FINANZIAMENTO AI PARTITI/ La più grande truffa della (mala)politica italiana

di Carmine Gazzanni

Circa 13 milioni di euro. A tanto ammonterebbero i soldi pubblici sottratti da Luigi Lusi alla Margherita. Pare che le indagini si stiano allargando e non è da escludere la possibilità che anche nomi di punta dell’ex partito di centrosinistra vengano coinvolti. Ma il problema, in realtà, è di fondo e risponde al nome di “rimborsi elettorali”. La più grande truffa (perché di questo si tratta) della malapolitica italiana, costata, fino ad oggi, più di 2 miliardi di euro. A dirlo è la Corte dei Conti.

FIANZIAMENTO_AI_PARTITI_TRUFFAEra il 1993. Tramite un referendum, con ben il 90,3% dei voti favorevoli, gli italiani abrogarono il finanziamento pubblico ai partiti. Eppure è noto che i partiti godono ancora di grosse entrate pubbliche. Cosa ha permesso ai partiti di sopravvivere in questi 12 anni? Una serie di leggi nel tempo che, sotto il falso nome di “rimborso elettorale”, garantiscono in realtà veri e propri finanziamenti (e non rimborsi). Per altro spropositati.

Ma andiamo con ordine. Il finanziamento pubblico ai partiti venne introdotto dalla legge 195/1974, dietro la proposta di Flaminio Piccoli (DC). All’epoca la norma venne giustificata come la soluzione per evitare collusioni con i grandi poteri (legali e illegali) del tempo. Ma dopo il referendum del ’93 il Parlamento, che in questi casi è più che mai attivo, corse al riparo. Già nel dicembre dello stesso anno, infatti, venne rivista una legge preesistente sui rimborsi elettorali (legge 515/1993), facendo passare come “rimborsi” veri e propri finanziamenti. Infatti, da allora, l’erogazione dei fondi è assolutamente indipendente dai costi sostenuti: “le spese per la campagna elettorale di ciascun partito, movimento, lista o gruppo di candidati che partecipa all’elezione – si leggeva all’articolo 10 – non possono  superare la somma risultante dalla moltiplicazione dell’importo di lire 200 per il numero complessivo degli abitanti delle circoscrizioni per la Camera dei deputati e dei collegi per il Senato della Repubblica”. Era fissato per giunta anche un tetto, chiaramente tutt’altro che basso: “le spese per la campagna elettorale di ciascun candidato – si leggeva in quella legge – non possono superare l’importo massimo derivante dalla somma della cifra fissa di lire 80 milioni e della cifra ulteriore pari al prodotto di 100 lire per ogni cittadino residente nel collegio uninominale”. In numeri: già nel 1994, i partiti poterono contare su un “rimborso” di circa 47 milioni di euro.

Ma non bastava. Più e più volte i governi, ora di destra ora di sinistra, sono intervenuti in materia. Il Governo Prodi, con la legge n.157 del 1999, cambiò, e di molto, le carte in tavole: istituì quattro fondi – esistenti ancora oggi – per le elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento europeo e ai Consigli regionali. Non solo. Si legge all’articolo 2 comma 2: “All’articolo 9, comma 3, primo periodo, della legge 10 dicembre 1993, n. 515, le parole: “almeno il 3 per cento” sono sostituite dalle seguenti: almeno l’1 per cento”. In pratica, se prima il quorum per sedersi al tavolo dei finanziamenti era fissato al 3%, ora veniva abbassato all’1. Conseguenza: tutti, anche partiti ininfluenti, da allora in poi godono di finanziamenti pubblici. In più le 200 lire previste nel 1993 passarono a 800. Anche il tetto si alzò drasticamente: “l’ammontare di ciascuno dei quattro fondi […] è pari alla somma risultante dalla moltiplicazione dell’importo di lire 4.000 (e non più 100, ndr) per il numero dei cittadini della Repubblica iscritti nelle liste elettorali per le elezioni della Camera dei deputati”.

