FEDERALISMO FISCALE 2011/ L’inghippo dei fabbisogni standard per festeggiare la fine dell’Unità d’Italia

La questione dei fabbisogni e’ l’architrave del federalismo fiscale. Dalla loro determinazione dipendera’ la tutela dei diritti sociali. E’ assurdo che il decreto sottragga al Parlamento e deleghi ad una spa e all’Istat l’individuazione dei fabbisogni e dei livelli delle prestazioni concernenti i diritti sociali dei cittadini: alla scuola, alla salute, al lavoro. Con la violazione del dovere di solidarieta’ sociale (articolo 2 della Costituzione), a scapito degli enti locali delle aree piu’ deboli.

di Ferdinando Imposimato – La Voce delle Voci

federalismo_fiscale_2011Nel 150° anniversario dell’Unita’ d’Italia, mentre la pubblica opinione e’ distratta dagli scandali che coinvolgono il premier e umiliano il Paese, si sta verificando paradossalmente la spaccatura in due dell’Italia per effetto della riforma federale. La riforma fiscale, che fu sostenuta da quasi tutto il Parlamento, sembra una trappola per molti ignari cittadini. Il terzo decreto attuativo attribuisce a Sose spa (insieme a Istat e Ragioneria dello Stato) il compito di fissare i fabbisogni standard degli enti locali nelle loro funzioni fondamentali.

La questione dei fabbisogni e’ la architrave del federalismo fiscale. Dalla loro determinazione dipendera’ la tutela dei diritti sociali. E’ assurdo che il decreto sottragga al Parlamento e deleghi ad una spa e all’Istat l’individuazione dei fabbisogni e dei livelli delle prestazioni concernenti i diritti sociali dei cittadini: alla scuola, alla salute, al lavoro. Con la violazione del dovere di solidarieta’ sociale (articolo 2 della Costituzione), a scapito degli enti locali delle aree piu’ deboli.

Non solo. Giorgio Guerrini, neo presidente di Rete Imprese Italia, che raggruppa due milioni di piccoli imprenditori, lancia l’allarme. In un’intervista all’Ansa adombra il rischio – per noi e’ una certezza – che il federalismo si traduca in un aggravarsi della pressione tributaria per tutti i cittadini. I decreti produrranno un aumento dell’imposizione fiscale a livello locale. In Italia, secondo i dati dell’ultimo documento Ocse, il rapporto fra tasse locali e prodotto interno lordo e’ passato dal 2,9 per cento del 1990 al 16,1 del 2008, contro una media europea del 12,4 per cento. I calcoli diffusi dalla Cgia di Mestre confermano che i cittadini italiani pagano un prezzo alto al fisco locale: 1233 euro a testa. E la dilatazione delle assunzioni clientelari si trasforma in un ulteriore aggravio fiscale per gli esangui contribuenti italiani. Roma e’ ai primi posti fra i comuni piu’ tartassati dai tributi locali. Ma il federalismo fiscale consentira’ ai comuni anche di sbloccare quest’anno le addizionali Irpef ferme al 2008. E le Regioni potranno portare dal 2015 l’addizionale dall’attuale 1,4 per cento al 3 per cento per i redditi sopra i 28.000 euro. Possibilita’ di aumento anche per l’Irap, su cui le Regioni avranno ampi spazi di manovra.

PAESE SPACCATO
Intanto il distacco del Nord dal resto dell’Italia sta avvenendo in modo irreversibile. Il primo colpo, e’ bene ricordarlo, venne dalla riforma del Titolo V della Costituzione, che attribui’ alle Regioni competenza legislativa concorrente con lo Stato in materie come rapporti internazionali con l’UE, lavoro, istruzione e sanita’. Una vera follia! I risultati della legislazione concorrente in materia di istruzione si sono visti con lo spettacolo desolante del comune di Adro, il cui sindaco leghista ha preso iniziative razzistiche e lesive della unita’ nazionale. A parte la bandiera della Lega nella scuola, egli ha deciso che «se il genitore non paga, l’alunno non mangia a scuola e se ne torna a casa».

