Il Governo para massonico della “Kasta Viva”: nome per nome, ecco l’élite dai doppi e tripli incarichi

Come racconta Rita Pennarola su La Voce delle Voci, un abisso separa la facoltosa, pletorica squadra di Enrico Letta (ben 21 ministri, più l’esercito del sottobosco governativo) dai milioni di italiani che ogni giorno faticano a sopravvivere. Da coloro che hanno perso il lavoro ai pensionati alla canna del gas, dalle famiglie sfrattate che vivono in auto a quelle che tagliano medicine e alimentazione per andare avanti, si delinea il quadro di un Paese reale sul quale si staglia l’olimpo del ceto eletto, ministri prelevati da esclusivi organismi internazionali, altrettante lobby di potere dove le nuove leve vengono allevate per occupare i posti chiave dei governi. Una sorta di “para-massoneria”- come la definisce in un libro choc di prossima uscita il massone ribelle Gioele Magaldi – al servizio dei manovratori universali. Qui partiamo dai ministri più facoltosi della nuova kasta, milione per milione.

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Senza alcun pudore di fronte alla miseria in cui versa il Paese, Enrico Letta e Giorgio Napolitano hanno varato l’esecutivo dei ricchi, prevalentemente composto da rappresentanti della casta con doppi, tripli e quadrupli emolumenti (quasi sempre di provenienza statale), che permettono di accumulare ogni fine mese somme da capogiro. E che perciò ben difficilmente consentiranno loro di raccogliere il grido di cittadini, famiglie e imprese ridotti alla disperazione. Benvenuti nel Governo dei Paperoni.

Non si tratta, evidentemente, dell’unico o del principale limite di questa nuova squadra, perché i problemi – in parte noti, ma per molti versi inediti – sono ben altri, e lo vedremo. Tuttavia il fattore ricchezza, quell’accentuato alone di opulenza che circonda le vite di tanti neoministri, rende fin da subito la dimensione del gap che separa, oggi più che mai, governanti e governati, tanto da offrire agli italiani l’immagine di un olimpo pletorico (la bellezza di 21 ministri, più la corte infinita di sottosegretari e sottobosco governativo), facoltoso e, già per questo, quanto meno autoreferenziale.

Cominciamo perciò da Fabrizio Saccomanni, ex direttore generale di Bankitalia e ora sulla poltrona di Quintino Sella, che con 838.500 euro e passa l’anno era stato già inserito l’anno scorso nell’elenco dei vertici bancari pagati a peso d’oro, superato solo da Giovanni Gorno Tempini (Cassa Depositi e Prestiti, 2 milioni) e Mario Draghi (Bce, oltre 1 milione).

Allievo di Guido Carli ed amico da sempre di Romano Prodi, Fabrizio Saccomanni «con Carlo Azeglio Ciampi ha condiviso la grande battaglia per entrare nell’Euro» (Giorgio Dell’Arti, “Catalogo dei viventi”), ingresso avvenuto con un cambio sfavorevole all’Italia – come a distanza di vent’anni ammettono grandi economisti – e che tuttora costa lacrime e sangue ai ceti meno abbienti del nostro Paese.

Problemi che sfiorano appena l’èlite finanziaria nostrana. Qualche seccatura però potrebbe arrivare, all’ex direttore di Bankitalia, dalle denunce per omessa vigilanza dell’Istituto di Via Nazionale su colossi come Monte Paschi, che scavavano voragini debitorie da miliardi. A mettere nero su bianco era stata l’Adusbef, il cui presidente Elio Lannutti scriveva in un’interrogazione parlamentare dei mesi scorsi a proposito di Mps e della sua esposizione da 18,3 miliardi: «Invece di approntare difese d’ufficio interessate sulla Banca d’Italia, che non ha vigilato secondo le carte ed i documenti ispettivi, ora al vaglio delle Procure della Repubblica per lo scandalo dei derivati tossici del Monte dei Paschi di Siena, sia Mario Monti che altre altissime istituzioni farebbero bene a leggere i documenti che provano l’omessa vigilanza di Consob (…) e di Bankitalia, i cui massimi responsabili sono Mario Draghi, Anna Maria Tarantola, Fabrizio Saccomanni».