Poi arrivò Berlusconi e, ancora una volta, i lauti finanziamenti diventarono sempre più lauti. Se infatti nel 1999 era previsto un rimborso di “lire 800” per “ogni cittadino della Repubblica iscritto nelle liste elettorali”, il Cavaliere lo alzò a “euro 1”. Non solo: “all’articolo 1, comma 5, dopo le parole: «è pari» sono inserite le seguenti: «per ciascun anno di legislatura degli organi stessi»”. In pratica, la legge del 2002 ha moltiplicato il rimborso per ciascun anno di legislatura (cinque anni), che equivale a quintuplicarlo. È finita qui? Certo che no: nella legge si specifica anche che i soldi, per quell’anno, non devono essere più corrisposti con cadenza annuale, ma devono essere versati ai partiti in un’unica soluzione.

Ma ancora non bastava. Ed ecco un codicillo, inserito, nel decreto milleproroghe del 2006: l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni. Anche in caso di fine anticipata della legislatura. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che lo Stato continua a versare i soldi ai partiti per tutti e cinque gli anni, anche se il parlamento è stato sciolto. In altre parole, dal 2006 al 2010 (il decreto legge 98/2011 ha, per fortuna, ripristinato l’estinzione dei fondi in caso di cambio legislatura) noi abbiamo pagato anche “partiti fantasma“, partiti, per dirla in altri termini, presenti nella scorsa legislatura e scomparsi nella vigente. Ecco un’interessante tabella di partiti “scomparsi”, che nel 2010 hanno percepito sostanziosi rimborsi:

PARTITI

CONTRIBUTI NEL 2010

La Margherita

€ 5.492.126

Democratici di Sinistra

€ 8.769.911

Rifondazione Comunista

€ 3.729.428

Forza Italia

€ 12.541.536

Udeur

€ 349.225

Casa delle Libertà

€ 261.800

L’Unione

€ 353.065

È evidente, dunque, come questi non siano rimborsi, ma veri e propri finanziamenti occulti (dato che il referendum del ’93 parlava chiaro), garantiti da una serie di leggi che assicurano grossi capitali (pubblici) ai partiti. I numeri sono da capogiro. In definitiva oggi ad ogni fondo dei quattro previsti (Camera, Senato, Europarlamento e consigli regionali) viene erogato 1 euro per ogni iscritto alle liste elettorali per la Camera dei Deputati. Ogni candidato, in più, può accumulare fino a 52 mila di euro di rimborso più 0,01 euro per ogni cittadino residente nella circoscrizione. Per i partiti, invece, il limite massimo di finanziamento è dato dal numero di iscritti alle liste elettorali di Camera e Senato per ciascuna circoscrizione dove il partito si presenta. Il tutto, chiaramente, viene ripartito percentualmente in base ai seggi ottenuti (“Il fondo per il rimborso delle spese elettorali per il rinnovo della Camera dei deputati è ripartito in proporzione ai voti conseguiti per l’attribuzione della quota di seggi da assegnare in ragione proporzionale, tra i partiti e i movimenti che abbiano superato la soglia dell’1 per cento dei voti validamente espressi in ambito nazionale”).

Non solo. Un rapido calcolo ci permette anche di comprendere come alcuni anni siano stati letteralmente d’oro per i partiti. Come lo è stato, ad esempio, il 2008: nelle loro casse sono finite la terza rata del rimborso per le politiche del 2006 (99,9 milioni di euro), la prima rata del rimborso per le politiche del 2008 (100,6 milioni di euro), 41,6 milioni di euro della quarta rata per le regionali del 2005 e la quinta rata del rimborso per le europee del 2004 (49,4 milioni di euro). Totale: 291,5 milioni di euro. In un solo anno.

E i partiti presenti in questa legislatura? Ecco gli ultimi dati disponibili, relativi ai contributi per il solo 2010:

PARTITI

CONTRIBUTI NEL 2010

Il Popolo della Libertà

€ 20.496.206

Partito Democratico

€ 17.590.967

Lega Nord

€ 3.771.671

Unione di Centro

€ 2.096.373

Italia dei Valori

€ 1.924.018

Movimento Per L’autonomia Alleati Per Il Sud

€ 355.240

Ma, in definitiva, a questo punto, una domanda sorge spontanea. A quanto ammontano i soldi pubblici di cui i partiti continuano a godere ininterrottamente  dal ’94? I numeri sono impressionanti. È la Corte dei Conti a rivelarli. Sommando le spese dichiarate dal 1994 al 2008 dai partiti e quanto hanno ricevuto, le cose stanno così: 579 milioni spesi e 2.253.612.233 ricevuti. Una cifra decisamente sproporzionata: una differenza del 389%. E poi si offendono se qualcuno osa chiamarla casta.

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