GIOCO D’AZZARDO/ Potere ai clan: ecco l’emendamento (del Pdl) che azzera le barriere antimafia

Gli ultimi dati parlano di un fatturato vicino agli 80 miliardi di euro. Quella dei giochi è senz’altro la terza industria del nostro Paese che fa gola a tanti, a cominciare dai clan malavitosi. Eppure, nel silenzio più assoluto, un emendamento firmato Pdl fa cadere le barriere antimafia per le concessionarie. Fa niente se tra i 41 clan che gestiscono il business ritroviamo i soliti noti: dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, da Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone.

di Carmine Gazzanni

giochi_e_mafie80 miliardi di euro. Quasi il 5% del nostro Pil. Quella dei giochi è senz’altro la terza industria del nostro Paese che fa gola a tanti, a cominciare dai clan malavitosi: come rivelato da Libera nel dossier Azzardopoli, infatti, sono circa 41 i clan coinvolti nelle inchieste condotte in dieci procure antimafia in ben 22 città. In totale si stima che oltre il 9% dei beni sequestrati ai clan riguardano agenzie di scommesse e sale giochi.

In grande ascesa gli interessi malavitosi anche per i giochi e le scommesse che avvengono per via telematica. Le osservazioni a riguardo, contenute nella Relazione dell’Antimafia 2010, sono piuttosto precise e circostanziate: “Nell’ambito delle scommesse clandestine per via telematica, attraverso gli internet point, risulta evidente l’inserimento della criminalità organizzata, reso più agevole dalla circostanza che questa forma di scommessa viene esercitata attraverso bookmaker stranieri (privi di ogni autorizzazione da parte dei Monopoli) con ulteriori difficoltà nello svolgimento dei controlli”. Non a caso il senatore Luigi Li Gotti (Idv), in Commissione Antimafia ha presentato un disegno di legge proprio per il controllo delle giocate d’azzardo tramite siti Internet registrati all’estero. Eppure, nonostante questo, nel silenzio più assoluto un emendamento firmato Pdl fa cadere le barriere antimafia: le concessionarie non dovranno più specificare alcunché sulla parentela dei soci.

Il rischio è evidente: grassi affari per le mafie, senza che lo Stato faccia niente per impedirlo. Anzi, si fa di tutto per facilitare il compito alla malavita. Infatti, nel segreto della Commissione Finanze, la longa manus del Pdl ha inserito un cambiamento determinante per  gli interessi criminali. Ad essere stata modificata la norma che poneva importanti barriere antimafia. Stiamo parlando della legge che prevedeva l’invio ai Monopoli di Stato della documentazione antimafia fino al terzo grado di parentela per i soci dei concessionari: nel testo originario, infatti, si specifica il “divieto di partecipazione a gare di rilascio, rinnovo e per il mantenimento delle concessioni opera anche nel caso in cui la condanna, ovvero l’imputazione o la condizione di indagato sia riferita al coniuge nonché ai parenti ed affini entro il terzo grado dei soggetti indagati”.

Il nuovo testo – già approvato a Montecitorio e che ora dovrà essere discusso in Senato – fa piazza pulita di tali norme antimafia. Sparisce infatti il divieto “per i parenti e per gli affini entro il terzo grado”. Il nuovo testo, ora, recita: “Il divieto di partecipazione a gare di rilascio, rinnovo e mantenimento delle concessioni opera anche nel caso in cui la condanna o l’imputazione (cioè il rinvio a giudizio) sia riferita al coniuge non separato”: svanisce, in pratica, il divieto di concessione a indagati e condannati, inclusi i loro coniugi, fino al terzo grado di parentela. Il risultato è scontato: gioco forza si lascia un enorme campo aperto agli interessi malavitosi.

LA ATLANTIS B-PLUS DI FRANCESCO CORALLO E QUEI LEGAMI CON LA MAFIA – A godere delle modifiche sarà certamente l’Atlantis B-Plus, la concessionaria che sin da subito, insieme a Lottomatica, non era d’accordo con la normativa che prevedeva l’invio ai Monopoli di Stato della documentazione antimafia fino al terzo grado di parentela per i soci. Tant’è che entrambe le società avevano presentato ricorso al Tar, che, per altro, il 19 aprile si è pronunciato sulla questione concedendo alle due una “sospensiva cautelare”. Il motivo? “L’entrata in vigore della nuova disposizione – scrive il Tar – non può che applicarsi alle operazioni contrattuali avvenute dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale”. In pratica, il giudizio è sospeso in attesa che il decreto venga pubblicato, dato che si attende ancora il varo del Senato (che verosimilmente ci sarà agli inizi di maggio).

