CARCERI/ Il degrado? Chissenefrega, ecco il colpo di genio della Severino: svuotiamole!

di Carmine Gazzanni

Mentre in Parlamento si continua a discutere sulla norma “svuota carceri”, la situazione resta di un degrado assoluto. I numeri, forniti dallo stesso ministero di Grazia e Giustizia, parlano di una situazione insostenibile: più di 66 mila detenuti in 206 carceri che potrebbero contenere 45.000 persone. E circa la metà sono tossicodipendenti. Ma i problemi non finiscono qui  e le soluzioni prospettate, visto il passato, lasciano alquanto perplessi …

paola_severino_ministro_giustizia_carceriNorma “svuota carceri”. Questo è quanto ha partorito il Ministero della Giustizia Paola Severino per risolvere il problema italiano delle carceri. Ieri ci sono state bagarre in aula da parte di Idv e Lega, ma, con grande probabilità, il decreto passerà. Ma, a prescindere dalle misura che introdurrà il nuovo Governo –sulla cui validità torneremo più avanti – la situazione delle carceri italiane, ad oggi, rimane tragica.

66 MILA DETENUTI. 21 MILA IN PIU’ RISPETTO ALLA NORMA. E LA META’ SONO TOSSICODIPENDENTI. A dirlo sono gli spaventosi numeri resi noti dallo stesso Ministero di Grazia e Giustizia. I dati, aggiornati al 31 dicembre 2011 (gli ultimi disponibili) parlano di 66.897 detenuti. Un numero a dir poco spaventoso. E, di questi, ben 27.459 sono in carcere per questioni legate alla droga. Quasi la metà dei detenuti, dunque, sono semplicemente tossicodipendenti. Di contro, i detenuti rinchiusi per reati gravi (quelli ad esempio legati all’attività delle criminalità organizzate) rappresentano cifre assolutamente irrisorie. Per i reati, ad esempio, connessi al traffico d’armi sono circa dieci mila; poco più di otto mila i carcerati per reati contro la pubblica amministrazione; e solo 1.089 i detenuti legati alla prostituzione. Ancora più disarmante, poi, è il reato che riguarda da vicino gli evasori. Economia pubblica: 542 detenuti. 

Certamente, dunque, anche qui va ritrovato uno dei motivi per il quale oggi abbiamo carceri che strabordano di detenuti. Secondo i numeri forniti dal ministero, infatti, a fronte dei 66.897 detenuti, le carceri sul territorio italiano sono 206, la cui capienza regolamentare (ufficialmente) ammonta a 45.700. In pratica, nelle carceri, c’è un surplus di oltre 21 mila detenuti.

Questo fa sì che in diversi penitenziari le condizioni di vita siano inumane: secondo quanto denunciato dal Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Pentienziaria), diverse sono le celle da nove metri quadrati in cui vivono in tre; o celle da diciotto in cui vivono in quindici.

Non a caso, non c’è una regione in tutta Italia in cui abbiamo un numero di detenuti proporzionale al numero di posti regolamentari. I casi più eclatanti li ritroviamo in Lombardia (19 istituti per un totale di 5.416 posti regolamentari, ma 9.360 detenuti presenti), in Campania (17 istituti, 5.766 posti ufficiali, ma 7.922 detenuti), nel Lazio (14 carceri, 4.838 posti, 6.716 detenuti), ma anche in Piemonte (13; 3.628; 5.120), in Sicilia (27; 5.406; 7.521) e Calabria (12; 1.875; 3.043).

Una situazione surreale che giustifica quanto di tragico accade ogni giorno nelle carceri: secondo i numeri raccolti da ristrettiorizzonti.it, dal 2000 ad oggi ci sono stati 1.948 morti e, di questi, 699 suicidi. Solo nel 2012 (in meno di due mesi dunque) sono stati già registrati 15 morti e 7 suicidi.

Ad oggi, dunque, le carceri italiane sono strutture che ledono i più elementari principi costituzionali. Né dobbiamo sorprenderci, allora, se il nostro è uno dei sistemi carcerari peggiori in tutta Europa. Secondo una relazione parlamentare del Consiglio Europeo, infatti, il nostro Paese occupa il settimo posto dei 47 Paesi membri per violazione dei diritti umani (davanti a noi solo Turchia e altri Paesi dell’Est).

