FALLIMONTI/ Guerra all’antimafia: dopo la Catturandi, i tecnici vogliono tagliare anche la DIA

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È la DIA – Direzione Investigativa Antimafia – voluta fortemente dal giudice Giovanni Falcone, ogni anno a consegnare alla giustizia migliaia di latitanti e affiliati ai clan, oltre a confiscare beni di valore pari a miliardi di euro. A loro, tra i tanti meriti, la cattura di Leoluca Bagarella, capo di Cosa Nostra, e di Francesco Schiavone, detto ‘Sandokan’. Ed è sempre la DIA a subire dei tagli consistenti che la indeboliscono, favorendo le mafie. Prima con il governo Berlusconi è stato decretato il blocco degli stipendi ai dipendenti per tre anni, poi con Monti oltre al taglio del 20 percento dagli stipendi è stato ridotto anche del 60 percento il Tea- trattamento economico aggiuntivo. Tutto questo perché la Dia, troppo indipendente e incorruttibile, fa paura alla politica corrotta.

 

La DIADirezione Investigativa Antimafia– è un organo di indagine voluto fortemente dal giudice Giovanni Falcone ed istituito con la legge del 30 dicembre 1991 n.410 per combattere tutte le forme di criminalità organizzata e contrastare le relazioni mafiose all’estero. Una lotta alla mafia autonoma e integerrima che ogni anno fornisce riscontri positivi. Le attività della DIA cominciano dal 1992, un decennio di risultati positivi nella lotta alle mafie, nello scoprire la verità sulla trattativa Stato-Mafia e per contrastare periodi di stragismo. Il bilancio per questo ventennio di vita della DIA è davvero positivo: 12 miliardi di euro sottratti a Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona, 2 miliardi di euro confiscati e 9 mila le persone arrestate tra boss, latitanti ed affiliati. Tra i successi più importanti, va a loro il merito dell’arresto nel 1995 di LEOLUCA BAGARELLA, capo di Cosa Nostra dopo Totò Riina o di FRANCESCO SCHIAVONE detto ‘Sandokan’, esponente di spicco della camorra e nascosto da tempo in un bunker.

Risultati davvero oltre le aspettative, questi della DIAed il governo anziché rinforzarne le strutture, provvede ad indebolirne. Tutto comincia –non a caso– con Silvio Berlusconi. Durante il suo governo nel 2010, l’allora premier decretò tre anni di blocco degli stipendi per i dipendenti DIA. Nell’ottobre 2011 nel decreto di stabilità ha inserito il taglio del 20 percento degli stipendi, oltre a ridurre anche il TEA trattamento economico aggiuntivo del 60 percento. Il TEA è anche detto in gergo ‘indennità di cravatta’, un riconoscimento alla professionalità di chi è impegnato nella DIA e alla pericolosità delle loro operazioni. La riduzione vuol dire che su uno stipendio base che varia dai 1.400 ai 2.000 euro, il TEA che dovrebbe ammontare a 300 euro mensili, viene miseramente ridotto a 180 euro. Come pensare che il governo Berlusconi avesse potuto rafforzare una struttura di contrasto alla mafia, quando ben 100 parlamentari sono indagati, imputati e condannati e di questi circa 60 sono del PdL. Oltre allo stesso ex premier  Berlusconi, che ha tre processi in corso, cinque prescrizioni, 2 amnistie ed una assoluzione per depenalizzazione del reato, tra la lunga fila dei pidiellini possiamo annoverare Marcello Dell’Utri, senatore, condannato in appello per estorsione mafiosa e condannato in secondo appello a 7 anni di reclusione ma annullata con rinvio in Cassazione e Nicola Cosentino, anche lui senatore e accusato di legami con i clan dei casalesi e ‘salvato/graziato’ dal Parlamento. Un governo che utilizza la politica come escamotage per ovviare a delle condanne: questa è l’ammissione fatta dallo stesso Dell’Utri che, pochi giorni fa di fronte al ‘no’ di Berlusconi per la candidatura alle prossime elezioni, ha affermato di usare la politica come ‘Piano B’ alle condanne.

E qui arriviamo ad un nuovo ‘falliMonti’ del governo dei tecnici. Il Professore conferma la norma berlusconiana e condanna a morte certa la DIA. La storia della Direzione investigativa antimafia ricorda lo stesso destino della Catturandi di Palermo – il settore specializzato per la cattura dei boss della criminalità organizzata e punta di diamante dellaPolizia di Stato, di cui abbiamo già parlato.

Il taglio viene giustificato da Monti come necessario perché ‘non è giusto’ che gli agenti DIA guadagnino di più rispetto alle Forze dell’Ordine. Una motivazione insensata che indebolisce una sezione che combatte una mafia radicata nel nostro Paese per ben il 40 percento delle attività e delle situazioni.

Il governo dei tecnici che tanto vanta di professare la propria lotta alla mafia, sceglie la linea berlusconiana e non investe nella DIA  coinvolgendola, in modo ingrato, nella spending review: ad esempio in Emilia Romagna, terra logorata da infiltrazioni mafiose e riciclaggio, non esiste un Centro Operativo a causa delle restrizioni economiche oppure in Liguria, regione sotto il dominio delle mafie, le squadre operative sono formate solo da 11 agenti.

Perché indebolire la DIA? Per paura della sua autonomia ed indipendenza, vista come troppo pericolosa. L’autonomia della DIA è un dato di fatto: consideriamo che il Centro Operativo di Genova due anni fa ha confiscato alla mafia beni pari a 17 milioni di euro, un introito ben superiore rispetto ai 5 milioni che il Governo aveva stanziato per finanziare le risorse della DIA. In questi 5 milioni che Monti ha investito per la direzione antimafia si deve considerare che vengono pagati anche gli affitti per gli uffici del Centro Operativo visto che in venti anni non si è ancora provveduto a destinare uffici pubblici alla DIA.  E par timore di una sezione ‘troppo poco gestibile’ dalla politica, il governo preferisce tagliare e favorire, così, le mafie.

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