Non ha piu’ bisogno di uccidere, perche’ corrompe e compra.

In periodi di crisi economico-finanziaria – quale quello che stiamo vivendo – le imprese hanno difficolta’ a stare in piedi e ci sono situazioni di difficile accesso al credito, mentre le organizzazioni mafiose trovano un terreno fertile e possono entrare in una relazione devastante con gli imprenditori. Negli ultimi tempi in molte citta’ italiane del centro e del nord sono stati sequestrati beni per decine di milioni di euro. Il caso piu’ significativo e’ quello di Modena dove il Procuratore della Repubblica, Vito Zincani, rivolto ai modenesi ha dichiarato: «Se per magia avessi il potere di sradicare il crimine dalla citta’ mi caccereste, perche’ l’avrei rovinata». A Modena 600 aziende sono in odore di mafia. E a Milano? In una mappa pubblicata dal Corriere della Sera la citta’ appare circondata da cosche della ‘ndrangheta di cui e’ certamente la capitale. lavorosommerso_410

In uno studio condotto dal senatore John Kerry con la collaborazione dell’Universita’ di Pittsburgh, diventato successivamente un rapporto al Congresso degli Stati Uniti e poi un libro (ignorato in Italia), l’ex candidato alla Casa Bianca esamina il rapporto mafia-economia e mafia-democrazia delle cinque mafie piu’ potenti del mondo (cinese, giapponese, russa, italiana, sudamericana) e conclude affermando che esse costituiscono la terza potenza economica mondiale, capace di stravolgere le regole del mercato e di condizionare fortemente l’economia legale e la democrazia.

Per quanto riguarda le mafie italiane (indicate come mafia) Kerry sottolinea che «per assicurarsi protezioni ad alti livelli i mafiosi italiani si concentrano sui politici, comprano numerosi ufficiali di grado elevato e corrompono politici di altri paesi. Inoltre sono rispettate perche’ hanno fornito alle altre il know how». Il 30 maggio del 2008, prima di lasciare la Casa Bianca, George Bush ha inserito la ‘ndrangheta nella lista nera delle organizzazioni “canaglia” istituita con il Kingpin Act del 1999. La notizia e’ clamorosa ma anch’essa ignorata in Italia.

Secondo i dati accertati da una societa’ olandese, la Inter Risk Management che si occupa di riciclaggio, all’inizio del terzo millennio il Pil della criminalita’ organizzata ha toccato i 1.000 miliardi di dollari, cifra superiore ai bilanci di 150 paesi membri dell’Onu. I beni consolidati delle mafie italiane vengono stimati 1.000 miliardi di euro: la loro confisca risolverebbe il problema del debito pubblico. Ma i sequestri vanno a rilento e costituiscono il 10% dei patrimoni mafiosi e, di questi, solo la meta’ arriva a confisca. Il che significa che finora e’ stato confiscato solo il 5% dei patrimoni, di cui una parte consistente non e’ stata nemmeno assegnata. Come sempre, dunque, la moltiplicazione delle leggi e’ inutile e dannosa e non consegue gli obiettivi. L’approvazione di un testo unico della legislazione antimafia e il funzionamento a pieno ritmo della “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalita’ organizzata” potranno dare un contributo positivo al problema.

ARMI SPUNTATE
Confesercenti informa che nel 2009 sono state sequestrate 595 aziende di cui 9 al nord, 19 al centro, 42 nel Lazio e le rimanenti nelle regioni meridionali. Secondo un’opinione diffusa, la mafia italiana rimane un problema del Sud. Questo e’ il piu’ grande errore che si possa commettere. Il fenomeno mafioso ormai si e’ esteso a tutto il territorio nazionale ed ha invaso l’Europa. La capitale delle mafie e’ indiscutibilmente Milano: non a caso piu’ di un terzo delle segnalazioni sospette di riciclaggio degli operatori finanziari (5695 su 14500) sono state eseguite in Lombardia, mentre le segnalazioni dei professionisti in tutto il Paese ammontano a 139.

Dal 1992 al 2008 secondo la Confesercenti sono stati sequestrati beni per 6,7 miliardi di euro circa e ne sono stati confiscati per 1,4 miliardi. L’associazione, alla luce dei ritrovamenti di pizzini, libri mastri e files, fornisce un’informazione dettagliata anche degli stipendi mensili ai vari livelli: capo clan (amministratore delegato) 10.000-40.000 euro; capo zona (direzione e progettualita’) 5-10.000 euro; vice capo zona (direzione e progettualita’) 3-5-6.000 euro; autori attentati e omicidi (operativita’) 2.500-25.000 euro; esattore (operativita’) 1.500-2.000; pusher (operativita’) 1.500-2.000, se minorenne 1.000 euro; sentinella/palo (operativita’) 1.000-500 euro. Secondo il Ministero della Giustizia i beni complessivi sequestrati sono stati 51.793 e 28.959 relativi agli ultimi cinque anni. I beni immobili confiscati e assegnati sono 3.441, di cui 506 assegnati allo Stato e 2.935 ai comuni.

Nonostante questo ancora tanto deve essere fatto e il problema si potra’ risolvere solo quando la “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalita’ organizzata” funzionera’ a pieno ritmo e con personale qualificato. In ogni caso, rispetto alle stime riportate si tratta veramente di poca cosa.
Il problema vero e’ che la globalizzazione ha reso evanescente la dicotomia tra economia e criminalità, con le mafie favorite dalla caduta delle frontiere e dalle nuove tecnologie come internet, oltre che dalla mancanza di organizzazioni internazionali con poteri necessari per fare rispettare le leggi ed il diritto, che rimane confinato entro le frontiere degli Stati nazionali.

Insomma, si combatte contro iniziative e interessi globali con armi spuntate. Questo vale in particolare per il riciclaggio di denaro sporco che trova nei paradisi fiscali, spesso irraggiungibili, i luoghi adatti per le transazioni e il lavaggio. in modo che possa entrare nel circuito dell’economia e della finanza legale. A questo si aggiunge l’inadeguatezza della legislazione italiana: i processi per riciclaggio che arrivano a sentenza definitiva sono pochissimi. Eppure, ogni giorno nel mondo viene ripulito piu’ di 1 miliardo di dollari e l’Italia vi concorre in maniera determinante fungendo da canale riciclatore per almeno l’80% dell’intera somma.

 

Tratto da La Voce delle Voci di Luglio 2010

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