Da quegli atti ispettivi su Mps del maggio-agosto 2010 emergevano infatti «risultanze parzialmente sfavorevoli, sia sulla regolamentazione delle operazioni finanziarie, che sulla mancanza di competenza nella capacità di gestire i rischi assunti». Però nessuno li ha fermati.

«Spiace – dice Lannutti, autore fra l’altro del libro Bankster – dover contestare ricostruzioni di comodo da parte della Banca d’Italia, un apparato burocratico con 7.500 dipendenti, che impiega un paio di anni solo per redigere le sanzioni alle grandi banche sue azioniste. Non servono – incalza l’ex senatore – maggiori poteri, ma più tempestività e minore segretezza, per evitare operazioni riservate come lo scandaloso prestito da 2 miliardi di euro fornito dalla Banca d’Italia a Mps nell’ottobre 2011».

CASA, DOLCE CASA

Restiamo ancora un po’ nelle cerchie milionarie per incontrare subito il neo sottosegretario alla presidenza del Consiglio (e ministro uscente del governo Monti) Filippo Patroni Griffi. Anche perché nemmeno lui era sfuggito agli strali di Lannutti lanciati in un paio di interrogazioni parlamentari al calor bianco presentate nella scorsa legislatura. A partire dalla casa con vista sul Colosseo, poco distante da quella di Claudio Scajola che fece gridare allo scandalo, ed acquistata da Patroni Griffi per un prezzuccio da ridere: 1600 euro al metro quadro (quanto un podere isolato alla Magliana): special prize per il “povero”, vecchio inquilino di un immobile statale. Nulla d’illegale, quindi, ma più d’un mal di pancia per le tante famiglie costrette negli ultimi mesi a lasciare le loro abitazioni per andare a vivere in macchina. Cui resta sullo stomaco anche l’elenco delle proprietà immobiliari intestate a chi ci governa, come Enzo Moavero Milanesi (due fabbricati a Monte Argentario, altrettanti sull’Adda, in provincia di Lodi, più quattro a Roma tra Parioli e Flaminio), o il nuovo guardasigilli Anna Maria Cancellieri (oltre 3 milioni di solo valore catastale derivante da 12 fabbricati e 11 terreni sparsi su tutta la penisola). Quattro invece i fabbricati del neoministro per la pubblica amministrazione Giampiero D’Alia, quota Monti, proveniente dalle fila dell’Udc siciliana benedetta da Toto’ Cuffaro.

Ma ad inquietare più d’ogni cosa gli italiani sono quei doppi e tripli stipendi che l’apparato governativo continua diligentemente ad assommare. Come lo stesso Patroni Griffi, che in quanto presidente di sezione del Consiglio di Stato fuori ruolo guadagna 17 mila euro al mese. Incarichi extragiudiziali a parte, naturalmente. Come quando è stato alla Commissione per la valutazione e trasparenza della pubblica amministrazione, poi a capo del nucleo per la semplificazione, quindi all’Autorità Garante per la privacy, con relativi stipendi da circa 200mila l’anno.

Senza contare gli “extra”, ad esempio quello riportato dal sito del Ministero della Giustizia: «Patroni Griffi Filippo, Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, Presidente del Collegio arbitrale per la risoluzione della controversia tra la Fiat spa e la Tav, Treno ad Alta Velocità spa, conferito dagli arbitri di parte. Durata: nei termini di legge. Petitum: euro 536.319.058,00». A fronte di quel “petitum”, alla fine si è visto assegnare 76.950 euro netti.

Dulcis in fundo, la docenza all’Università Roma 3, dove il professor Patroni Griffi è in compagnia di colleghi illustri quali, per esempio, i due figli del capo dello Stato, Giulio e Giovanni Napolitano.

