FINANZIAMENTO ILLECITO PARTITI/ Anche su Fli e Pdl ombre nere: il buco nero da 26 milioni di euro nel tesoretto di Alleanza Nazionale

Che fine hanno fatto i 26 milioni di euro, parte del tesoretto dell’ex partito di Alleanza Nazionale? Mentre infatti tengono banco i due casi di Lega e Margherita, ve n’è un altro sottotraccia, dimenticato da tutti e che riguarda una faida tra futuristi ed ex finiani. E, soprattutto, riguarda un buco di 26 milioni. Fatto alquanto strano, tant’è che, nell’indifferenza generale di tutti, è da febbraio che la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per vederci chiaro.

di Carmine Gazzanni

finanziamenti_illeciti_fli_pdl_fini_berlusconiPrima è toccato alla Margherita. Poi alla Lega Nord. Infine all’Udc con l’iscrizione nel registro degli indagati di Franco Bonferroni, l’uomo responsabile del partito di Casini, secondo quanto dichiarato dal consulente Finmeccanica Lorenzo Cola. Ma ancora ne manca uno all’appello. Stiamo parlando di Alleanza Nazionale. Mentre, infatti, in questi mesi hanno tenuto banco i casi di Lusi e di Belsito, sottotraccia v’era un’altra vicenda, riguardante l’ex partito di Gianfranco Fini. Un patrimonio, quello costruito dal partito, di circa 400 milioni (tra rimborsi e immobili). Ma la faida interna agli ex An è stata determinante: quelli che una volta erano i colonnelli di Gianfranco Fini avrebbero voluto metterci le mani sopra. Perlomeno in parte. Ma è intervenuta la magistratura che, a quanto pare, ha scoperto un enorme buco nero. Da 26 milioni di euro.

Ricostruire la vicenda non è affatto facile perché, accanto all’aspetto economico, si accompagna quello della lotta interna, della faida. Finiani contro ex colonnelli. In palio un bel trofeo: il tesoretto costruito, anno dopo anno, da Alleanza Nazionale. Ma procediamo sin dall’inizio.

Anno 2009. Il partito si scioglie per confluire nel neonato Popolo della Libertà. Sorge un problema grosso come un macigno: che fare dei tanti soldi di cui gode An? Si decide di riversare tutte le risorse materiali che erano di competenza del partito – e dunque ogni bene mobile e immobile direttamente o indirettamente posseduto comprese le partecipazioni in società – in una fondazione concepita ad hoc (non a caso denominata Fondazione Alleanza Nazionale). In altre parole, allora, i beni passano dall’Associazione An (l’associazione che era dietro al partito) alla Fondazione An, il cui compito esclusivo è quello di liquidare il patrimonio. Non a caso, viene creato un comitato di gestione che avrebbe operato secondo le indicazioni di un altro organo, il comitato dei garanti.

In poco più di un anno, però, sappiamo bene com’è andata a finire: Gianfranco Fini prende le distanze da Berlusconi, fonda Futuro e Libertà e, di conseguenza, il Pdl si spacca. Il patrimonio di circa 400 milioni, allora, comincia a far gola ad entrambe le posizioni, tanto ai finiani quanto agli ex colonnelli ora Pdl. Con la conseguenza paradossale che beni di An cominciano ad essere utilizzati anche per il partito nemico del Pdl. Ed infatti, secondo quanto accertato e ricostruito tempo fa da Il Fatto, ben 28 immobili di An vengono affidati ai giovani del Pdl e quasi 4 milioni ceduti al Pdl a fondo perduto.

