GRANDI OPERE/ Decreto Salva Italia, che fine ha fatto l’anagrafe delle “opere incompiute”?

Val Susa. Un treno ad alta velocità che collega Torino a Lione. Anzi: l’Italia all’Europa. Da più di venti anni si parla dell’opera. Una delle tanti grandi opere “all’italiana”, dove ‘grande’ è sinonimo spesso di ‘inutile’, ma sempre – stando ai dati – di ‘incompiuta’. Infatti, sono ben 395 i cantieri, edifici e viadotti lasciati a metà. Nel decreto Salva Italia si parla di un anagrafe delle opere incompiute. Ma ad oggi tutto tace e nessun documento o atto è stato redatto, sebbene dovesse essere redatto entro “tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge”. Ma di mesi ne sono passati quattro.

di Carmine Gazzanni

infrastrutture_grandi_opereCome già abbiamo documento in una passata inchiesta, i numeri delle grandi opere incompiute sono preoccupanti. Recenti studi hanno documentato che ben il 55,07% delle opere deliberate dal Governo è ancora allo stato di progettazione o comunque non ha ancora visto l’apertura dei cantieri; il 19,72%, invece, è stato ultimato (o ancora dev’essere collaudato); il 25,21% è in fase di realizzazione. Senza dimenticare, inoltre, che, mentre le opere da completare crescono a dismisura, i finanziamenti scendono drasticamente: il programma 2011 per le infrastrutture strategiche del Governo ha un costo complessivo preventivato di 233.136 milioni di euro e di questi sono stati resi disponibili con appositi stanziamenti solo 92.036.

Le responsabilità sono diverse. È indubbio, ad esempio, che le pesanti infiltrazioni mafiose, quando si parla soprattutto di appalti pubblici, sono una componente a cui bisogna far necessariamente riferimento. Tuttavia, anche (e soprattutto forse) la mala gestio della politica italiana degli ultimi anni ha inciso: troppi soldi per opere spesso faraoniche e nessun risultato raggiunto.

Basti tener presente un dato: nel 2001 Silvio Berlusconi in una conferenza a Palazzo Chigi presentò per la prima volta il piano delle Grandi Opere; dopo dieci anni alcune di quelle opere ancora non sono state ultimate. Tra le promesse avanzate nel 2001, infatti, già comparivano progetti quali – solo per citare i più noti – “l’asse stradale Salerno Reggio Calabria Messina Palermo Catania” o “il Ponte sullo Stretto di Messina”. Non solo. Già questo Primo Programma delle Infrastrutture Strategiche del 2001 era “troppo ambizioso – considerati anche i costi e i tempi di realizzazione che continuano rispettivamente a lievitare e a dilatarsi in maniera incontrollata – e non era sostenuto da un piano economico-finanziario credibile”. Così recita un dossier del Wwf pubblicato nel dicembre 2010, Sindrome nimby no grazie. I veri motivi dei ritardi sulle grandi opere, in cui si analizzano, inoltre, anche il lievitare negli anni dei costi e, paradossalmente, anche delle opere stesse. Se infatti nel 2001 il Governo si era impegnato a realizzare una vasta opera edilizia con 228 opere (più una serie di interventi e sottointerventi) per una spesa totale di 125,8 miliardi di euro, nel 2010 il Quinto Rapporto sull’attuazione della Legge Obiettivo (lo strumento legislativo nato nel Governo Berlusconi II che stabilisce procedure e modalità di finanziamento per la realizzazione delle grandi infrastrutture strategiche in Italia per il decennio dal 2002 al 2013) stima un costo complessivo di 358 miliardi di euro, mentre il numero delle opere sale a 348. Un aumento imbarazzante: oltre il 250% per quanto riguarda i costi, nel giro di soli nove anni.

Una vera e propria piaga, dunque. E quanto sta avvenendo in Val Susa né è una riprova: un’opera voluta dallo Stato da oltre vent’anni, nonostante l’opposizione dei cittadini della Valle (molti dei quali subiranno l’esproprio) e anche di numerosi studiosi sulla convenienza di una tale opera. Eppure lo Stato non ha intenzione di fermarsi. Dal Governo centrale alla Regione Piemonte tutti sono d’accorso: quest’opera s’ha da fare. Nonostante si calcoli una spesa (che, come sempre, sarà destinata a lievitare spaventosamente) di oltre 20 miliardi di euro. Un’altra grande opera che rimarrà incompiuta? È molto probabile, anche perché lo stesso leader del Movimento No Tav, Alberto Perino, in un’intervista rilasciata in’esclusiva a Infiltrato.it, ha precisato: “Noi i presidi li abbiamo sempre fatti e continueremo a farli. Saremo ben contenti di sbaraccare tutto. Basta che loro rinuncino a fare l’opera”.

Il Governo centrale, intanto, sembrerebbe contraddirsi da solo. Se, infatti, continua ad insistere sulla necessità di una tale opera mastodontica, dall’altra sin dal suo primo atto ha dato prova di voler monitorare la situazione riguardo alle opere incompiute. Un impegno, tuttavia, che per il momento è formale. Nel decreto Salva Italia, infatti, è inserito un articolo (il 44 bis) in cui si legge: “Presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti è istituito l’elenco-anagrafe nazionale delle opere pubbliche incompiute” (comma 3). E ancora, al comma 4: “L’elenco-anagrafe di cui al comma 3 è articolato a livello regionale mediante l’istituzione di elenchi-anagrafe presso gli assessorati regionali competenti per le opere pubbliche”. Tale elenco dovrebbe servire a stabilire una graduatoria delle opere prossime al completamento e criteri “di adattabilità delle opere stesse ai fini del loro riutilizzo, nonché di criteri che indicano le ulteriori destinazioni a cui può essere adibita ogni singola opera”. Al momento, tuttavia, tutto tace dal Ministero delle Infrastrutture. Nessun documento è stato redatto, nonostante si dica esplicitamente, nel comma 6, che “entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti stabilisce, con proprio regolamento, le modalità di redazione dell’elenco-anagrafe, nonché le modalità di formazione della graduatoria e dei criteri in base ai quali le opere pubbliche incompiute sono iscritte nell’elenco-anagrafe tenendo conto dello stato di avanzamento dei lavori, ed evidenziando le opere prossime al completamento”. La legge è stata approvata il 14 dicembre. Siamo al 14 marzo. I mesi trascorsi sono quattro.

Ma, d’altronde, lo sappiamo bene: in Italia è così che vanno queste cose.

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