CHIAMALE SE VUOI FONDAZIONI

trigilia-carloRestiamo nell’orbita dei ministri più facoltosi e passiamo perciò a Carlo Trigilia, nuovo titolare della Coesione territoriale. Sociologo, docente all’Università di Firenze, il professor Trigilia è nato nel 1951 a Siracusa e con la sua terra d’origine ha mantenuto sempre solidi rapporti. Ad esempio, attraverso la potente Fondazione Banco di Sicilia, che nel 2005 lo vedeva nel board come membro di un cda presieduto da Giovanni Puglisi. Per lungo tempo azionista di maggioranza del Banco di Sicilia (60% del capitale), la Fondazione a fine anni ‘90 passa, insieme alla banca controllata, nell’orbita del Banco di Roma, destinazione finale Unicredit, nel cui azionariato permane tuttora, dopo aver cambiato il nome in Fondazione Sicilia.

Nel 2008 Unicredit e Fondazione Sicilia danno vita alla Fondazione Res, dagli scopi meno dichiaratamente filantropici, ma rivolta prevalentemente agli studi di economia. Sul ponte di comando lo stesso Carlo Trigilia e, al suo fianco, ancora Giovanni Puglisi, divenuto presidente di Iulm, l’università privata milanese che collabora da tempo con Mediaset. Segretario generale di Res e della Fondazione Sicilia è poi l’avvocato Raffaele Bonsignore, vicepresidente del Cerisdi, il Centro studi di Castello Utveggio nel quale aveva sede un reparto coperto dei Servizi segreti al tempo di Falcone e Borsellino.

In mancanza di bilanci ufficiali pubblicati sui siti delle due Fondazioni, qualche calcolo lo si può fare partendo da Wikipedia, che ci informa come sia oggi pari allo 0,60% la quota azionaria di Unicredit Group posseduta da Fondazione Sicilia. Ed ammonta a quasi venti miliardi (per la precisione 19.654.856.199 euro) il capitale sociale di Unicredit al 25 marzo 2013. Ciò significa che Fondazione Sicilia è proprietaria di una fetta pari a circa 120 milioni di euro. Tanto la Fondazione quanto Unicredit sostengono ufficialmente le sorti economiche di Res.

Però, guardando oltre le fondazioni milionarie, tra le benemerenze che hanno portato alla cooptazione di Trigilia nella compagine di governo c’è soprattutto la sua presenza nel think tank dalemiano Italianieuropei, lobby entro cui abitualmente il potere pesca uomini in perfetto stile “bicamerale” da destinare a cariche di vertice (non a caso, proviene dalle stesse fila italiane-europee il nuovo ministro dei beni culturali Massimo Bray).

VEDRAI, VEDRÒ

E ora siamo davvero a bordo di quell’astronave che conduce alle star del potere mondiale, perché ci avviciniamo ad Enrico Letta, i cui primati non consistono stavolta in una disponibilità economica particolarmente elevata (una media da 150mila euro l’anno in dichiarazione dei redditi), ma riguardano la sua permanenza in seno alle compagini che decidono i destini economici dell’Europa. E che non sono solo Bilderberg o Trilateral (come aveva anticipato la Voce ad aprile scorso), ma si chiamano anche Italianieuropei, Aspen Institute (in cui è vice di Giuliano Amato), Arel, Trecentosessanta e Vedrò.

Dalla lettiana Associazione Trecentosessanta era balzato in Parlamento la scorsa legislatura Guglielmo Vaccaro, democristiano, originario di Pompei, rampantissimo nelle iniziative sul territorio ma, a quanto pare, assai meno vulcanico a Montecitorio, tanto che era stato segnalato per il basso indice di produttività, che lo vedeva giù giù, al 415esimo posto (fonte Open Parlamento).

«Quello che però vorremmo sapere – sbotta un piddino della Campania – è dove prendono i soldi tutte queste associazioni, fondazioni e consorterie varie. Come si paga, ad esempio, una sede nazionale nella centralissima via Del Tritone a Roma (quella di Trecentosessanta e Vedrò, ndr)? E in che modo si finanzia una “Christmas Dinner Conference”, come ha fatto nel dicembre scorso l’onorevole Vaccaro, per conto della sezione avellinese di Tracentosessanta, con la partecipazione di personaggi quali il numero due Unicredit Giuseppe Scognamiglio?».

