FINMECCANICA/ Affari con dittature e Paesi in guerra: il 18% delle azioni in mano a banche e società Usa

Quello che è riuscito a fare Giuseppe Orsi in meno di due anni è a tratti impressionante. L’inchiesta giudiziaria che ha portato, pochi giorni fa, al suo arresto ha rivelato come l’azienda pubblica sia stata un bancomat per il sistema di corruzione della politica italiana. Ma dietro la gestione Orsi non c’è solo questo: è proprio dal 2011 che Finmeccanica ha intrapreso un’aggressiva linea economico-militare (come vedremo, soprattutto con Paesi in guerra come Israele e Algeria, o dittatoriali come l’Arabia Saudita e la Siria). Sono infatti aumentati tutti i contratti di esportazione rispetto agli anni passati, sebbene l’azienda sia in pesante rosso. Senza dimenticare i tanti accordi di produzione di materiali d’armamento con gli Stati Uniti che stanno determinando una militarizzazione americana per la più grande holding pubblica italiana: già oggi circa il 18% della holding italiana è in mano a banche e società Usa.

 

di Carmine Gazzanni

Il dato è assolutamente paradossale. Se infatti l’ultimo anno è stato uno dei più difficili della storia di Finmeccanica dal punto di vista economico-finanziario, le commesse in ambito militare sono sensibilmente cresciute. Nel 2011 tutti i risultati del gruppo sono stati negativi: sono andati persi oltre due milioni di euro, contro i 557 guadagnati nel 2010. Secondo l’esposto presentato lo scorso ottobre da Antonio Di Pietro il bilancio del gruppo conta ad oggi un perdita pari a 2,5 miliardi di euro. Dati ancora più drammatici sul fronte occupazione: nell’ultimo biennio, Finmeccanica è passata da 75mila a 69mila dipendenti. A complicare ulteriormente il quadro è giunta, a inizio 2013, la notizia del declassamento del rating dell’azienda da parte di Moody’s da Alta ad Accettabile capacità di ripagare i debiti a breve termine.

Di chi la responsabilità di tale impressionante calo? Della gestione Orsi. Dal 2011 (ovvero da quanto l’uomo della Lega Nord è presidente e amministratore delegato della holding), infatti, c’è stata una pesante insistenza (e quanto mai controproducente, visti i risultati) sulla produzione di materiali d’armamento. Basti pensare alla volontà di (s)vendere la controllata Ansaldo Energie spa (produttore di energia specializzato nella realizzazione di turbine a gas, a vapore, generatori e centrali elettriche complete) al colosso tedesco della Siemens per un’offerta che si aggirerebbe intorno a 1,3 miliardi di euro. Una scelta incomprensibile, considerando l’attivo della controllata. Secondo il bilancio 2010 (ultimo dato consolidato disponibile), infatti, la Ansaldo vanta ricavi per 1,4 miliardi di euro e oltre tremila dipendenti. Una società, dunque, sana e in forte crescita che, tuttavia, gli organi dirigenziali vorrebbero vendere. A differenza, invece, di Alenia e Selex, le principali controllate in campo militare, in costante indebitamento: basti pensare che soprattutto queste hanno comportato l’incredibile deficit dell’azienda. Secondo l’istituto di ricerche svedese per la pace Sipri, infatti, il 58% del fatturato Finmeccanica è generato da vendite di armi.

Nonostante questo, però, anche l’ultimo cda ha presentato un piano di “rilancio aziendale” che punta, ancora, a concentrare gli sforzi quasi esclusivamente nel settore aerospaziale e delle telecomunicazioni militari. E, a leggere il rapporto sui “lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento” per il 2011 (ultimo anno disponibile), è evidente quale sarà la linea di Finmeccanica: affari soprattutto con i Paesi in guerra o a regimi dittatoriali. Con un (importante) occhio di riguardo per gli Stati Uniti e il loro business bellico.


GLI AFFARI MILITARI CRESCONO – Nel rapporto citato il quadro è chiaro. È proprio con l’insediamento di Giuseppe Orsi – 2011 – che la linea di politica economica di Finmeccanica si è fatta marcatamente militare. Nonostante le perdite, infatti, le esportazioni in campo bellico sono aumentate in maniera sensibile. In quell’anno sono state rilasciate dal ministero degli Esteri complessivamente 2.497 autorizzazioni per le esportazioni, contro le 2.210 dell’anno precedente. “Il valore delle esportazioni definitive – si legge nel dossier – è stato pari a 3.059.831.372,25 euro (nel 2010, 2.906.288.705,85 euro, ndr), ed un importo di autorizzazioni relative ai Programmi Intergovernativi pari a 2.201.889.500,00 euro (nel 2010, 345.430.573,38 euro, ndr)”. In sintesi, rispetto al 2010 si è avuto un incremento, pari a 5,28%, del valore delle autorizzazioni alle esportazioni.