Finchè non si giunge al vero colpo di mano. Fulcro nevralgico della disputa un senatore, sconosciuto ai più. Franco Mugnai, ex An, oggi appunto Pdl. Passaggio, questo, determinante non solo dal punto di vista politico. Mugnai, infatti, nel 2010 diventa rappresentante legale dell’Associazione An, legittimando quel tram tram di finanziamenti di cui abbiamo detto. Ma non solo. È sempre lui che, il 14 dicembre 2011, davanti al notaio Becchetti firma –come si legge nel documento – “l’atto di conferimento dall’Associazione Alleanza Nazionale alla Fondazione Alleanza Nazionale”: tutti i beni immobili (per un valore di circa 30 milioni) passano a questa Fondazione di cui già abbiamo parlato prima. C’è, però, qualcosa che non torna. Cerchiamo di capire. Leggendo il documento si capisce subito una particolarità: Mugnai non è solo “presidente del comitato di gestione e rappresentante legale della Associazione Alleanza Nazionale”, ma è anche “presidente della Fondazione Alleanza Nazionale”. In pratica, tramite quell’atto, Mugnai cede in qualità di rappresentante legale il patrimonio immobile di An a se stesso perché, nel frattempo, è anche presidente della fondazione. Qualcuno direbbe “se la canta e se la suona”. Non solo. Secondo quanto denunciato dai finiani, Mugnai avrebbe versato alla fondazione anche parte dei rimborsi: 12 milioni sarebbero rimasti all’Associazione (quella che doveva restare l’unica beneficiaria dei rimborsi) e 55 sarebbero invece stati dirottati sulla Fondazione.

Ma è proprio la legittimità di questo passaggio di denaro che fa sorgere più di un dubbio. Non solo. Tramite la nascita della Fondazione, andando a leggere l’atto costitutivo, ci si accorge di come il patrimonio immobile (e parte dei rimborsi) sia in pratica passato nelle mani dei pidiellini ex an. Nel documento, infatti, all’articolo 5, si leggono i nomi dei membri del consiglio di amministrazione. Su 14 ben 12 sono oggi tra le file del Pdl: tra gli altri, oltre a Franco Mugnai, troviamo Gianni Aleammo, Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Maurizio Gasparri.

Insomma, uno a zero per gli ex colonnelli, verrebbe da dire. Ma i finiani non si sono arresi. Non a caso proprio gli studi legali di due finiani doc come Enzo Raisi e Antonio Buonfiglio hanno presentato, a fine 2011, un esposto al tribunale di Roma. Un esposto  atto a chiedere alla magistratura la “nomina di uno o più commissari liquidatori” e comunque “l’adozione di ogni e più opportuno atto affinché fosse data corretta e puntuale esecuzione alle determinazioni congressuali in ordine alla liquidazione e allo scioglimento formale di An”. Già, perché quello appurato dalla magistratura è che dal 2009 non c’è stata alcuna effettiva liquidazione, come invece era stato previsto dal comitato dei garanti.

Ma il tribunale di Roma non ha appurato soltanto una liquidazione prevista ma mai effettuata. C’è dell’altro. Analizzati i documenti delle parti, i periti hanno evidenziato anche (e a questo punto soprattutto) l’esistenza di un buco nero: 26 milioni di euro di cui non c’è traccia. Il motivo? La responsabilità, ancora una volta, va ricercata in quella corsa alla spesa derivante dalla lotta tra finiani e pidiellini ex An. Come ricostruiva a febbraio Il Fatto, “dentro il buco nero si trova di tutto. Parcelle saldate per decine di migliaia di euro ad avvocati impegnati a difendere il Pdl. Il famoso prestito da quasi 4 milioni erogato al partito di Berlusconi, poi restituito a distanza di qualche mese, senza che ci sia foglio di carta che nel rendiconto chiuso a ottobre del 2010 che lo ratificasse. E poi altri milioni, sempre destinati al Pdl, a fondo perduto”. Totale, come detto, 26 milioni di euro. Una cifra enorme sprecata in meno di due anni (dal 2009 al 2011). Per una guerra intestina.

Nessuno ne parla. Ma intanto è in corso un’indagine della Procura di Roma a riguardo. Fa niente: tanto quei soldi non sono loro. Sono pubblici.

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