FONDIARIA-SAI/ Ecco chi è Salvatore Ligresti, mister 5%: tra Craxi, B., Cosa Nostra e conflitti d’interessi

Salvatore-Ligresti mister 5 per cento

Quanto sta accadendo al gruppo assicurativo Fondiaria-Sai, questione completamente snobbata dai grandi media, rivela il profondo marciume della realtà economica, politica e finanziaria del nostro Paese. In questi giorni sono stati consegnati sette avvisi di garanzia agli ex dirigenti della Fondiaria-Sai, a cominciare dai figli di Salvatore Ligresti, l’imprenditore siciliano che, negli anni, è riuscito a costruirsi un impero tramite rapporti politici stabili (prima con Craxi poi con Berlusconi), tramite una linea economica e imprenditoriale fatta di tante e piccole partecipazioni strategiche, tramite una mole impressionante di conflitti d’interessi. Senza dimenticare, infine, i suoi presunti rapporti con Cosa Nostra che periodicamente sembrano riemergere. Ecco chi è Mister Cinque per cento, uno dei più grandi protagonisti del sistema malato tutto italiano politica-economia-banche-malaffare.

 

Nel pieno della campagna elettorale non c’è spazio forse per occuparsi di una vicenda dai contorni ancora poco chiari e dalla gravità inaudita. Quanto sta accadendo al gruppo assicurativo Fondiaria-Sai, questione completamente snobbata dai grandi media, rivela il profondo marciume della realtà economica, politica e finanziaria del nostro Paese. Al centro della vicenda lui, mister Cinque per cento, come lo chiamano: l’imprenditore siciliano Salvatore Ligresti il quale, con i giusti agganci, è riuscito a ricevere ingenti finanziamenti dalle banche amiche (quelle stesse banche che hanno rifiutato di concedere anche solo un mutuo alle giovani famiglie nel corso dell’ultimo anno). Il tutto, nonostante il gruppo assicurativo guidato dall’imprenditore siciliano fosse pesantemente in rosso. E con chi? Paradosso dei paradossi: con le stesse banche che poi hanno comunque concesso ulteriori finanziamenti. Il tutto reso possibile da un giochino, tratto peculiare del modello italiano (e non solo) di fare imprenditoria: possedere un po’ di tutto, in maniera tale poi da trovare sempre le porte spalancate. Ed ora che la Fondiaria è passata all’Unipol a rischiare sono migliaia di lavoratori in esubero. Ligresti, invece, probabilmente non rischierà nulla. Un inquietante classico italiano: il ricco mangia sulle spalle dei più poveri. E alla fine lui ne esce più ricco di prima; il  lavoratore, invece, ne esce ancora più povero perché sbattuto fuori. Nonostante le responsabilità – come vedremo – siano tutte da imputare a Mister Cinque per cento.

 MISTER CINQUE PER CENTO, L’UOMO DEI CONFLITTI D’INTERESSI – Fino a pochi anni fa Salvatore Ligresti, uno dei maggiori costruttori italiani, possedeva praticamente di tutto: proprietario del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai e socio de Il Corriere della Sera, di Mediobanca, della Pirelli. Finanche di Generali. Il che è assurdo: era socio di un gruppo assicurativo in concorrenza con quello di cui era proprietario. Insomma, Ligresti è riuscito a mettere piede in tutti i cda importanti della finanza italiana. In che modo? Attraverso piccole (ma tante) partecipazioni, da cui – come detto – il soprannome, Mister Cinque per cento. Peccato, però, che in questo modo il conflitto di interessi per l’imprenditore di Paternò sono all’ordine del giorno. Poco prima di perdere definitivamente il suo gruppo assicurativo, Ligresti era indebitato con le banche per più di due miliardi di euro. Una cifra astronomica. Nonostante questo le banche, ultimamente così restie a concedere anche solo un mutuo, hanno messo a disposizione dell’imprenditore ingenti somme di denaro: nel 2011 Unicredit ha garantito un finanziamento di circa 200 milioni di euro, tra capitale fresco e ricapitalizzazione. Il motivo? Il rischio era che i 300 milioni di euro già prestati in precedenza potessero svanire nel nulla in caso di fallimento e non venire più rimborsati. La strategia va in porto: con tale finanziamento Unicredit ha acquistato il 6,6 per cento della Fondiaria-Sai.

Ma ecco il conflitto di interessi di Mister Cinque per cento: Ligresti è socio allo 0,3 per cento della banca che l’ha salvato. Guarda caso proprio il 22 gennaio 2011 – il giorno del salvataggio da parte di Unicredit – l’imprenditore si è dimesso dal consiglio della banca. Tanto basta per evitare qualsiasi critica o illecito.