A questo punto domandiamoci: chi sono stati i maggiori esportatori, “autorizzati” dal ministero? A ben vedere, tutte le principali partecipate di Finmeccanica. A primeggiare Agusta spa con il 14,37% delle autorizzazioni (pari a 756,19 milioni di euro) seguita da Orizzonte Sistemi Navali con il 7,915% (pari a 416,17 milioni di euro), Alenia Armacchi spa con il 4,81% (pari a 252,95 milioni), Alenia Aeronautica spa con il 4,30% (226,00 milioni), Oto Melara spa con il 2,65% (139,50 milioni), Elettronica spa con il 2,345% (122,96 milioni). E poi, ancora, Whitehead Alena, Selex Galielo e Avio spa. Sebbene il bilancio sia in rosso, dunque, affari d’oro in campo militare. Ma con chi?


DA ISRAELE ALLA SIRIA, DALL’ARABIA ALL’ALGERIA. AFFARI D’ORO (E DI SANGUE) CON PAESI IN GUERRA O A REGIME DITTATORIALE – Ancora nel rapporto si legge: “Per quanto attiene ai Paesi principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di prodotti per la difesa il principale acquirente è stata l’Algeria, che si attesta al 9,08%, pari a 477,52 milioni di euro”. Quella stessa Algeria oggi in guerra e che soltanto poche settimane fa è stata teatro di una carneficina operata da un gruppo terroristico vicino ad Al Qaeda che ha portato alla morte di 34 ostaggi.

finmeccanica_affari_di_guerraNegli affari Finmeccanica, però, spicca anche un altro particolare interessante. Poco più avanti, infatti, si legge che “l’Algeria e l’Arabia Saudita rappresentano i principali partners commerciali”. Insomma, accanto al Paese africano, tra i maggiori clienti della holding italiana, spunta anche la regione araba retta da una monarchia assoluta islamica. Nei fatti, dunque, un regime dittatoriale (o comunque antidemocratico dato che non esistono elezioni). La società italiana, insomma, fa affari proprio con quegli Stati verso cui sarebbe necessaria, da parte di un Paese democratico, una netta opposizione, economica prima ancora che politica.

E non finisce qui. Basti pensare – come ricordato pochi giorni fa – a quanto emergerebbe da alcuni cabli di Wikileaks, l’organizzazione di Julian Assange, sui rapporti milionari tra l’azienda italiana e il regime siriano di Assad: la Finmeccanica, attraverso la sua controllata Selex Sistemi Integrati, avrebbe venduto al governo di Damasco tecnologie sofisticatissime tutte potenzialmente utili per fini bellici. Secondo un’inchiesta de L’Espresso, infatti, Finmeccanica avrebbe permesso alla Siria di entrare in possesso sopratutto del sistema di comunicazione Tetra, venduto all’ente controllato dal governo siriano Syrian Wireless Organisation per 40 milioni di euro. Il sistema consiste in una rete di comunicazione senza fili, che attraverso apparecchi fissi o mobili permette di inviare dati multimediali a grande velocità. E soprattutto permette comunicazioni criptate a prova di intercettazione e collega qualunque tipo di veicolo, elicotteri inclusi. Non solo. Tra le mail rese pubbliche spicca quella datata febbraio 2012 – quando dunque il dramma del paese, dove si stima vi siano stati 15mila e 800 morti in 16 mesi, era già diventato un caso mondiale – in cui si preannuncia addirittura l’arrivo degli ingegneri della Selex a Damasco, per istruire all’uso della rete di comunicazione Tetra, una tecnologia evidentemente pericolosa se affidata a mani sbagliate.

Infine, Israele. Sempre secondo il rapporto, circa le aree geopolitiche di destinazione delle esportazioni, il Medio Oriente occupa, insieme all’Africa Settentrionale, addirittura il secondo posto con il 24,03% di autorizzazioni di esportazione. Era il 19 luglio scorso, d’altronde, quando Finmeccanica, in una nota, annunciava che “nell’ambito di un accordo di collaborazione tra il Governo italiano ed il Governo israeliano, Finmeccanica rende noto di avere sottoscritto oggi contratti per un valore pari a circa 850 milioni di dollari attraverso le società operative Alenia Aermacchi, Telespazio e SELEX Elsag”. Il comunicato della più grande azienda italiana attiva nel settore armi è chiaro: un contratto quasi miliardario di rifornimento armi a Israele. Curioso come Orsi salutò l’accordo: “Questo accordo rappresenta un’importante affermazione non solo di Finmeccanica e delle società operative Alenia Aermacchi, Telespazio e SELEX Elsag, ma dell’intero Sistema Paese”.


