GRANDE CENTRO/ Ecco dove nasce: tecnocrati, finanzieri e quei fondi neri dell’Operazione Sofia

di Andrea Cinquegrani

E vai con la Nuova Balena Bianca! Dai col Grande Centro! Tecnocrati e Finanzieri, uniti verso la meta! E’ il motto che tiene insieme la Monti’s Band, la task force di SuperMario al servizio della moribonda Italia. Ma la (ri)voglia di Dc, di un Centro di Gravita’ Permanente capace di far funzionare al meglio i meccanismi d’Affari del Capitalismo di Casa Nostra, nasce proprio con la fine di mamma Dc, all’indomani della stagione di Mani Pulite che ha fatto sognare – ma solo per lo spazio di poche mattine – milioni di italiani. Il Grande Progetto e’ subito pronto. Capace di prendere il largo in un baleno (e con una balena). Punta a farsi “Terzo Polo”, tra i due ingombranti avversari, alleandosi (via proporzionale da ripristinare) di volta in volta col migliore offerente. Per poi, man mano, allargarsi sempre di piu’… e ridiventare – miracolo di San Gennaro – la Dc liftata, rimodellata, neoglobalizzata, per tutti i palati postmoderni degli anni 2000

Grande_centro_fondi_neri_e_operazione_sofiaLa diritta via? E chi puo’ insegnarla meglio di un gran maestro come il picconator Francesco Cossiga? «Il nuovo Centro riformatore – ecco il suo Verbo – deve essere alternativo sia alla sinistra con l’Ulivo onnivoro sia alla destra con il Polo amorfo». Mai parole piu’ profetiche. Che oggi trovano piena attuazione nell’esecutivo di Mario Monti. E anticipate in un’inchiesta esplosiva di inizio 2000, un terremoto politico-finanziario dagli esiti dirimpotenti: portata avanti, in piena segretezza, per alcuni anni, ha poi fatto flop. Archiviata. Pur se esistevano consistenti, fondate e documentate tracce che per far rinascere il Grande Centro erano a disposizione centinaia e centiniaia di miliardi di soldi. Riciclati al punto giusto, lavati che piu’ bianco non si puo’. Gran Regista? Il Vaticano e un Cricca – gia’ allora – di faccendieri. Una storia intricata e incredibile che pochi sanno, che quasi nessuno ha raccontato e che qui val la pena di ricostruire per sommi capi.

 

OBIETTIVO SOFIA
Maggio 2000. Dalla Basilicata arriva qualche notizia frammentaria. Indagando sul caso-usura che tiro’ in ballo perfino l’allora cardinale di Napoli Michele Giordano, agli inquirenti di Lagonegro sarebbe pervenuto un materiale bollente, un dossier redatto dalla guardia di Finanza (o meglio, dal Secondo Comando Generale-Ufficio Coordinamento Informativo e Sicurezza: in pratica i servizi segreti delle fiamme gialle) e basato sulle rivelazioni di due fonti assolutamente coperte ma, a quanto pare, super attendibili. Titolo dell’operazione, Sofia. Una storia arcimiliardaria – sono le poche notizie che si riescono allora a raccogliere – forse frutto di un maxi riciclaggio operato addirittura in Bulgaria (da qui il nome, So’fia): una storia di barbe finte, spie, faccendieri che porterebbe, via Vaticano, fino ai misteri dell’attentato a papa Wojtyla. La Voce pubblica a giugno una cover story dal titolo “Poteri deviati”, in cui si scrive di trame massoniche, operazioni sporche, nonche’ di “Sofia”.

Per alcuni mesi, il silenzio. Poi, a novembre, alla redazione della Voce arriva un plico. Con due documenti che fanno accapponare la pelle. Si tratta di due informative del reparto speciale (quello “segreto” per intedersi) sull’operazione Sofia, con tanto di cifre, nomi, intrecci e connection. La sostanza? La rinascita del Grande Centro, finanziata con un “tesoretto” da 670 miliardi di vecchie lire transitati (per ripulirli e celarne la provenienza) per banche di mezzo mondo (dal Credito Svizzero di Berna fino alla cassaforte di mille segreti UBS) e anche di casa nostra (Ambroveneto, Popolare di Milano, Cariplo, Credito Agrario Bresciano).

Un materiale delicatissimo, “pericoloso” (si fanno i nomi di politici, imprenditori e professionisti di grido che sarebbero coinvolti), tutto da verificare. Occorre del tempo, cercare riscontri, effettuare minuziose verifiche. La Voce completa il lavoro a meta’ dicembre, e’ prevista un’inchiesta per il primo numero 2001. Nessun giornale, fino a quel momento, ha scritto un solo rigo sulla vicenda. Improvviso, tra Natale e Capodanno, il “botto” di Gianluigi Nuzzi sulle colonne del Giornale, dal titolo “Dollari, imprenditori e 007: ecco il bluff dell’inchiesta segreta sul cardinale Giordano”. Nuzzi, in realta’, parla di due inchieste: quella sull’usura (per la quale il gup di Lagonegro Vincenzo Starita ha appena chiesto la archiviazione) e quella da un paio d’anni avviata – in gran segreto – dalla procura di Roma proprio su Sofia. Del tutto indefinita e fumosa, secondo Nuzzi, tanto che al gip sarebbe gia’ arrivata la richiesta di archiviazione.

