EMERGENZA RIFIUTI/ Napoli e la Campania sommerse di munnezza, di chi è la colpa?

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Ieri abbiamo mostrato come l’emergenza rifiuti sia tutt’altro che risolta (leggi l’articolo), sebbene gli annunci, gli slogan, le dichiarazioni dei vari uomini politici che tentano di accaparrarsi presunti meriti, scaricando le responsabilità addosso ad altri. A questo punto, allora, urge rispondere ad alcune domande. Ad iniziare dalla più logica, ma anche più complessa: di chi è la responsabilità di tale scempio?

 

 

Una breve cronistoria. La Campania è stata commissariata per la prima volta per la gestione dei rifiuti nel 1994. Questo vuol dire, innanzitutto, che bisognerebbe comprendere a dovere anche le responsabilità di chi, allora, gestiva la questione (stiamo parlando di uomini della prima repubblica). Ma non è tutto: è da allora, dal 1994, che comincia in Campania la lunga stagione dei commissari. Ma chi sono i commissari? Sono uomini nominati dal Governo che, nel loro operato, devono rendere conto solo ed esclusivamente a questo. A nessun altro: né ai cittadini, né alle amministrazioni, comunali, provinciali o regionali che siano. Quando si vuole attribuire responsabilità a questo o a quello, è bene tenerlo a mente.

Ma cosa si è fatto da allora? Dopo ben sedici anni pare che i risultati siano imbarazzanti. Guido Viale, in un articolo di alcuni mesi fa su “La Repubblica”, è chiaro sulla questione: “in Campania non è stato fatto né tentato nulla”, sebbene i principi per una corretta gestione dei rifiuti e del riciclaggio siano oramai noti dopo diverse direttive dell’Ocse e dell’Europa. Eppure i soldi, da allora, sono stati spesi. E non pochi: tre miliardi e mezzo di euro, a seguito di venticinque ordinanze emergenziali. Tutto per niente, pare.

Ma le contraddizioni non finiscono qui. Sempre nello stesso articolo Viale ricorda che “tra gestioni private, pubbliche e miste, gli addetti ai rifiuti urbani in Campania sono oltre 25mila, mentre un rapporto ragionevole con la popolazione non dovrebbe far loro superare i 6-8mila”. Insomma, la Campania è la regione che più di ogni altra ha problemi con la gestione dei rifiuti, ma anche quella che conta più “addetti ai lavori”. Contraddizioni su contraddizioni, dunque. A questo punto una domanda: come mai? Chi sono i responsabili?

Certamente il ruolo della camorra nella vicenda non è secondario. Ed è, d’altronde, cosa nota. Basti pensare che nel 2008 era addirittura il quotidiano spagnolo “El Pais” a parlarne: “Ciò che puzza è la Camorra napoletana”, titolava il 10 gennaio di quell’anno. Il giornale parlava già allora delle “montagne di spazzatura che da giorni infestano le strade di Napoli, provocando disordini e proteste”; e si faceva notare che “questo scandaloso iceberg di illegalità è profondo come le centinaia di fosse riempite dai clan mafiosi con rifiuti tossici provenienti da tutta Italia, vecchio come le prime indagini sul tema, che risalgono all’inizio degli anni novanta, e raccapricciante come le cifre dell’Organizzazione mondiale della sanità, secondo le quali nei comuni vicini alle discariche il tasso di mortalità è più alto che nel resto della regione di circa il 10 per cento”.

Dunque, se fino al 1994 i clan gestivano le discariche legali, da allora si sono cominciati ad orientare sulle discariche illegali e sull’incenerimento dei rifiuti. Proprio per questi motivi, al contrario di quanto si possa pensare, la camorra né gestisce tali tensioni, né ne trae giovamento, come ha dichiarato tempo fa Stefano Caldoro (“Penso che le organizzazioni criminali ci guadagnino nel disordine. La camorra vuole che non si faccia niente, vuole che alla fine si debba agire sotto l’onda degli scontri, e dell’abusivismo”). Non è affatto vero. È la camorra stessa che vuole tornare all’ordine, alla tranquillità, allo status quo, perché è solo in questo modo che gli affari possono essere conclusi in maniera immediata e produttiva. D’altronde, già alcuni anni fa Stefania Castaldi, sostituto procuratore di Napoli, l’aveva sottolineato: l’interesse della criminalità organizzata, aveva detto, è nel “mantenimento di una situazione di inefficienza con momentanee emergenze che limitano la capacità di controllo sulle sue attività”. Evitando, dunque, casi troppo eclatanti che attirino l’attenzione di media e società civile.

Non è un caso, allora, che, solo quando l’emergenza rifiuti cominciava a passare in secondo piano, solo quando i media ne parlavano sempre meno e anche l’attenzione istituzionale andava scemando, solo allora gli affari camorristici sono ripresi alla grande. Ed un mese fa siamo venuti a sapere degli interessi criminali nella tratta Campania – Romania per sversare i rifiuti. Gli investigatori romeni, come rivelato da “L’Espresso”, smentiscono per vie ufficiali possibili infiltrazioni, ma, come riferisce Tommaso Cerno, “fuori microfono confermano che il campanello d’allarme è suonato. I container di immondizia arrivano via mare”.

