EXPO & TAV/ I due grandi progetti che fanno gola ai clan: e fioccano le minacce a chi si oppone

Il rischio di infiltrazioni è forte e, in alcuni casi, già palese: le operazioni investigative Minotauro e Infinito, d’altronde, hanno confermato le mire criminali sui progetti. E poi ci sono le minacce e le intimidazioni verso chi si oppone ai progetti. Ma si sta anche tentando di garantire trasparenza, come si sta facendo a Milano con la white list. Ma i dubbi su una garanzia effettiva restano …

di Carmine Gazzanni

no_tav_no_mafiaOMBRE SULLA TAV: ITALCOGE, MARINO E QUEL DIPENDENTE ‘NDRANGHETISTA – Brutto figlio di puttana, le stalle che abbiamo bruciato erano solo un avvertimento. Ora passeremo ai cristiani: vi veniamo a prendere mentre dormite, vi scanniamo come maiali e vi squagliamo nell’acido”. Questo è il contenuto di una lettera recapitata un anno fa ad Alberto Perino, leader del Movimento No Tav. “E mi hanno anche avvelenato il cane – ci dice nell’intervista che ci ha rilasciato alcuni giorni faUltimamente, poi, hanno minacciato anche altri manifestanti”. Altri “sucaminchia dei No Tav”, come si legge sempre nella lettera intimidatoria. Insomma, sembrerebbe che i No Tav siano rei di aver toccato alcuni importanti interessi.

D’altronde non c’è da sorprendersi. Il Piemonte è una terra a forte presenza ‘ndranghetista e l’operazione Minotauro ne è una palese dimostrazione: 148 persone arrestate per reati a vario titolo (voto di scambio, usura, traffico d’armi e stupefacenti) e sequestro di beni per 50 milioni di euro. L’operazione ha evidenziato, rivela la DIA, che “nella regione sono radicate qualificate presenze di soggetti riconducibili alle ‘ndrine del vibonese, della locride, delle coste ioniche e tirreniche reggine”.

Ed è proprio dagli ultimi atti dell’indagine depositati dalla procura che cadono ombre anche sulla Tav. “Dietro la Tav – ci dice il giornalista antimafia Biagio Simonettasappiamo tutti cosa c’è. Sappiamo che ci sono dei clan calabresi che stanno attendendo il varo dei progetti d’inizio dei cantieri perché incasserebbero diverse centinaia di migliaia di euro subito. Dietro la Tav c’è un gruzzolo di soldi importantissimo. Considerando che la ‘ndrangheta è egemone in Piemonte, pensare che dietro la Tav non ci sia la ‘ndrangheta è un po’ da folli. Bisogna stare molto attenti”.

Nell’operazione Minotauro, infatti, si fa esplicito riferimento alla Italcoge dei fratelli Lazzaro, società aggiudicatrice dell’appalto per la recinzione del cantiere di Chiomonte. La figura che getta ombre su questa spa (che per giunta già era finita agli onori della cronaca nel 2002 per un’operazione che portò all’arresto di Ferdinando Lazzaro per corruzione) è quella di Bruno Iaria, come ha ricostruito alcuni giorni su La Stampa Alberto Gaino. Bruno Iaria, infatti, da settembre 2006 sino a marzo 2007 è dipendente di Italcoge. Fin qui niente di strano. Ma i dubbi crescono se si precisa che Bruno è capo della ‘locale’ di Cuorgnè e nipote di Giovanni Iaria, arrestato nell’operazione Minotuaro, accusato di ave fatto convogliare il voto ‘calabrese’ su Fabrizio Bertot, candidato alle elezioni Europee 2009 (ottenne ben 19. 156 voti) e oggi sindaco di Rivarolo Canavese.

Ma le coincidenze non finiscono qui. Nel 2007 – ricostruisce ancora Gaino – i carabinieri fotografano 14 imprenditori mentre entrano a casa dello Iaria, a Cuorgnè, per un incontro di affari. Tra di loro ci sono due persone la cui presenza alimenta tanti dubbi. C’è un dipendente Sitaf, Società Italiana per il Traforo Autostradale del Frejus, concessionaria autostradale in Val Susa. Ma c’è anche Claudio Paquale Martina, presidente della Martina Service srl, socio di Italcoge, nell’ATI, società che si aggiudicò l’appalto di Chiomonte.

Il quadro che emerge, a questo punto, è dei meno rassicuranti se si pensa che, all’indomani del fallimento dell’Italcoge, l’appalto è stato immediatamente concesso proprio alla Martina Service srl. La stessa che ne era già in affari e il cui presidente era a Cuorgnè a casa di Iaria nel 2007.

Tutto questo finisce col gettare ombre anche sulla stessa società che dovrebbe gestire e coordinare i lavori, la Ltf (Lyon Turin Ferroviaire), perché gli appalti – come ci ricorda Perino – “si affidano a trattativa privata”. “Come cavolo si fa a dire che non ci sono infiltrazioni quando poi si affidano i lavori a queste due ditte che sono in odore di mafia?”, si chiede il leader del Movimento. E, con lui, ce lo chiediamo anche noi.