Ha la vista molto lunga, Nuzzi, perche’ l’archiviazione arrivera’ solo cinque anni dopo, decisa dal pm (e ora procuratore aggiunto di Roma) Giancarlo Capaldo. E ne scrivera’ nel suo best seller “Vaticano S.p.A.” pubblicato da Chiarelettere nel 2009.

Nel capitolo “Il golpe porpora” Nuzzi ricompone i tasselli del mistero-Sofia, sottolinea l’enorme importanza dell’inchiesta, dettaglia non pochi lati oscuri e misteri rimasti sul campo, da’ atto al pm Capaldo di aver lavorato sodo, dovendosi alla fine arrendere – archiviando il tutto – perche’ «non sono emersi riscontri giudiziari». Davvero un peccato, perche’ Capaldo si lascia sfuggire qualche dettaglio non da poco: parla del Grande Centro come di un «laboratorio politico-economico-finanziario», di pericoli effettivi per una «gestione non democratica del potere» (sembrano proprio i giorni dell’oligoverno Monti…), e perfino di «accordi inziali che hanno dato vita a iniziative economiche di successo che vanno oltre il momento meramente politico dell’operazione Sofia». E allora? Non c’era proprio nulla su cui approfondire? Niente. Pietra tombale. Non c’era da capire “meglio” la sostanza reale dell’indagine top secret del reparto speciale (e segreto) Gdf che fece saltare sulla poltrona l’allora comandante generale delle fiamme gialle Rolando Mosca Moschini, oggi consigliere militare del capo dello Stato Giorgio Napolitano e fino all’ultimo istante candidato per una poltronissima nel governo Monti? Non c’era forse da lavorare meglio – e trovare riscontri – ad una delle ipotesi operative indicata (ma con ogni probabilita’ persa per strada) dallo stesso Capaldo quando sostiene che la vicenda «ha riguardato realmente personaggi della prima Repubblica che intendevano perpetuare il loro potere con quel nuovo strumento politico rappresentato dal Grande Centro?».

 

CENTRO AD ALTA VELOCITA’
Non c’era forse da individuare quale “iniziativa economica” fosse effettivamente andata avanti “con successo”? Per caso il maxi business dell’Alta Velocita’ decuplicato nel corso degli anni a tutto beneficio dei privati, sfondando ormai quota 150 mila miliardi di vecchie lire (da uno start di 25 mila?). Un affare, quello della Tav, che ha rischiato, proprio in quegli anni (1998-1999) di subire un stop, con l’inchiesta della stessa procura di Roma (pm Pietro Saviotti, gip Otello Lupacchini) che metteva sotto accusa i vertici mattonari nazionali (in prima fila la pomiciniana Icla), quelli politici partenopei (in pole position An a bordo del nascente astro di Italo Bocchino) e bancari? Una inchiesta finita in flop, nel solito porto romano delle nebbie.

Oppure, tra le “iniziative economiche” made in Sofia poteva segnalarsi – tanto per viaggiare sempre su rotaia – la nascente Ntv tanto cara al gruppo Della Valle-Montezemolo-Punzo, gran finanziatore l’Intesa San Paolo a guida Passera? Il mosaico, la ragnatela poteva essere ben ampia. E tutta da indagare. Peccato.

Come un peccato non indagare sul ruolo che lo Ior avrebbe svolto in tutta l’operazione (Sofia), sugli “alti” prelati Mario Fornasari e Giuseppe Monti, rispettivamente riconducibili alla “Populorum Progressio” e alla “Associazione Internazionale Apostolato Cattolico”. Sigla, quest’ultima, che ci riporta a foschi scenari: dalla P2 allo scandalo “Mi.Fo.Biali.”, ai rapporti d’affari con la Libia (sic) via petrolio e altissime complicita’ nazionali (l’allora numero uno delle fiamme gialle Raffaele Giudice) e internazionali (si arriva al fratello del premier maltese don Mintoff, storico trait d’union con affari incappucciati).

«E pensare – commenta una toga fuori dal coro della procura capitolina – che Sofia avrebbe potuto portare ad Aosta, ossia all’inchiesta Phoney Money, scippata al pm David Monti e passata da noi per essere regolarmente archiviata. In tutte e due si parla di altissimi livelli della finanza internazionale, di maxi riciclaggi, di traffici di titoli di Stato taroccati. E con qualche nome in comune».

