FONDAZIONI BANCARIE/ La Casta sconosciuta: inamovibili con stipendi da sogno e intrecci paurosi

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Dino De Poli, 83 anni, presidente della Fondazione Cassamarca Treviso da ben 26 anni. Così anche Giuliano Segre (72 anni), presidente della Fondazione Venezia. E poi Giuseppe Guzzetti, Paolo Biasi, Antonio Finotti, Emanuele Emmanuele. Sono loro, i presidenti delle fondazioni bancarie a reggere le sorti delle più grosse banche italiane, ad essere una casta poco conosciuta ma dai caratteri incredibilmente sconcertanti: siedono sugli scranni della presidenza da decenni (nonostante la veneranda età), decidono le politiche da intraprendere (incredibili gli intrecci tra istituti e fondazioni) e si assicurano – come vedremo – stipendi stellari. Nonostante molte delle loro banche (vedi Mps) siano in rosso.

 

Di caste ce ne sono tante in Italia. Troppe. Lo dicono non solo i privilegi (troppi), ma anche le carte d’identità dei privilegiati.

E così, mentre in Parlamento assistiamo ad un pesante svecchiamento della classe dirigente (quello appena eletto è il più giovane Parlamento che la storia repubblicana d’Italia ricordi), c’è un’altra casta che proprio non vuole saperne di mollare stipendi, poltrone, comando.

Stiamo parlando dei personaggi che siedono nelle fondazioni bancarie, enti sconosciuti fino a poco tempo fa e venuti alla ribalta dopo lo sfacelo del Monte dei Paschi di Siena. Sono appunto fondazioni che, nella maggior parte dei casi, detengono la maggioranza delle quote azionarie della cosiddetta banca conferitaria, ovvero della banca di cui originariamente erano azionisti di controllo.

PRESIDENTI DA UNA VITA – Si farà fatica a credere visto come sono andate le cose a Siena, ma tali fondazioni nascono con un intento nobile. Inizialmente erano enti no profit e autonomi che, come si legge sul sito dell’Acri (Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio), “perseguono esclusivamente scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico”. Peccato che poi le cose siano andate in maniera un po’ diversa. E lo si capisce già dal funzionamento delle nomine. Così come a Siena, di solito gli organi gestionali degli enti sono espressione dei potentati locali (comune, provincia, regione, università, diocesi). Non solo. Succede spesso che l’ultima parola sulle candidature spetti agli stessi membri dei consigli da rinnovare. Un sistema, dunque, che garantisce ai numero uno di restare sempre sui loro scranni. Una casta, insomma. Alcuni nomi. Giuseppe Guzzetti è il numero uno della Fondazione Cariplo. Ha 78 anni ed è presidente dal 1997. Ergo: da 16 anni. Non solo. Scrive Vittorio Malagutti su L’Espresso: “ad aprile è in calendario il rinnovo dei vertici della Cariplo, la fondazione più ricca e importante di tutte, grande azionista di Intesa (come vedremo più avanti, ndr). Cambia niente: salvo clamorose sorprese il presidente sarà ancora lui, Giuseppe Guzzetti”. Cosa vuol dire questo? Che il suo mandato scadrà nel 2019, quando il numero uno di Cariplo avrà 84 anni e 22 anni di presidenza della fondazione alle spalle. Un’eternità.

Nessun problema, però. È questo infatti il modus operandi di gran parte delle fondazioni-casta. Paolo Biasi ha 74 anni ed è presidente della Fondazione Cariverona dal 1995 (da 17 anni). Stesso discorso per il settantacinquenne Emanuele Emmanuele, a capo della Fondazione Roma, anche lui dal 1995. La veneranda età, dunque, non spaventa nessuno. O, perlomeno, non è abbastanza veneranda per dedicarsi finalmente a riposarsi. Prendiamo, ad esempio, il caso della Fondazione Cariparo (Padova e Rovigo), altra importante azionista di Intesa. Due settimane fa, il primo marzo, il cda ha rinnovato il mandato al presidente uscente Antonio Finotti. La sua carta d’identità parla chiaro: nato nel 1928. 84 anni compiuti lo scorso novembre. Era il 2003 quando Finotti è diventato numero uno della Fondazione. Nel 2018, quando scadrà l’ennesimo mandato, avrà quindi collezionato ben quindici anni di presidenza. Bazzecole in confronto a Giuliano Sagre e Dino De Poli. Il primo, 75 anni, è presidente della Fondazione Cassa Venezia addirittura dal 1987. Da 26 anni, dunque, al posto di comando. Stesso discorso anche per Dino De Poli: anche per lui sono ben 26 gli anni di presidenza della Fondazione Cassamarca Treviso. Piccola curiosità: De Poli di anni ne ha 83. Un particolare a cui nessuno ha pensato quando, nel dicembre 2012, gli è stato rinnovato l’incarico fino al 2018, quando De Poli raggiungerà gli 89 anni.