Analoghi interrogativi circondano le finanze di Arel, Agenzia di Ricerche e Legislazione che vede Enrico Letta nei panni di direttore generale, nonché al comando dell’omonima rivista. Decine e decine i convegni e seminari organizzati dal 2002 ai nostri giorni (l’ultimo nel marzo scorso), senza contare le centinaia di pubblicazioni cartacee: oltre alla rivista, anche il periodico “Osservatorio Comunicazioni” cui collabora, tra l’altro, il già ricordato professor Giulio Napolitano.

Di ben altro spessore Vedrò, perché nel suo pensatoio c’erano già due ministri del nuovo governo, entrambi del centrodestra: la beneventana Nunzia De Girolamo, oggi titolare dell’Agricoltura, e Maurizio Lupi, andato alle Infrastrutture. «Un altro governicchio ante litteram, Vedrò – commentano in ambienti politici romani – una delle cerchie in cui i destini degli italiani sembrano già decisi a priori, sulla base di logiche interne, private e riservatissime».

Nemmeno il tempo di giurare nelle mani di Napolitano, che la De Girolamo si è trovata la tegola del conflitto d’interessi rivelato dal Fatto Quotidiano: dovrà vigilare, in quanto ministro dell’Agricoltura, sul Consorzio Agrario Beneventano diretto da suo padre Nicola. In liquidazione coatta dal 1964, il Consorzio è ora sotto la sorveglianza dei ministeri dello Sviluppo e delle Politiche Agricole.

Il conflitto però, ammesso che ci sia, potrebbe riguardare un aspetto ben diverso della famiglia De Girolamo. Tanto per cominciare, infatti, nel cda del Consorzio guidato da papà Nicola sedeva, fino a qualche anno fa, il personaggio chiave dell’inchiesta sulla P3, Pasqualino Lombardi. Una vecchia e solida amicizia, quella tra le due famiglie. Tanto che Francesca De Girolamo, sorella del neoministro Nunzia, lavora all’Istituto Vendite Giudiziarie, sempre nel Sannio, insieme a Gianfranco Lombardi, figlio di Pasqualino. Dulcis in fundo, consulente dell’IVG è Sergio Clemente, genero dell’avvocato Pasquale Viscione, quest’ultimo finito a sua volta nell’occhio del ciclone proprio per le indagini sulla cricca paramassonica con epicentro a Benevento.

PARAMASSONI AGLI ORDINI

Gioele-Magaldi_grande_oriente_democraticoChi di paramassonerie – stavolta assai più altolocate – se ne intende è il massone ribelle Gioele Magaldi, fondatore del Grande Oriente Democratico Italiano, che in un articolo del 24 aprile scorso definisce Enrico Letta «un para-massone diligente, mediocre, subalterno e servizievole, all’Obbedienza dei circuiti massonici sovranazionali più reazionari e antidemocratici». Nello stesso post, in cui rivela aspetti inediti della nuova premiership, Magaldi annuncia l’anteprima web del suo libro «di imminente uscita con Chiarelettere» dal titolo “Massoni. Società a responsabilità illimitata. Il back-office del potere come non è stato mai raccontato”. Edizione presumibilmente aggiornata, riveduta e corretta del volume che, a quanto ci risulta, doveva uscire proprio per Chiarelettere nel 2011 ma non è mai andato in stampa, benché ne circolasse perfino la copertina. Da noi interpellata sulla nuova versione, la redazione della casa editrice milanese oggi non conferma e non smentisce.

L’analisi di Magaldi sul nuovo esecutivo ruota intorno al concetto di para-massoneria, vale a dire le vaste cerchie di coloro che, proprio in quanto non affiliati ufficialmente alle Logge, possono favorirne le volontà in forme collaterali e riservate. È quello che Magaldi definisce «fenomeno secolare dell’associazionismo para-massonico», il fatto cioè che «da sempre i Massoni preferiscono operare incisivamente sulla “società profana” tramite società para-massoniche». E lo fanno prescegliendo le persone giuste come – secondo Magaldi – il giovane Letta, che a poco più di quarant’anni fa il suo ingresso in Trilateral, o viene convocato tra i Bilderberg, in virtù del fatto che «è stato da anni prescelto come uno dei più promettenti allievi para-massoni per l’Italia, da parte di coloro che fanno “girare la ruota” in Europa, in Occidente e nel mondo». Né può essere solo un caso se alla guida dell’Italia si succedano due protagonisti di quelle élites sovranazionali, come Mario Monti ed Enrico Letta.