Una misura che colpisce gli immigrati e i senza reddito, anche se bravi a scuola. E a questa decisione Bossi, Berlusconi e soci hanno reagito con un’alzata di spalle. Come hanno fatto dopo l’inaugurazione della scuola, tappezzata di emblemi leghisti e intitolata ad un fondatore della Lega Nord senza consultare l’autorita’ scolastica locale. Bandita, inoltre, la bandiera italiana, per sottolineare la prevalenza dell’identita’ locale su quella nazionale. L’ultimo episodio di queste scelte dissennate e’ il divieto di alternativa al “menu padano” per gli scolari. Solo un analfabeta come Umberto Bossi poteva ispirare una simile cretinata, che danneggia i meno abbienti. A Lazzate, in Brianza, (Lazzza’a comune della Padania, si legge sul cartello) le strisce pedonali sono verdi e le vie si chiamano Pontida, Padania, Carroccio, Sole delle Alpi e roba del genere. La locale osteria ha preso l’impegno con il comune che per vent’anni non puo’ servire pizza ne’ couscous, ma solo cucina lombarda. Episodi che indicano una strategia politica precisa che va verso secessione e barbarie.

La modifica del titolo V, voluta da De Mita, D’Alema e da Giuliano Amato, subi’ nel 2004 le critiche di Giuliano Vassalli. Che espresse «antipatia profonda per la riforma del 2001 del centrosinistra», parlando di «manovra elettoralistica varata, con scarsa maggioranza, a favore del federalismo». Vassalli auspico’ di «rinvigorire la legislazione esclusiva dello Stato su materie su cui la competenza non e’ frammentabile».

Altrettanto critico fu il giudizio dell’allora onorevole Giorgio Napolitano che, chiamato in causa per avere promosso la commissione De Mita, cui subentro’ poi D’Alema, ammise di voler «rafforzare i poteri del primo ministro», ma trovo’ «orripilante» la nuova formulazione dell’articolo 117. Non meno feroce la critica del costituzionalista Mauro Ferri, che osservo’: «quando la Costituzione cominciava a funzionare, si e’ cominciato a volerla cambiare con le varie commissioni. (…) Della bicamerale D’Alema meglio non parlare, meglio non esprimere giudizi su cio’ che usci’ fuori da quella bicamerale, “tra cui il famigerato premierato, che poi per fortuna cadde”, e il famigerato titolo V del 2001». Sulla stessa linea un altro costituzionalista, Augusto Barbera: «la riforma del titolo V ha gia’ prodotto non pochi danni alla governabilita’ del Paese».

Nonostante queste critiche aspre e il contenzioso Stato-Regioni che sommerge la Corte, Giuliano Amato ha dichiarato il 14 gennaio scorso, dinanzi all’Accademia dei Lincei, che «la svolta federale in atto servira’ a superare l’incompiutezza della unificazione italiana». Un trasformista, Amato, braccio destro di Craxi, che mira alla presidenza della repubblica con l’appoggio del centrodestra e di Bossi. Il federalismo accettabile e’ solo quello solidale. Convinti, con Ciampi, che «per diffondere in Europa un generale benessere, maggiore giustizia sociale, un piu’ alto livello di democrazia», il federalismo richiede «cultura politica, accresciuto impegno civile di amministrati ed amministratori, nuovo patriottismo regionale, nazionale ed europeo».

Ma Carlo Azeglio Ciampi riconobbe che la nascita delle Regioni era stata una delusione: non avevano saputo evitare «costosi doppioni», una «proliferazione burocratica, dannosa per lo sviluppo di ogni regione» e – io aggiungo – la crescita di corruzione e crimine organizzato. La mafia continua a gestire le risorse destinate alle regioni provenienti dallo Stato e dall’UE , come confermano Commissione Antimafia e DNA.

