EMERGENZA CARCERI/ I Dead Man Walking e l'ergastolo ostativo |
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| Inchieste - Italia | |||
| Scritto da Gennaro Barbieri | |||
| Mercoledì 18 Gennaio 2012 00:00 | |||
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di Gennaro Barbieri Le carceri italiane patiscono un sovraffollamento che sembra aver ormai raggiunto un punto di non ritorno, con detenuti che non possono alzarsi in piedi contemporaneamente nella stessa cella e che rischiano quotidianamente di contrarre malattie infettive di ogni genere. Il problema sta acquisendo una risonanza sempre più ampia sia negli organi d’informazione che all’interno del dibattito politico. La nuova consapevolezza dell’entità del fenomeno non sta determinando interventi risolutivi, ma costituisce comunque un piccolo passo in avanti. Le discussioni in corso sono tuttavia incomplete e parziali, in quanto trascurano sistematicamente aspetti della questione che costituiscono invece autentiche patologie strutturali.
La condizione di questi individui contrasta palesemente con l’art. 27 della nostra Costituzione. Non è possibile alcun tipo di “rieducazione del condannato” se questi, a prescindere dal proprio comportamento, non potrà più entrare in contatto con la società. Una domanda sorge però spontanea: perché questi detenuti non collaborano con la giustizia così da poter accedere ai vari benefici? La risposta è ben condensata dalle parole di Carmelo Musumeci, rinchiuso da oltre 20 anni nel carcere di Spoleto e diventato ormai il simbolo degli ostativi di tutta Italia. “Un giorno mia figlia mi ha chiesto di collaborare per poter così tornare a casa. Io le ho risposto che un simile comportamento pregiudicherebbe l’esistenza di altre persone che ora hanno moglie e figli. Io e gli altri nella mia stessa condizione non condividiamo più i disvalori del passato e quindi non accetteremmo mai di tornare come eravamo, togliendo la vita degli altri per riavere la nostra”. In questi casi poi c’è sempre il rischio di confondere e sovrapporre il reale significato dei termini. Nadia Bizzotto, volontaria della comunità “Giovanni XXIII e da decenni impegnata in attività di sostegno ai detenuti, sollecita una riflessione. “E’ sbagliato parlare di pentiti perché in realtà si dovrebbero chiamare collaboratori di giustizia, in quanto la collaborazione è una scelta processuale mentre il pentimento è uno stato interiore”. Il meccanismo è spietato e non risparmia proprio nessuno. Drammaticamente emblematico è il caso di Salvatore Liga, ottantenne detenuto nel carcere di Spoleto. È un ergastolano ostativo, cui è stato diagnosticato un tumore maligno. Si muove soltanto grazie a una sedia a rotelle, tuttavia continua a restare in isolamento. Tra pochi mesi morirà, ma per lui non è stato previsto alcun tipo di beneficio. Come se si volesse irridere a tutti i costi l’art 27 della Carta secondo cui le “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. In Italia sono presenti oltre 100 ergastolani che hanno alle spalle oltre ventisei anni di detenzione, limite fissato per accedere alla libertà condizionale. Più della metà di essi ha addirittura superato i trenta anni di carcere. Al 31 dicembre 2010 i detenuti nel nostro paese erano 67.961 e quelli in semilibertà poco più di 900. Di questi solo 29 erano ergastolani che invece risultavano essere complessivamente 1512. In Norvegia, Portogallo, Slovenia, Spagna, Croazia, Bosnia, Serbia, Albania, Polonia e Ungheria l’ergastolo è stato abolito. Nelle altre realtà la soglia oltre cui scatta la possibilità di accedere a benefici è nettamente più bassa che in Italia (26): In Irlanda 7 anni, In Olanda 14 anni, in Norvegia 12 anni, in Svizzera 15 anni, in Germania 15 anni, in Grecia 20 anni, in Danimarca 12 anni, in Belgio 14 anni. Il nostro paese è la classica voce fuori dal coro. Un inno allo stato di diritto. Emergenza carceri italiane: un piano Alfano per i suicidi Emergenza carceri 2010: le ultime novità di Ristretti Orizzonti CARCERI/ L'Italia condannata per trattamenti disumani CINEMA INFILTRATO/ "Oltre le mura – Un altro mondo"
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