Scelte determinate, per Magaldi, da «coloro che stanno stuprando il diritto ad un presente e ad un futuro dignitoso di intere generazioni di greci, spagnoli, portoghesi, irlandesi, italiani, francesi; coloro che in Grecia hanno istituito un mattatoio sociale a cielo aperto; che in Spagna stanno smantellando ad una ad una le più normali conquiste del welfare; che in Francia hanno stoppato le potenzialità riformatrici infra-europee della presidenza Hollande con un mix di corruttive blandizie e minacce anche personali». Gli stessi «che in Italia, dopo lo sciagurato governo Monti, hanno proposto il governo del para-massone filo-montiano Enrico Letta».

«D’altronde – chiosa Magaldi – Letta junior era ed è il più “montiano” del Pd, colui che più di ogni altro ha preteso un totale asservimento dei parlamentari piddini alle nefaste pretese del governo Monti, come l’approvazione del Pareggio di Bilancio costituzionale e come l’approvazione del famigerato Fiscal Compact». Quindi, come potrà ora Enrico Letta «mettere in discussione ciò che è stato approvato anche e soprattutto grazie ai suoi buoni servigi, resi ai fratelli reazionari che attualmente egemonizzano Fmi, Bce ed Unione Europea»?

BEAUTIFUL COUNCIL

Sul ruolo delle lobby transnazionali che Magaldi definisce para-massonerie, un passaggio illuminante è riservato al CFR, quel Council on Foreign Relations che si autodefinisce “il primo think tank pan-europeo” e nel cui board siedono, fra gli altri, gli italiani Giuliano Amato, il nuovo titolare della Farnesina Emma Bonino, Massimo D’Alema e Marta Dassù di Aspen, oltre al vicepresidente Unicredit Giuseppe Scognamiglio e a Lapo Pistelli, responsabile esteri del Partito Democratico.

C’è un cerchio magico vicinissimo al governo Letta, dunque, nel CFR, «una delle tante associazioni para-massoniche palesi o segrete (in questo caso palese) la cui tradizione deriva direttamente dalla fine del XVIII secolo», dice Magaldi, che a simili consorelle dedica un lungo excursus: dal «Cercle Social fondato nel 1790 dai Massoni Nicolas de Bonneville e Claude Fauchet», fino alle «nuove tipologie del XX secolo», come il Bohemian Club (1872), il Royal Institute of International Affairs o Chatam House di Londra (1920), o le più recenti «Trilateral Commission (1973), Group of Thirty (1978) e Bruegel (2005)» di Mario Monti. «Tutte società para-massoniche fondate e tuttora controllate da massoni – sentenzia Gioele Magaldi – nonostante la partecipazione subordinata e ancillare anche di profani».

enrico_letta_governo_consultazioni_riflessioni_governo_napolitanoEsplorati i regni possibili di cappucci, compassi e dintorni, resta da capire quale sarà il peso delle alte sfere religiose sul governo del cattolicissimo Enrico Letta. Di sicuro la parte del leone sembra per ora andata a Comunione e Liberazione, che vede in pista due esponenti dei calibro di Maurizio Lupi e Mario Mauro (alla Difesa).

Di entrambi si parlava – senza che fossero indagati – nell’inchiesta Why Not condotta nel 2007 dall’ex pm Luigi de Magistris, ruotante proprio intorno al potere della Compagnia delle Opere: «All’interno di Forza Italia i ciellini hanno creato una vera e propria corrente-ombra. Mario Mauro è responsabile del settore scuola; Maurizio Lupi, responsabile enti locali, si è occupato delle liste alle amministrative; in primo piano sul proscenio della politica, però, resta il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni». Altri tempi.

 

LEGGI DALLA FONTE ORIGINALE – Rita Pennarola su LaVocedelleVoci.it

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