Ma ecco il conflitto di interessi di Mister Cinque per cento: Ligresti è socio allo 0,3 per cento della banca che l’ha salvato. Guarda caso proprio il 22 gennaio 2011 – il giorno del salvataggio da parte di Unicredit – l’imprenditore si è dimesso dal consiglio della banca. Tanto basta per evitare qualsiasi critica o illecito.

IL GIOCO DELLE SCATOLE CINESI: COMANDARE SENZA ESSERE PROPRIETARIO – La gestione delle sue imprese, però, resta tutt’oggi opaca per via di una struttura societaria molto particolare: un’rete di società, scatole chiuse che non producono nulla ma detengono azioni di altre società. Il tutto con l’impiego di pochi capitali (e, come abbiamo visto, tanti debiti). La holding attraverso cui controlla le società del suo impero è Premafin. E Premafin è della famiglia Ligresti. Scriveva nel 2007 Gianni Barbacetto nel libro-inchiesta Compagni che sbagliano. La sinistra al governo e altre storie della nuova Italia: “per arrivare dalla famiglia alla holding bisogna attraversare almeno una decina di società, sparse tra Italia, Svizzera e Lussemburgo. Dai tre figli (Jonella, Giulia, Paolo) si arriva a Premafin passando per tre società lussemburghesi (Hike, Canoe, Limbo) e una fiduciaria (Compagnia fiduciaria nazionale). E don Salvatore? A Premafin ci arriva attraverso due spa (Sinergia e Imco) e una lussemburghese (Star Life)”.

È dunque tramite la Premafin che i Ligresti controllavano la Fondiaria-Sai. Il tutto, però, con un gioco che sa di inverosimile. La Premafin, infatti, possedeva il 35,8 per cento delle azioni del gruppo assicurativo. Il resto apparteneva a decine di migliaia di piccoli azionisti che non contano nei fatti nulla nella gestione e, come visto, per il 6,6 per cento all’Unicredit. Come scrive Gianni Dragoni in Banchieri e Compari, “sono i Ligresti a comandare sulla Fondiaria-Sai, ma in realtà non sono loro i padroni: se si fa il calcolo delle percentuali del capitale di loro proprietà si scopre che possiedono solo il 51 per cento del 35,8 per cento, cioè il 18 per cento di Fondiaria-Sai. L’altro 82 per cento è dei piccoli azionisti e di Unicredit”. 

Non solo. Anche la Fondiaria-Sai è a sua volta una scatola cinese dato che possiede il 63 per cento di un’altra compagnia di assicurazioni quotata in borsa, la Milano. La quota di effettiva proprietà di Ligresti, allora, è ancora più bassa: dodici per cento. È proprio tale gioco finanziario, insomma, che per anni l’imprenditore di Paternò ha comandato grosse fette dell’economia nazionale.

IO MI ARRICCHISCO, TU PAGHI – Questo meccanismo, peraltro, ha permesso all’imprenditore siciliano di arricchirsi (e non poco) sulle spalle dei piccoli creditori. Prova ne è quanto accaduto nel maggio 2009. La famiglia Ligresti, per ridurre i suoi debiti, ha venduto una società che possedeva per intero, la catena di alberghi Atahotels, il cui bilancio era in perdita. Ma chi ha pensato di comprare tale società con i conti pesantemente in rosso? Proprio le due compagnie assicurative guidate dagli stessi Ligresti (che, come abbiamo visto, non erano però i proprietari effettivi), la Fondiaria-Sai e la Milano. Costo dell’operazione: 25 milioni di euro, finiti interamente nelle tasche della famiglia. I conti in rosso della catena alberghiera, invece, sono stati risanati anche e soprattutto tramite i piccoli azionisti i quali, pur non avendo alcuna voce in capitolo, si sono trovati davanti al fatto compiuto.