IL SENATUR FEDERALE
Parlando del federalismo non dimentichiamo che Bossi e premier mirano allo stravolgimento della Costituzione, gia’ tentato nel 2005 con Senato Federale, Corte Costituzionale e federalismo fiscale. Il senato Federale, approvato dal Parlamento nel 2005, fu bocciato dal referendum popolare. Giuliano Vassalli ammoni’ che esso realizzava il predominio del Senato federale sulla Camera ed era «un istituto ibrido, incomprensibile in piu’ punti». La Lega vuole infatti un Senato federale con poteri piu’ ampi di quelli della Camera. E il potere di eleggere 4 membri della Corte Costituzionale, mentre alla Camera ne resterebbero solo 3, (oggi ne spettano cinque al Parlamento in seduta comune).

Con l’aumento delle toghe di nomina politica, la Consulta non sarebbe il giudice imparziale delle leggi, ma un organo della maggioranza. E dunque non in grado di dichiarare la incostituzionalita’ delle leggi approvate dalle maggioranze di centrodestra e di centrosinistra, a partire dal lodo Alfano. Al Senato spetterebbe un groviglio di competenze, tra cui un potere di veto sui rapporti internazionali, tutela e sicurezza sul lavoro, istruzione, ricerca scientifica e tecnologica, salute, finanza pubblica e sistema tributario. Un guazzabuglio che porterebbe alla paralisi del Parlamento ed alla disgregazione del Paese. Farraginoso era poi il sistema escogitato dalla Lega per disciplinare i rapporti tra Camera e Senato federale nella formazione delle leggi. Una riforma, dunque, fatta per aumentare i conflitti. In realta’ la Lega tende alla secessione morbida del Nord dal resto dell’Italia.

Una conferma dell’incidenza negativa del federalismo sullo sviluppo viene dalla Corte dei Conti: i magistrati contabili hanno denunciato, nel 2009 e 2010, che la corruzione dilaga, essendo divenuta una tassa immorale ed occulta, pagata dai cittadini, pari a 50-60 miliardi di euro all’anno. «Un fenomeno che ostacola, al Sud, gli investimenti esteri». Nella classifica della corruzione, tra le prime cinque regioni – afferma la Corte – quattro sono del sud: Sicilia (13% del totale delle denunce), Campania (11,46%), Puglia (9,44), Calabria (8,19) preceduta dalla Lombardia con il 9,39 del totale delle denunce. A cio’ si aggiunge l’aumento della spesa corrente del 4,5% (stipendi e pensioni): un costo insopportabile per la collettivita’.

D’altra parte, guardando ad Adro e Lazzate, capiamo che il federalismo tende a proteggere gli interessi particolari della Lega contro quelli dei cittadini delle altre regioni d’Italia e contro gli stranieri. E ad intaccare settori vitali. La scuola non sara’ piu’ luogo del confronto pluralistico fra giovani di diverse culture, etnie e religioni, ma quello in cui la formazione si frantumera’ nelle varie regioni a seconda delle diversita’ religiose ed etniche, con il vanificarsi della speranza di costruire una comune cittadinanza democratica, secondo i principi di solidarieta’ e tolleranza.

Nella sanita’ saranno avvantaggiate le Regioni piu’ ricche rispetto a quelle piu’ povere, meno garantite rispetto ad un bene primario quale e’ il diritto alla salute. Cio’ lederebbe l’idea unitaria dello Stato, pensata dai padri costituenti quale «forma fondamentale di solidarieta’ umana». Il parlamento nazionale, che legifera su diritti e liberta’ fondamentali dei cittadini, sul lavoro, sulla indipendenza dei magistrati, sul pluralismo della informazione, sui sistemi elettorali e sui conflitti di interesse, perderebbe la sua centralita’ e la sua liberta’. Il solo effetto positivo dello scandalo che travolge il premier Silvio Berlusconi e’ – speriamo – l’affossamento del federalismo.

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