Per le criminalità organizzate la monnezza è oro. Per prendere i rifiuti partenopei pagano tutti: paga il governo, paga Bruxelles, pagano le amministrazioni. Dunque la camorra investe. Anche (e pare soprattutto) in Romania, dove si possono portare e sversare facilmente rifiuti tossici. Ma d’altronde il filo che lega Napoli alla Romania è molto forte e datato: come rivela sempre Tommaso Cerno “basta fare un salto sabato notte al Bamboo”, la più grande discoteca dell’Est Europa. I proprietari sono due italiani, Giosuè e Ciro Castellano, i nipoti di Pupetta Maresca, ”compagna del boss Umberto Ammaturo e prima notabile donna della camorra”. E le regole sono ben precise: “un tavolo nella zona vip te lo devono dare loro di persona. Paghi anche mille euro per bere vodka commerciale. Fuori girano Ferrari, Audi e Bmw nuove di zecca. Perché a Bucarest sesso e affari sono una miscela inscindibile”. Ed è lì, in quei locali, su quei tavoli, che sembra trovi largo spazio l’affare rifiuti.

Ma, sebbene la camorra rimanga un grosso problema da affrontare, sarebbe errato dire che l’emergenza rifiuti sia stata causata solo ed esclusivamente dagli affari illegali delle criminalità organizzate. È indubbio, purtroppo, che grosse responsabilità sono imputabili anche alla “mala gestio” dei Governi e delle amministrazioni locali, troppe volte colluse con le stesse criminalità.

Alcuni esempi. Da giorni trapelano notizie sconcertanti riguardo cava Giuliani: secondo alcuni studi portati avanti dalla Procura di Napoli, la FIBE (l’azienda preposta alla gestione di cava Giuliani sin dal 2001) avrebbe falsato i dati relativi alla manutenzione della discarica per evitarne la chiusura. Non è stata comunicata alle autorità competenti la gravità della situazione, omettendo dunque la necessità di una bonifica.  Gli studi, infatti, hanno accertato l’inquinamento delle falde acquifere. Ma cos’è che fa più paura di questa faccenda? L’omertà di buona parte della cittadinanza di Giugliano: nessuno, pare, ha preteso ci fossero maggiori accertamenti o analisi.

Nonostante questo, casi sporadici di buona amministrazione ci sono stati, ma immediatamente si è cercato di affossare quanto di positivo si era fatto. È il caso del sindaco di Camigliano Vincenzo Cenname, che era riuscito a portare la raccolta spinta porta a porta al 65%, un dato che in Campania è una vera soddisfazione, rendendo il suo comune “virtuoso”. E come era riuscito nell’intento? Grazie ad accordi presi per lo smaltimento dei RAEE, i rifiuti solidi e tecnologici come i frigoriferi e i monitor: tali beni elettronici vengono ritirati e smaltiti (ecologicamente) a costo zero. In più, una convenzione con un’azienda della provincia di Avellino permette anche il ritiro degli oli esausti con un piccolo corrispettivo assicurato alle casse del comune. In ultimo, alcune cooperative romane, in accordo con l’amministrazione locale, raccolgono, sempre gratuitamente, anche gli abiti usati. Eppure, Cenname, nonostante questi successi, è stato cacciato, esonerato dal suo incarico, per via di un’altra legge-vergogna di quest’esecutivo che troppo spesso è stata sottaciuta. Stiamo parlando della Legge 26. Con questa norma  a gestire la “monnezza” dovranno essere i consorzi provinciali delegati per l’occorrenza dai comuni (anche quando questi ultimi risultano incredibilmente virtuosi ed autosufficienti come quello di Camigliano). Peccato, però, che tali consorzi siano allo stesso tempo responsabili della costruzione degli inceneritori e dello smaltimento dei rifiuti. Un palese conflitto d’interessi: i termovalorizzatori, infatti, sono l’esatta antitesi delle operazioni di riciclaggio. Vi pare mai possibile che un ente responsabile della costruzione e gestione degli inceneritori favorisca la differenziata? Impossibile.

Questo, dunque, smentisce quanti ritengono che il Governo non abbia responsabilità. Senza dimenticare che a dicembre tale decreto è stato ridiscusso, ma non ha subito modifiche: le competenze a riguardo restano in mano alle province e non ai comuni, nonostante il fallimento della loro azione sia sotto gli occhi di tutti. In più, alcune misure prese dall’esecutivo riguardano solo ed esclusivamente la Campania. Un decreto “ad regionem”, insomma. Sono previsti, infatti, soltanto per la regione campana anche commissari straordinari per l’indicazione delle discariche, che non dovranno necessariamente affidarsi a criteri tecnici rigorosi e trasparenti.  Un modo, questo, per non risolvere la questione?

Ma intanto a Napoli e in Campania si continua a morire. In questa regione, infatti, il tasso di neoplasie (la percentuale di persone che nell’arco della loro vita contrae un tumore) è del 39%, molto più alta del resto delle regioni italiane, dove la media è di circa il 5%. Caro Berlusconi, le promesse stanno a zero davanti a questi tragici dati.

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