L’UNIPOL, MEDIOBANCA E L’ALTRO CONFLITTO D’INTERESSI – La storia tormentata della Fondiaria-Sai arriva a conclusione della gestione Ligresti solo nell’estate 2012, quando il gruppo viene acquisito dall’Unipol, la compagnia assicurativa delle cooperative rosse, seconda solo a Generali. Ma attenzione: Mister Cinque per cento & family sono dappertutto. Se in effetti già emergeva conflitto d’interessi nell’intervento (vano) di Unicredit, ne spunta uno anche nell’operazione Unipol. Anche questa grande compagnia aveva in conto in rosso e, dunque, non avrebbe avuto i soldi per condurre l’operazione se non fosse stato per una banca in particolare. Quale? Mediobanca che, addirittura, ritiene che l’operazione serva a salvaguardare il suo credito di oltre un miliardo nei confronti proprio della Fondiaria. Deciso, allora: finanziamo l’operazione Unipol. Domanda: ma chi c’è nel cda di Mediobanca? Jonella, figlia di Salvatore Ligresti il quale, peraltro, è tra i soci più influenti dello stesso istituto finanziario. Il 19 luglio 2012 l’operazione va in porto: Premafin, Fondiaria-Sai e Unipol vengono ricapitalizzate per oltre 400 milioni di euro. Il tutto grazie all’intervento di Mediobanca e, ancora, di Unicredit che versa, oltre il finanziamento dell’anno precedente, altri 61 milioni di euro per mantenere la sua quota di azioni.

LE BUONUSCITE D’ORO – Tutti salvi, insomma. Sommersi di debiti, ma con le tasche piene di soldi. Basti pensare all’amministratore delegato ai tempi di Ligresti, Fausto Marchionni: aveva uno stipendio di circa cinque milioni di euro lordi. A gennaio 2011, però, si è dovuto dimettere. Ma nessun problema: la buonuscita ammontava a 11,2 milioni di euro. Nonostante sia innanzitutto sua – vista la carica che ricopriva – la responsabilità della mole di debiti accumulati dal gruppo nei confronti delle banche (come detto circa 2 miliardi di euro). Nonostante questo, al momento dell’addio e nonostante l’impressionante buonuscita, Ligresti definì “un successo” la loro collaborazione. “Meglio di così non poteva andare”. Disse.

IL PASSATO DI LIGRESTI TRA COSA NOSTRA, SEQUESTRI INQUIETANTI, MORTI E PENTITI – A questo punto però la domanda: come ha fatto Salvatore Ligresti ad accumulare un tale e crescente potere? Attraverso – ovvio – le conoscenze giuste. In questa fitta rete di amicizie e collaborazioni, però, sin da subito si sono addensati intorno a lui i dubbi che potesse coltivare anche rapporti poco raccomandabili. All’inizio erano solo voci calunniose, poi cominciarono a diventare dubbi ragionevoli dopo un episodio drammatico e oscuro. A Milano Ligresti sposa Antonietta, figlia di Alfio Susini, un personaggio chiave per gli affari edilizi. Antonietta, però, nel 1981 è vittima di un sequestro che si risolve nel giro di poco: la moglie di Salvatore Ligresti viene liberata dietro il pagamento di un riscatto. Ecco però il particolare: degli uomini individuati come i presunti rapitori, tutti esponenti delle famiglie “perdenti” della mafia palermitana, due, Pietro Marchese e Antonio Spica, finiscono morti ammazzati; il terzo, Giovannello Greco, fedelissimo del vecchio capo di Cosa nostra Stefano Bontate, scompare nel nulla.

Non ci sono però solo aneddotti inquietanti sulla presunta mafiosità di Salvatore Ligresti. Nel 1984, infatti, il procuratore della Repubblica di Roma, Marco Boschi, invia a polizia, carabinieri e guardia di finanza una richiesta che dice: “Ai fini di un’eventuale proposta per l’applicazione di misure di prevenzione, prego fornire le informazioni del caso in ordine a Finocchiaro Franco, residente a Catania, e a Ligresti Salvatore, residente a Milano”. Dunque Ligresti è stato oggetto di un’indagine giudiziaria. Peraltro insieme a Franco Finocchiaro, uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse catanesi. Dopo alcuni anni di accertamenti, però, il fascicolo viene chiuso. Ma la domanda resta: perché la procura di Roma aprì l’inchiesta?

Finita qui? Certo che no. Negli anni ’90, infatti, il suo nome torna ad essere accostato a vicende di mafia. E questa volta, addirittura, a parlarne sono addirittura direttamente ex uomini interni a Cosa Nostra, pentiti. Angelo Siino, ad esempio, l’imprenditore considerato il ministro dei lavori pubblici della mafia siciliana, raccontò che Ligresti aveva come diretto referente mafioso nientemeno che Nitto Santapaola, il boss di Cosa nostra a Catania. Gaspare Mutolo, invece, nel 1996 riferì una confidenza ricevuta da Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore: Ligresti, secondo questa dichiarazione, riciclava i soldi della famiglia Carollo insediata nell’hinterland milanese.