Ma perché il titolare della B-Plus – una delle dieci concessionarie dei Monopoli di Stato; la detentrice, tra queste, del primato delle slot in Italia nonostante abbia sede nelle Antille – si è opposta al provvedimento antimafia? Semplice: con grande probabilità la sua società non avrebbe più beneficiato della concessione. Francesco, infatti, è figlio di Gaetano, condannato per associazione a delinquere a sette anni e mezzo per la scalata (sventata dai magistrati) ai casinò di Campione e Sanremo da parte degli amici del boss di Catania, Nitto Santapaola, di cui, d’altronde, Corallo era grande amico. Il boss di Catania, infatti, aveva fatto le vacanze a Saint Marteen (dove ha sede l’Atlantis B-Plus) alla fine del 1979. Non solo: il pentito Angelo Siino aggiunse che Santapaola aveva trascorso un anno da latitante a Saint Marteen nel 1986, quando sfuggiva all’arresto per l’omicidio del generale Dalla Chiesa. Proprio in quel periodo fu arrestato il fratello di Santapaola, Giuseppe: venne fermato proprio con l’indirizzo di Gaetano Corallo nell’isola caraibica.

Francesco, però, ha sempre precisato che i rapporti con il padre sono da tempo terminati e che, soprattutto, le sue società non hanno nulla a che fare con questi legami. Eppure si fa fatica a credergli. Anche Corallo, infatti, ha avuto problemi giudiziari: è stato sottoposto a indagini (che non hanno però portato ad alcun esito) per narcotraffico e riciclaggio.

Parentele e indagini giudiziarie devono, però, essere sfuggite al ministero degli Esteri che, nel 2009, propone Corallo come console onorario. Proprio per Saint Marteen. Per fortuna il console italiano a Miami Marco Rocca, che avrebbe dovuto decidere sulla nomina, declina la proposta della Farnesina.

LE MAFIE RINGRAZIANO Ma se l’Atlantis lavora alla luce del sole, sono i clan ad agire nell’ombra. Come rivela Libera nel dossier Azzardopoli, sono ben dieci le Procure della DDA che hanno effettuato indagini nell’ultimo anno; e ben 22 le città dove nel 2010 sono state effettuate indagini e operazioni delle Forze di Polizia in materia di gioco d’azzardo con arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata. L’ultima inchiesta in ordine di tempo quella dello scorso 30 novembre a Milano coordinata dal pool di Ilda Boccassini: il clan Valle-Lampada, impegnato secondo gli investigatori anche in Calabria in affari con i Condello, tramite quattro società aveva collocato slot machine e videopoker in 92 locali di Milano e provincia, per un totale di 347 macchinette. Con ricavi tra i 25 mila ed i 50 mila euro al giorno, di cui una parte consistente doveva finire nelle casse eriali. Ma di fatto le macchinette installate erano fuori norma e al Monopolio venivano trasmessi dati falsi.

Ma non va meglio nelle altre aree della penisola. Se ci trasferiamo al Sud, ad esempio, emblematica è l’inchiesta della Dda di Napoli (Operazione Hermes), incentrata sulla figura di Renato Grasso, imprenditore con legami camorristici nell’ambito dei videopoker. Come si legge nella relazione finale della Dda, Grasso è un “personaggio estremamente introdotto nel settore del gioco illecito e – come accertato dai provvedimenti giudiziari – già risultato in passato legato al clan Vollaro, poi al clan Grimaldi, e dopo ancora al clan dei Casalesi”. A Palermo, ancora, abbiamo la sala Bingo Las Vegas, una delle sale più grandi d’Italia e d’Europa, confiscata il 22 ottobre 2008 perché proprietà del capomafia palermitano Nino Rotolo, arrestato nel 2006. In provincia di Modena il clan Schiavone, addirittura, corrompendo due agenti di custodia, è riuscito a gestire dal carcere duro due bische clandestine, mascherate da circoli privati, che fruttavano ai Casalesi 200 euro al mese. Senza dimenticare, poi, Reggio Calabria, tempio incontrastato di Gioacchino Campolo, soprannominato il “re del videopoker”.

Il gioco d’azzardo, in pratica,  consente alle criminalità organizzate di ripulire il loro denaro. Non è una semplificazione: le mafie ripuliscono il denaro sporco attraverso le tasse e i portafogli degli italiani. Tramite il gioco. E, se l’emendamento dovesse passare anche in Senato, gli affari sarebbero ancora più agevole. Serviti su un piatto da argento dalla nuova trovata a firma Pdl.

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