FIAT VS FIOM/ La saga delle sentenze non rispettate e gli operai ancora fuori dai cancelli

Da Pomigliano a Melfi passando per Termoli e Lanciano, ecco tutta la storia delle sentenze emesse dalla Magistratura in contrasto con il comportamento antisindacale della Fiat, che però – nonostante tutto – l’astuto (per non dire altro) Marchionne non ha mai rispettato.

 

di Viviana Pizzi

Quello andato in scena in questi giorni è stato l’ennesimo scontro tra la Fiat e la Fiom. Da una parte l’azienda insieme ad operai conniventi che applaudivano Marchionne e Monti, dall’altra quelli della Fiom Cgil con le loro proteste contro sentenze non rispettate da un’azienda condannata a riassumere gli operai per comportamento antisindacale. Due facce della stessa medaglia, quelle viste a Melfi.

 

IL VERBO DI MARCHIONNE: LA PERDITA C’È, IL RILANCIO PURE

FiomFiatDi questo lato della medaglia si sa già moltissimo perché strombazzato da tutte le agenzie stampa. È bene però ricordarne i dati salienti per un confronto oggettivo.

La Fiat è un’azienda sana e forte – ha sostenuto Marchionne – nel 2012 registrerà però in Europa una perdita di 700 milioni di euro. In 3- 4 anni raggiungeremo il pareggio delle attività in Italia ed Europa. Il nostro è un piano coraggioso, non per deboli di cuore. Non facile in un’Italia in caduta libera”.

Tra gli obiettivi la fabbricazione di tre nuovi modelli proprio a Melfi. Si tratta di 17 vetture realizzate negli impianti sparsi per tutta Italia. Via alla produzione di due nuovi mini Suv, uno a marchio Fiat e uno a marchio Jeep. Il tutto senza chiedere aiuti pubblici. Sarà vero? Ai posteri l’ardua sentenza.


MONTI IN FIAT E LA RICHIESTA DI ANTONIO DI PIETRO

Alla presentazione del piano Fiat c’era anche Mario Monti che ha espletato anche il suo piano Italia. Su questo punto è arrivata la provocazione del presidente dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro

Monti è andato alla Fiat a fare campagna elettorale – ha sottolineato – ma ha fatto finta di vedere che tutto andasse bene: forse doveva chiedersi perchè i capi della Fiat hanno fatto entrare solo i sindacalisti che lo applaudivano mentre la Fiom è stata lasciata fuori. Forse Monti doveva chiedere a Marchionne perché la Fiat non rispetta le sentenze della magistratura”.

Una provocazione che abbiamo deciso di raccogliere noi per scoprire che, nelle vertenze principali, l’azienda non ha messo in pratica le sentenze della magistratura.

 

MELFI: TRE LAVORATORI RIASSUNTI CHE NON SONO IN FABBRICA

Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli (tutti sindacalisti Fiom) erano stati licenziati nel 2010 perché accusati di aver sabotato la produzione durante un’assemblea sindacale dopo l’accordo di Pomigliano fortemente voluto da Marchionne.

Il 23 febbraio scorso sono state pubblicate le motivazioni per le quali secondo la Corte d’appello di Potenza i tre non meritavano il licenziamento e quindi furono reintegrati in fabbrica perché i giudici ritennero che non avevano “alcuna volontà diretta a impedire l’attività produttiva e non ci fu alcun gesto di sfida nei confronti dell’azienda”.

La Fiat dal canto suo ha sempre affermato che l’atteggiamento ostile dei lavoratori bloccò di fatto i carrelli, impedendo il prosieguo della produzione. Per la giustizia italiana invece esercitarono il loro diritto di sciopero. Ad oggi tutti e tre percepiscono lo stipendio ma non hanno mai messo piede in azienda. La Fiat infatti ha presentato ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Potenza.

 

POMIGLIANO D’ARCO: RIENTRATI SOLO IN 19, GLI ALTRI 126 ANCORA FUORI

La situazione di Pomigliano è più controversa rispetto a Melfi. Qui sono diciannove i ricorrenti della Fiom Cgil che hanno chiesto il reintegro di tutti i tesserati licenziati soltanto perché appartenenti al sindacato (145 in totale).