EXPO 2015: LE MIRE CRIMINALI SUGLI APPALTI DI MILANO. WHITE LIST: GARANZIA AL 100%? – Sono tante (e forti) anche le voci di possibili infiltrazioni mafiose in vista dell’Expo 2015. Voci che sono diventate certezze in seguito all’operazione Infinito, ma che ora sembrerebbero essere state scongiurate grazie alla White List per gli appalti dell’Expo voluta da Giuliano Pisapia. Ma, come vedremo, il condizionale è d’obbligo.

Ma andiamo con ordine. Il primo luglio 2010 scattano i primi 35 arresti (a cui ne seguiranno altri 304) per personaggi legati alla ‘ndrangheta, grazie ad un’indagine nata nel 2008 e coordinata a Milano da Ilda Boccassini con la collaborazione della Procura di Reggio Calabria, allora guidata da Giuseppe Pignatone. Dall’inchiesta emerge il ritratto di un’organizzazione ben ramificata, moderna, con una grande capacità nel subappaltare, nell’ottenere lavori contando su “amicizie” politiche e imprenditoriali vecchie e nuove. Uno degli arrestati, il boss Salvatore Strangio, è a capo della Perego General Contractor srl, società che partecipa agli appalti pubblici nell’area milanese, tra cui i lavori per il nuovo edificio del tribunale in Via Pace. Fallita nel 2009, risorge immediatamente con il nome di Perego Strade e diventa il lasciapassare per gli interessi mafiosi nell’edilizia. A cominciare, appunto, dall’Expo. Intercettato al telefono il 25 aprile 2009, infatti, Strangio dice al suo interlocutore: “Il primo lavoro dell’Expo al 99 per cento lo prende la Perego”.

Ma, a quanto pare, la ‘ndrangheta non è interessata soltanto all’edilizia. Anzi. Come ci conferma Gabriele Sola, consigliere regionale Idv in Lombardia, “queste realtà spesso si accontentano di commesse di secondo piano. Magari economicamente interessanti, ma non così evidenti. Spesso la vernice che appare all’esterno è rassicurante, ma nasconde nervature di interazioni con la criminalità organizzata”. Parole confermate da altre intercettazione. In una di queste Emanuele De Castro, altro uomo di ‘ndrina, rivela al suo interlocutore Vincenzo Rispoli (boss attivo nel Varesotto, arrestato lo scorso luglio e condannato a undici anni di carcere): “siamo interessati alla sicurezza. Poco poco ci vorranno minimo 500 persone. Cinquecento uomini di sicurezza”. Risponde Rispoli: “Se tu su un appalto di questo ci guadagni 5 euro l’uno al giorno, vedi che cifre che si fanno”. Insomma, anche sulla sicurezza (appalto di secondo piano rispetto all’edilizia) si possono fare soldi.

Ora, però, pare che ci si stia muovendo nella direzione giusta. Dopo un anno di promesse mai mantenute, lo scorso 13 febbraio è nata l’anagrafe per gli appaltatori dell’Expo. Una White list che dovrebbe garantire un controllo sulle società appaltatrici. Passeranno al vaglio della Prefettura contratti, impiego di manodopera, provenienza di flussi di denaro. E, in base alle informazioni raccolte, sarà proprio la Prefettura che rilascerà le indispensabili certificazioni antimafia. Al momento sembra che la scelta vada nella giusta direzione: in poco più di una settimana sono già quindici le imprese che hanno aderito all’anagrafe e si sono sottoposte ai dovuti controlli. Sono aziende, per giunta, di settori delicati come il noleggio, lo smaltimento dei rifiuti e il movimento terra.

I dubbi, tuttavia, rimangono. Ci dice ancora Gabriele Sola: “Io non voglio dare in capo a quelli che stanno gestendo la macchina dell’Expo. Non nego che ci possa essere una reale volontà di tirar fuori le mafie”. Tuttavia, “il timore è che, come accade per gli appalti pubblici in generale, non siano tanto gli appalti che sono in superficie quanto la selva dei subappalti a nascondere situazioni poco chiare”.

Certamente, insomma, non sarà facile monitorare la questione solo con la White list. Gli uomini d’onore, infatti, sanno bene che è impossibile ottenere un appalto diretto, come ci conferma anche Biagio Simonetta: “Dietro i grandi appalti, le grandi opere, di solito le organizzazioni criminali si muovono la maggior parte delle volte con falsi nomi, ma anche con subappalti. Non so se con la White list riusciranno ad evitare questo tipo di fenomeno. Io la vedo molto difficile. D’altronde nell’intercettazione già citata tra De Castro e Rispoli si discute anche sul come ottenere gli appalti: “un appalto diretto è impossibile che ce lo danno a noi. E quindi abbiamo bisogno di una serie di ditte tra virgolette pulite”.

Io non credo che ad oggi ci siano strumenti adeguati. La White list va benissimo, ma non credo dia una garanzia al cento per cento”, conclude Sola. Conoscendo le mafie c’è poco da fidarsi.

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