LE AMICIZIE CHE CONTANO: DA BETTINO A SILVIO – Ma è soprattutto sugli appoggi politici che Salvatore Ligresti ha costruito la sua fortuna. Prima Bettino Craxi, poi Silvio Berlusconi: questi i suoi angeli custodi della politica. Ed anche in questo caso gli scandali – pesanti – non sono mancati. Ottobre 1986: il nuovo assessore all’Urbanistica di Milano, Carlo Radice Fossati, trova nei suoi uffici tre documenti con cui tre società (controllate da Ligresti) promettevano di vendere al Comune, a prezzi stracciati, le loro aree che invece stavano per essere comprate a prezzi di mercato. È qui che esplode il primo scandalo che coinvolge Ligresti, quello delle aree d’oro, “un grande caso politico-urbanistico – scrive Barbacetto – che mette in evidenza, sei anni prima di Mani pulite, la trama di commistioni tra politica e affari, gli accordi sotterranei, le stecche, le corsie preferenziali. Salvatore Ligresti, amico di Bettino Craxi e in ottimi rapporti con il sindaco socialista Carlo Tognoli e l’assessore comunista Maurizio Mottini, diventa il simbolo dell’imprenditore che riesce a concludere ottimi affari grazie alla politica”.

Quello che emerge dalle indagini clamoroso: “Parlare di semplice sospetto di collusione tra uffici comunali competenti e proprietà è mero eufemismo – scrisse Francesco Dettori, che condusse le indagini – Reputa questo pretore fuori discussione una simile connivenza, alla luce degli evidenziati dati documentali”. Basti pensare ad un dato impressionante: due terzi delle edificazioni avviate dalla giunta di allora (centrosinistra, peraltro), a colpi di miracolose varianti al piano regolatore,erano targate Ligresti.

La vicenda distrugge Ligresti: i suoi palazzi non vendono, la sua immagine compromessa dallo scandalo. Sembrava un uomo finito. E invece, ancora una volta, è Bettino Craxi a pensare all’amico di Paternò. Nerio Nesi, allora presidente della Bnl, ha raccontato di aver ricevuto nel 1987 da Bettino Craxi l’ordine di concedere un grosso finanziamento a Ligresti. Dopo aver incassato il rifiuto di Nesi, Craxi s’infuria: “Devi ancora imparare come si fa il banchiere”. E allora eccolo lì il banchiere accondiscendente, Enrico Cuccia, ex numero uno di Mediobanca, il quale inventa uno stratagemma: impone la quotazione in borsa della Premafin, chiedendo al mercato, come al solito in Italia, di sborsare i soldi necessari. Cuccia impone per la Premafin una valutazione di oltre 1000 miliardi, 14 volte gli utili (eccezionali: 72 miliardi) di un anno che non si ripeterà mai più.

MANI PULITE: LA CONDANNA DEFINITIVA. MA MENO MALE CHE C’È LA FAMIGLIA – Era il 16 luglio, cinque mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa, che Ligresti viene portato in una cella di San Vittore. È accusato di corruzione per aver comprato a suon di tangenti, per la sua società di costruzioni Grassetto, gli appalti della metropolitana milanese e anche qualche terreno pubblico. Un anno dopo nuova imputazione: avrebbe fatto ottenere alla Sai, tramite mazzette, un accordo con Eni per la gestione di tutti i contratti assicurativi dell’ente petrolifero. Per quest’ultima vicenda alla fine Ligresti viene condannato definitivamente a due anni e quattro mesi di carcere, che però il siciliano non farà mai: solo affidamento ai servizi sociali, cioè una chiacchierata ogni tanto con un’assistente sociale e un piccolo impegno per la Caritas ambrosiana.

Unica conseguenza degna di nota: Ligresti non può più ricoprire ruoli dirigenziali e incarichi sociali. Ma niente paura. Ci sono i figli. Jonella diventa presidente della Sai, vicepresidente di Premafin e unica donna a sedere nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca; Giulia siede nei consigli di Sai, Premafin e Telecom, ma è più interessata alle sue borse e accessori in pelle, che disegna di persona e commercializza con il marchio Gilli; Paolo, il figlio minore, è presidente di Sai International e vicepresidente di Atahotel, la società che controlla gli alberghi del gruppo. Non si dica però sia un pregiudicato: Ligresti non lo è. O, meglio, non lo è più dal 2005: il codice italiano vanta infatti un articolo che fa tornare immacolata una fedina penale sporca, quando siano passati almeno cinque anni dall’espiazione della pena e il pregiudicato “abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta”. La sua richiesta, come detto, nel 2005 è stata accettata. In fin dei conti, è una bella persona.

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