DO UT DES ITALIA-USA. LA MILITARIZZAZIONE AMERICANA DI FINMECCANICA –Il raddoppio della base americana di Vicenza sta terremotando il governo Prodi, che ha deciso in quella direzione, forse, anche per evitare di compromettere eventuali commesse militari che il Pentagono potrebbe, a breve, assegnare ad aziende italiane”. Era il 2007 quando Luciano Bertozzi lanciò questo avvertimento dalle colonne del mensile Nigrizia. “Del resto, Finmeccanica è in lizza per la fornitura alle forze armate di Washington di un grande numero di aerei da trasporto militari, ma soprattutto è in ballo la realizzazione dell’aereo più costoso della storia il JSF o F35, che sarà adottato, oltre che dagli Usa, anche da numerosi Paesi Nato, con un giro di affari di molti miliardi di dollari”. Insomma, un do ut  des in piena regola che, negli ultimi anni, si è pesantemente rinforzato.

I contratti stipulati dal 2011, infatti, sono diversi. Come ricorda Antonio Mazzeo nella sua inchiesta su Guerra e Pace, basti pensare a quello da oltre 500 milioni di euro firmato lo scorso aprile tra Alenia Aermacchi e la Netma – Nato Eurofigthter per la fornitura di servizi di supporto tecnico-logistico; o quello della Selex Elsagcon con l’agenzia Consultation, Command and ControlNC3A della Nato per 58 milioni di euro per l’implementazione e la gestione del programma Computer Incident Response Capability (NCIRC) – Full Operating Capability (FOC), finalizzato a “rilevare e rispondere in modo rapido ed efficace a minacce e vulnerabilità legate alla sicurezza informatica (Cyber Security)”. Ed è ancora la Selex ad essersi aggiudicata, nel maggio 2011, un altro contratto Nato da 30 milioni per la fornitura e l’installazione di sistemi di comunicazione in diversi siti terrestri di Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Turchia e Ungheria, nell’ambito della cosiddetta Rete Link 16 che consente lo scambio dati con i vettori dell’Alleanza nello spazio aereo europeo. Non solo. “Nell’ultimo biennio – scrive Mazzeo – l’agenzia NACMA ha affidato a Selex Sistemi Integrati anche l’installazione nei siti Nato in Ungheria e Norvegia di 173 posti operatore del sistema di comando e controllo aereo ACCS e l’integrazione di 230 sensori per tutti gli undici siti di replica ACCS dell’Alleanza (importo complessivo 24,5 milioni di euro)”.

Ma tra i clienti di Finmeccanica non c’è solo la Nato. A fine 2011, infatti, sono stati stipulati altri due importanti contratti, il primo con la statuinitense Lockheed Martin per la fornitura di sistemi di combattimento e sonar a sottomarini nucleari (400 milioni di dollari); il secondo per la fornitura di servizi di supporto ai mezzi blindati e carri armati di Us Army (47,3 milioni di dollari). Solo pochi mesi dopo ecco l’ennesimo contratto, stipulato questa volta con la Us Force, per la fornitura di nuovi sistemi di navigazione per gli elicotteri “Pave Hawk HH-60G” e sistemi elettronici avanzati per gli aerei E-6B (63 milioni).


IL 18% DI FINMECCANICA (GIÀ) IN MANO DI BANCHE E SOCIETÀ USA – È il libro-inchiesta Armi, un affare di Stato a far luce sulla questione. Andando a spulciare le percentuali di azioni in mano a importanti fondi d’investimento statunitensi, è evidente come sia in atto un’importante americanizzazione della holding italiana: Tradewinds Global Investors (5,38%), Deutsche Bank Trust Company Americas (3,6), BlackRock (2,24) e Grantham Mayo Van Otterloo & Co. (2,05).

A questi, poi, vanno aggiunti, secondo quanto rilevato da IRES Toscana, società e fondi pensione statunitensi: New Perspectives Fund (1,96%), Fundamental Investors (1,18), Capital World Growth Fund (0,64), Europacific Growth Fund (0,47), Ishares Msci Eafe Index Fund (0,28), GMO Foreign Fund (0,14), Thrivent Partner International Stock Portfolio (0,13), State Street Bank and Trust Company Investment Funds (0,12). Sommando tutte le percentuali, risulta intorno al 18% il capitale azionario di Finmeccanica a stelle e strisce. Insomma, una holding italiana sempre meno italiana.

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