LA NORMA “SVUOTA CARCERI”. SPUNTI E LIMITI DI UN DISEGNO GIA’ VISTO Le accuse rivolte al Guardasigilli sono quelle di aver concepito un “indulto mascherato”. Nel dettaglio, la norma discussa ieri introduce due modifiche all’articolo 558 del codice penale. Con la prima si prevede che, in caso di arresto in flagranza, il giudizio direttissimo debba essere formulato entro 48 ore dall’arresto: non è più permesso, in pratica, fissare l’udienza nelle ore successive. Con la seconda norma, invece – e qui c’è particolare discussione – viene introdotto il divieto di condurre in carcere le persone per reati di non particolare gravità, prima della convalida dell’arresto e il giudizio direttissimo. Sarà, di norma, custodito dalle forze di polizia. Non solo. All’interno del dl è previsto anche l’innalzamento da dodici a diciotto mesi della pena scontabile presso il domicilio del condannato anziché in carcere (questo diminuirebbe il fenomeno delle “porte girevoli”).

Il disegno di legge concepito dalla Severino dovrebbe contribuire a svuotare le carceri. Ma sono molti i dubbi in proposito. Per esempio, come già abbiamo detto, una delle norme che dovrebbe essere introdotta prevede la detenzione dei carcerati nelle celle delle forze dell’ordine prima della convalida dell’arresto. Come ha sottolineato il vice capo della polizia Francesco Cirillo, queste sono troppo poche. In più, sono per il 90% non in regola e richiederebbero una cifra enorme per la ristrutturazione. Molte non possiedono servizi igienici, non hanno una metratura a norma di legge e le strutture non sono attrezzate per l’ora d’aria.

Non solo. Una delle soluzioni caldeggiate dal Governo Monti prevedrebbe anche la liberalizzazione delle carceri: affidare, ovvero, a banche e imprenditori la gestione dei penitenziari (eccetto la custodia, chiaramente) con un conseguente aumento dei costi per lo Stato. In questo modo sì il problema potrebbe essere risolto (aumentando il numero delle carceri), ma a caro prezzo: secondo alcuni conti raccolti da “L’Espresso”, si passerebbe da un costo pari oggi a circa 120 euro per detenuto, a uno pari a 200.

Ancora. Certamente non è con un indulto che la situazione potrà essere risolta. È l’esperienza che ce lo insegna (o meglio, ce lo dovrebbe insegnare). Nella storia della Repubblica Italiana ci sono stati ben 18 indulti, ma il sistema carcerario ha rappresentato sempre e comunque un’emergenza. Basti pensare all’ultimo indulto (2006) firmato Mastella: dopo appena 3 anni dalla sua applicazione, le carceri tornarono ad essere super affollate raggiungendo il numero dei detenuti presenti prima dell’indulto.

Poi si è pensato, ancora, ai braccialetti elettronici (a cui sembra abbia ri-pensato anche la Severino): secondo molti, avrebbe comportato un risparmio sulla spesa e avrebbe risolto la questione. Nulla di tutto questo. Nel 2001, con l’allora Ministro dell’Interno Bianco, il tentativo si rivelò un flop pazzesco. Non solo: nel 2003 il Viminale fece acquistare 400 braccialetti firmando un accordo con la Telecom. Accordo di 11 milioni di euro all’anno che dura tuttora, per un totale di spesa che si aggira intorno ai 100 milioni. E i braccialetti inutilizzati ad oggi sono 396, molti dei quali oramai fuori uso.

Al termine di questo viaggio tra numeri, disposizioni rivelatesi inutili e controproducenti, rimane un interrogativo: conviene ancora percorrere strade già percorse e, dunque, ricorrere a indulti, aministie e altri strumenti dal dubbio valore (visti i risultati)? Si potrebbe, invece, pensare a concepire innanzitutto a un modo vero e valido di reinserimento dei detenuti nella società (oggi inesistente), in maniera tale da non costringerli a tornare sulla strada della criminalità; si potrebbe (e dovrebbe) intervenire nella gestione delle condanne e, dunque, sull’eccessiva durata dei processi e sul numero elevato di reati che implicano la detenzione; e, soprattutto, si dovrebbero limitare gli sprechi (anche in questo campo altissimi). Basti pensare, ad esempio, che, secondo i dati forniti dal “Partito per gli Operatori della Sicurezza”, gli istituti penitenziari non utilizzati, ma già ultimati e alcuni perfino arredati e vigilati sarebbero 40.

Ma, come sempre in Italia, la soluzione più evidente e più nitida, appare anche la più difficile da intraprendere.

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