E altri nomi, molti altri nomi, venivano fatti proprio nella Voce di gennaio 2001, che ricostruiva i due dossier “segreti” delle fiamme gialle. Ne pubblicavamo alcuni stralci – scrivevamo allora – per un preciso diritto dovere di cronaca, avendo ricevuto quel materiale via posta e in forma anonima, e avendo effettuato tutti i possibili riscontri. Ma ponendo una serie di interrogativi ai quali – sottolineavamo – solo la magistratura avrebbe potuto, con indagini serie e iperscrupolose (e cioe’ rapportate alla estrema gravita’ dei fatti), rispondere. Sono trascorsi cinque anni… poi la archiviazione del 2005.

Ma val forse la pena di ripercorrere alcuni passaggi di quell’inchiesta. Si parte dal nome. So’fia o Sofi’a? Perche’, emergeva dalle carte, potrebbe non trattarsi della capitale bulgara, ma di un peschereccio inghiottito nelle acque dell’Egeo con un carico molto prezioso: la bellezza di 2 miliardi di dollari, il “tesoro degli ebrei”, da sempre nel mirino del Mossad. E infatti, tra le carte dell’Operazione Sofia, fanno capolino i nomi di alcuni agenti del servizio segreto israeliano. Come quelli della super spia Michael Herzog, e dei suoi colleghi Hans Bauer, Albert Berdik Zwonko e Darius Gregor Mucha. Protagonisti, insieme a vertici della stessa Finanza e ad alcuni “referenti” imprenditoriali, di una serie di incontri “operativi” nella capitale: dall’Hotel Jolly di Roma fino alla magione privata di Giulio Andreotti. Il 26 marzo 1998 – viene precisato nel report Gdf – si sarebbe tenuta una riunione a casa del senatore a vita «onde valutare la bonta’ dell’operazione relativa al primo investimento (la quale verrebbe effettuata all’estero tramite la fondazione Fraternitas) e definire la ripartizione dei relativi profitti». Per arrivare agli incontri clou in via Del Corso, presso un accorsato studio professionale, gia’ crocevia di incontri tra uomini (e donne, come la “zarina” irpina) dei servizi segreti.

La Voce di quel gennaio 2001 riporta parecchi nomi, cosi’ come poi fara’ Nuzzi in Vaticano spa. Nomi buttati li’ per depistare? A caso? Tessere di un mosaico impazzito? Frutto di inquinamenti? E’ tutto un rebus. Sta di fatto che, tra le carte di Sofia, fanno capolino due grossi gruppi del mattone, i Mezzaroma (pochi mesi fa Mara Carfagna ha sposato il rampollo della dinasty, Marco) e, soprattutto, i Matarrese, reucci a Bari e non solo (con Antonio presidente per una vita della Federcalcio). Quelli di pezzi da novanta della politica, come l’allora ministro dei Trasporti (e oggi leader Pd) Pierluigi Bersani e il forzista (poi uscito dalla scena politica) Raffaele Della Valle, avvocato di grido, penalista nel caso Tortora.

Dicevamo, due dossier. Partoriti lo stesso giorno, il 30 settembre 1998, con due numeri di protocollo successivi, 9302 e 9203, il primo titolato “Operazione Sofia”, il secondo “Presunto riciclaggio di capitali”. Concludeva la Voce di quel gennaio 2001: «Come mai il capo del Secondo reparto da cui sono scaturiti i due dossier bollenti, Emilio Spaziante, pochi mesi dopo ha lasciato l’incarico per passare ai vertici del Sisde? E perche’ uguale destinazione e’ toccata ai due ufficiali che lo avevano coadiuvato nelle indagini?». Interrogativi che non hanno mai avuto una risposta. Quel che resta sul campo e’ forse «il sapore amaro per non aver potuto comprendere appieno i meccanismi sottili e sofisticati dell’universo politico che attraversa la vita di ogni giorno e che ogni giorno puo’ radicalmente cambiare la vita di un paese». Parola di Giancarlo Capaldo. Valgono anche per il Belpaese di questi giorni?

Ricorda Nuzzi nel suo libro. Siamo nel 1998. «Gia’ in primavera si lavora per un’assise del Ppi, una convention che benedica la nascita di un “Grande Centro”: “ci sara’ Maccanico, credo Dini, Marini spinge perche’ anche Di Pietro venga coinvolto e credo pure che Mastella possa avere qualche interesse per quell’incontro”». Chi pronunciava quelle profetiche parole? Enrico Letta, l’uomo che ora sussurra (e “biglietta”) all’orecchio del premier Monti. Lo stesso Enrico Letta il cui nome spicca nell’albo degli ex allievi del Sant’Anna di Pisa, l’esclusiva Scuola superiore che vede fra gli altri, nello stesso parterre de roi, anche il neoministro Corrado Passera, sua eminenza (grigia) Giuliano Amato e il “condottiero” di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini.

Tratto da “La Voce delle Voci” – www.lavocedellevoci.it

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