FALLIMONTI/ Dalle province ai tagli anti-casta: ecco le 10 leggi che non verranno mai approvate

Soppressione delle province, tagli anti-casta, modifica del Titolo V della Costituzione, riforma elettorale. E poi crescita, stabilità e delega fiscale. Queste sono solo alcune delle leggi che, molto probabilmente, non vedranno mai applicazione: quattro di sei decreti urgenti stazionano ormai da giorni in Senato. E tempo non c’è: se si dovesse andare a voto a marzo, a metà gennaio Napolitano scioglierà le Camere. Rimangono solo trenta giorni a disposizione. Una la strada possibile per risolvere in fretta la questione: infilare tutto dentro un decreto milleproroghe e poi chiedere un unico voto di fiducia (ma già siamo a quota 46 in un solo anno) che faccia passare tutto. Una strada che farebbe di Monti un classico politico da Seconda Repubblica. E allora perché si continua a parlare di Monti-bis?

 

di Carmine Gazzanni

monti_il_fallitoSono settimane ormai che se ne parla: Mario Monti sarà premier anche nella prossima legislatura? I dubbi sembrerebbero essere stati sciolti, e dallo stesso Presidente del Consiglio e dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Entrambi hanno fatto capire che il premier, da senatore a vita, potrebbe dare un “aiuto”, un “contributo” al prossimo governo. Ciò, dunque, non esclude che, nella remota ipotesi si dovesse giungere nuovamente ad una larga coalizione, si chieda nuovamente l’intervento di Mario Monti al governo. Insomma, il Monti-bis sembrerebbe una strada ancora in piedi.

Conviene, però, aspettare fine legislatura per fare un effettivo bilancio sull’esecutivo dei tecnici. Come Infiltrato.it ha già documentato, infatti, per il momento il bilancio non è dei più rosei: debito pubblico che sfonda i 2 mila miliardi di euro (mai successo prima), ben 46 voti di fiducia in un anno (roba che nemmeno B.), su 482 decreti attuativi necessari per rendere operative le norme fino ad ora approvate, 392 sono fermi al palo. Ma non  è tutto. Gli ultimi giorni di governo, infatti, potrebbero trasformarsi in una colossale disfatta per il governo Monti anche grazie al contributo importante di un Parlamento che va – volente o nolente – troppo a rilento.

Capiamo perché. A conti fatti, se si dovesse decidere di andare a votare a marzo, Napolitano dovrebbe comunicare lo scioglimento delle Camere intorno alla metà di gennaio: da quel momento in poi – tranne casi straordinari – solo normale amministrazione. Nessuna approvazione di leggi o decreti, dunque. Togliendo il lungo ponte natalizio, al Parlamento rimangono circa trenta giorni di attività. In questa mesata di tempo a disposizione sono troppe le cose da fare. Certamente qualcosa andrà perso per la strada. La cosa preoccupa – e non poco – lo stesso Monti, dato che le leggi che rischiano di non essere approvate sono alcune di quelle a cui Monti tiene maggiormente: dall’abolizione delle province ai tagli anti-casta (il cosiddetto decreto anti-Batman), dalla riforma del Titolo V della Costituzione al decreto di Passera sulla Crescita. Per non parlare, poi, di legge elettorale, delega fiscale e ddl Stabilità.

Tutto fermo, dunque. Di questi, la maggior parte staziona in Senato dove vige un vero e proprio ingorgo di decreti (tutt’altra musica alla Camera dove, per il momento si stanno occupando di questioni secondarie, in attesa che arrivino i decreti da Palazzo Madama): solo in Commissione Affari Costituzionali sono fermi quattro dei sei decreti urgenti in attesa di approvazione lampo. Ma andiamo a vedere, a questo punto, quali sono le leggi che rischiano di non vedere mai la luce (e perché).

È, in sintesi, una questione di tempo. Per quanto riguarda il decreto sull’abolizione delle province è necessaria la conversione in legge del decreto, il che deve avvenire entro la fine di dicembre, ma, leggendo i resoconti delle discussioni in Commissione, siamo ancora in alto mare (anche perché poi il testo dovrà andare ancora a Montecitorio). Il discorso non cambia per il dl di Corrado Passera sulla Crescita: scadenza per la sua approvazione fissata al 18 dicembre, ma ancora si attende l’ok in Commissione. C’è, poi, il dl 174 sui costi della politica (soprattutto quella regionale): termine ultimo per la conversione in legge è il nove dicembre. Unica strada possibile: approvare in fretta e furia il testo senza alcun cambiamento.

Anche il ddl Stabilità rischia di non vedere la luce: alcuni giorni fa Montecitorio ha terminato la sessione col voto finale sul ddl Bilancio (i due disegni vanno insieme). A Palazzo Madama, invece, è appena cominciata la sessione di bilancio. In alto mare anche la riforma elettorale: dopo che se n’è parlato per tutto l’ultimo anno, soltanto due giorni fa il testo è arrivato in Aula. Per non parlare della delega fiscale: ieri è approdata in Assemblea a Palazzo Madama, ma, dopo la sua approvazione, dovrà affrontare tutto il secondo ramo parlamentare.

Chiudono il quadro tre decreti, anche questi in attesa di altrettante conversioni in legge. Quello sulla revisione dei rapporti contrattuali con la società Stretto di Messina spa (scadenza fissata al 12 gennaio); quello sul blocco al 2,5% del prelievo sul Tfr degli statali (29 dicembre); e infine quello sul pagamento dei tributi per i terremotati emiliani (16 gennaio).

A questo punto la domanda: come farà Mario Monti per evitare una conclusione di legislatura poco encomiabile, dato che è certo che qualcosa verrà perso per strada? L’unica è ricorrere (nuovamente) al voto di fiducia. Il premier lo sa. E lo sanno bene anche i parlamentari, ormai abituati all’uso smodato di voti di fiducia da parte del premier. Probabilmente, però, anche questi sarebbero troppi se concepiti uno per ogni legge da approvare. E allora? Ecco che sembrerebbe profilarsi all’orizzonte l’ipotesi di ricorrere ad un decreto milleproroghe, strumento nato nel 2005 sotto il governo Berlusconi, finalizzato all’approvazione lampo di decreti urgenti evitando il normale iter parlamentare. In altre parole, un sistema per infilare dentro tutto quello che si vuole. Un sistema non molto “responsabile”. Più da Seconda Repubblica che da Professori.

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