Effettivamente in fabbrica sono rientrati soltanto i primi, gli altri 126 sono rimasti fuori dai cancelli.  Su 2.093 operai presenti ad oggi nello stabilimento campano, solo 19 sono “targati” Fiom.

Cosa recitava la sentenza? Ad agosto la Corte d’appello di Roma non ha fatto altro che confermare quella di primo grado che ordinava il reintegro di tutti i lavoratori iscritti al sindacato di Landini licenziati per antisindacalità. Ad oggi però, a quattro mesi dalla sentenza, solo i ricorrenti sono rientrati.

Per gli altri – ha sentenziato Fabbrica Italia Pomigliano – bisogna ancora aspettare perché la loro riassunzione non era prevista dal programma aziendale”.  Una dichiarazione che ha portato più volte i lavoratori davanti ai cancelli per protestare.

La Fiat aveva addirittura minacciato di licenziare 19 lavoratori per permettere la riassunzione di quelli Fiom non prevista. Fortunatamente però non ha portato avanti questo intento. Resta però che 126 lavoratori sono ancora fuori dai cancelli e la sentenza che li reintegrava non è stata rispettata.


TERMOLI:  TORNANO I SOLDI IN BUSTA, MA LA FIAT RICORRE IN APPELLO

Più volte abbiamo parlato della decisione della Fiat di Termoli di tagliare circa 250 euro in busta paga agli operai che avevano scelto di tesserarsi Fiom Cgil. Una discriminazione economica che ha portato alla cancellazione dal sindacato di circa 190 operai.

Nell’ottobre scorso il Tribunale di Larino ha definito antisindacale la decisione della fabbrica e l’ha condannata al ripristino delle condizioni salariali uguali a quelli degli iscritti alla Cisl e alla Uil. La decisione è stata ratificata dal mese di dicembre ma all’adeguamento salariale è stata allegata una lettera nella quale la Fiat annunciava di non essere d’accordo col provvedimento del giudice.

L’azienda è già ricorsa in appello per capovolgere la sentenza di primo grado. Grazie a questo provvedimento nessuno degli operai ha ancora recuperato le somme che non gli sono state versate nei mesi: duemila euro in cinque mesi. Per queste cause è stato tutto rinviato al 27 gennaio.

 

SEVEL VAL DI SANGRO (GRUPPO FIAT): DUE OPERAI RIASSUNTI IN PRIMO GRADO MAI RIENTRATI IN FABBRICA

Il dodici gennaio il Tribunale di Lanciano aveva riassunto Costantino Manes e Flavia Murolo, operai della Fiom Cgil licenziati insieme ad altri 146 anche di altri sindacati a causa di un esubero dell’azienda.

I due non sono mai rientrati in fabbrica, l’azienda ha presentato appello,  e nel maggio scorso la Corte d’appello dell’Aquila ha ribaltato la sentenza dando ragione all’azienda. In aula gli avvocati Fiat hanno ribadito, convincendo i giudici e magari mettendoli anche davanti a scelte difficili e dolorose, che “se riconoscerete il diritto dei due lavoratori a rientrare in azienda dovremo licenziarne altri”. Un tono che di sicuro ha messo pressione sui giudici che non si sono sentiti di confermare la sentenza di Lanciano.

Ma quali sono gli effetti del dispositivo della Corte d’appello di L’Aquila? Non solo viene ripristinata la decisione dell’azienda ma vengono anche meno i diritti che Manes e Murolo avevano acquisito tramite la sentenza del Tribunale di Lanciano. Tra questi il diritto al risarcimento danni pari a sei mensilità dall’ultima retribuzione ottenuta.

Ora i due lavoratori intendono ricorrere in Cassazione. La strada giudiziaria è lunga e i costi rischiano di essere molto onerosi. 

 

LE ALTRE SENTENZE

In molti altri casi – Torino, Milano e Lecce su tutti – la fabbrica ha avuto ragione e la Fiom non si è vista riconoscere il suo diritto di rappresentanza. Alla Magneti Marelli di Bologna, Bari e Napoli invece è accaduto il contrario.

In tutto questo bailamme giudiziario vogliamo ricordare che – secondo l’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori – ogni sindacato ha diritto alla propria rappresentanza. 

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