GLI INTRECCI TRA FONDAZIONI E BANCHE. TUTTI CONTROLLANO TUTTO – Inamovibili, dunque. La cosa, peraltro, non è affatto secondaria. Il motivo è presto detto. Secondo i dati dell’Acri sono ben 88 le fondazioni presenti in Italia, ognuna delle quali con le partecipazioni più disparate. La maggior parte hanno azioni nella Cassa Depositi e Prestiti, molte anche nel Fondo per le Infrastrutture (di cui Infiltrato.it si è occupato visti i suoi stretti rapporti con finanza vaticana e Mps). E poi, ovviamente, le banche. E non solo quelle cosiddette conferitarie. Gli intrecci tra fondazioni e istituti sono all’ordine del giorno. Cariplo, ad esempio, ha importanti partecipazioni in Intesa (4,68%), ma ha piccole quote anche in Assicurazioni Generali e Mediaset. In Intesa troviamo anche la Compagnia San Paolo (9,88%). Aveva un piccolo pacchetto azionario in Assicurazioni Generali anche la Carisbo (Cassa di Risparmio di Bologna), poi dismesso, ma resta attiva in Mediobanca (2,62% di azioni) e in Intesa (2,7). E ancora: in Generali ecco che troviamo la Cassa di Firenze (245mila azioni circa), presente ancora in Banca Intesa (3,32) ma anche in Enel, qui assieme alla Cassa di Risparmio di Cuneo, che a sua volta è riuscito a sistemarsi un po’ dappertutto. Oltre ad avere partecipazioni in Enel e Ubi Banca, la ritroviamo anche in Allianz, in Eni, nella Bayer, in Unicredit e – ancora – Intesa, fino a Telecom Italia. Insomma, intrecci incredibili. E non solo per quanto riguarda le partecipazioni azionarie, ma anche per quanto riguarda i membri dei cda. Pochi esempi per capirci. Sia nel cda della Cassa di Torino che in quella di Cuneo troviamo Giovanni Ferrero. Sarà un caso, ma tanto la prima quanto la seconda hanno partecipazioni in Unicredit.  O, ancora, ricordiamo Pierluigi Vinai, ex vicepresidente della Fondazione Mps, ora sempre vicepresidente. Ma di Carige.

COSA DICE L’ATTIVO DI BILANCIO: UNA MONTAGNA DI SOLDI – Non stiamo parlando nemmeno di pochi soldi. Siamo andati a spulciare i bilanci (quelli del 2011, gli ultimi disponibili) delle più importanti fondazioni italiane. Sebbene molte siano in costante perdita soprattutto per il periodo nero che stanno vivendo gli istituti stessi, scorrendo l’attivo di bilancio si scoprono cifre stellari. Se si volesse fare una classifica a riguardo primeggerebbe Cariplo con 7.263 milioni di euro, seguita dalla Compagnia San Paolo (6.477 milioni), CariVerona (3.558 milioni), Cassa di Torino (2.941 milioni), Monte dei Paschi (2.562), CariPaRo (2.327), e via via tutte le altre.

GLI ASSURDI STIPENDI DELLA CASTA-FONDAZIONE Insomma, il potere in mano alle fondazioni (e a chi le governa) non è affatto cosa da poco. Ma, come si suol dire, ad ogni onere corrisponde sempre un  lauto onore. E la regola vale anche in questo caso. Sfogliando il conto economico dei bilanci 2011, infatti, si scoprono le stellari cifre destinati ai dirigenti e ai cda. Una vera e propria casta, come detto. Prendiamo la Cassa di Padova e Rovigo. Nero su bianco è scritto che “€  745.636 sono costi riferiti al Presidente, ai 2 Vice Presidenti ed ai 6 Amministratori, mentre gli oneri relativi al Consiglio Generale (n.28 componenti) ammontano a € 525.478 e quelli riferiti al Collegio Sindacale (n.3 componenti) a € 139.748”. Totale: un milione e mezzo di euro circa per compensare la dirigenza. Molto di più spende la Cassa di Roma (che ha una piccola quota in Unicredit): i compensi e i rimborsi per gli “organi statutari” arrivano a un milione e 847 mila euro. Pressappoco le cifre raggiungono comunque tali vette. A Genova, ad esempio, il costo degli organi amministrativi è di un milione e 437 mila euro; a Bologna sale di 200 mila euro. Anche a Napoli è sul milione e 600 mila euro. Interessante, poi, quanto si evince dal bilancio della Fondazione di Cuneo. Se gli organi statutari costano relativamente meno (1 milione 259 mila euro), è eloquente che, nel corso del 2011, solo i gettoni di presenza, tra consiglio di amministrazione, consiglio generale e collegio sindacale, hanno toccato i 220 mila euro. Altra piccola particolarità. Tra le voci, per quanto riguarda i compensi, c’è anche il capitolo “varie”. Più avanti si chiarisce a cosa faccia riferimento questa spesa: agli oneri previdenziali dei dirigenti. Ovviamente, a carico della Fondazione.

IL CASO DI CARIPLO E MPS: GLI STIPENDI PIÙ ALTI. NONOSTANTE IL ROSSO IN BILANCIO – Nulla a che vedere con tali cifre, invece, Cariplo e la Fondazione Monte dei Paschi. Come già detto, Cariplo è senza dubbio la più ricca fondazione tre le 88 esistenti in Italia. Ebbene, questo si nota anche dai compensi degli organi statutari. Se infatti fino ad ora abbiamo parlato di cifre comunque inferiori ai 2 milioni di euro, per quanto riguarda la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde il discorso cambia. Sono 2 milioni 589 mila euro gli oneri per “compensi e rimborsi organi statutari”. Quello che sorprende, però, è che a sfondare il muro dei 2 milioni di euro sia non solo Cariplo, ma anche la Fondazione Monte dei Paschi. Nonostante il pesante rosso della banca di cui è principale azionista. A leggere il bilancio, in effetti, si rimane perplessi. Nel capitolo “oneri” spiccano proprio due voci: il costo degli “organi statutari” (2 milioni 37 mila euro) e gli “interessi passivi” maturati che, dal 2010 al 2011 sono cresciuti spaventosamente. Se nel 2010 ammontavano a circa tre milioni di euro, nel 2011 sono saliti a 18. È possibile che nessuno si sia accorto che qualcosa (più di qualcosa) non quadrasse? Forse nessuno ci ha pensato più di tanto. Dopotutto, quando si foraggia il cda con oltre due milioni di euro, il resto ha decisamente poca importanza.

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