EMANUELA ORLANDI/ Ultime notizie: il “Mario” senza volto e quelle imperfezioni divenute anomalie

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Un vero e proprio scoop, quello del nostro infiltrato Tommaso Nelli, che riesce nella ardua impresa di gettare nuova luce sul caso di Emanuela Orlandi, con ultime notizie su uno dei più intrigati Misteri d’Italia. Quanto ipotizzato un anno fa dalla Procura – che il presunto “Mario” fosse un uomo collegato alla Banda della Magliana – è quasi sicuramente infondato, visto che nella sentenza ordinanza di Lupacchini c’è un estratto del Ro.CC di Roma che vuole il presunto “Mario” della Procura tratto in arresto proprio nei giorni della scomparsa di Emanuela…

 

Tu chiamale, se vuoi, imperfezioni. Oppure sviste, dimenticanze. Già di per sé magma gelatinoso di ardua delimitazione, il caso di Emanuela Orlandi assume le sembianze di “giallo” nel “giallo” se si sposta l’attenzione su alcune mosse investigative compiute in questi ventotto anni che, da sole, alimentano ulteriori interrogativi sul modus agendi degli inquirenti.

Lunedì 3 maggio 2010. Nella settimanale puntata di Chi l’ha visto?, ospite in studio Natalina Orlandi (sorella più grande di Emanuela), viene annunciata una novità nelle indagini sulla vicenda relativa alla cittadina vaticana scomparsa nel 1983. La Procura di Roma, in base a una perizia fonica, sarebbe arrivata a individuare il presunto “Mario” – l’autore della terza telefonata a casa Orlandi, il 28 giugno 1983 – in Giuseppe De Tomasi, meglio conosciuto come “Sergione” o “Sergio Er Ciccione” per l’ingente mole fisica, che negli anni Ottanta fu persona molto vicina a Enrico De Pedis e, tra le varie attività svolte su Roma, proprietario anche del locale “Jackie’O” in via Veneto.

Interrogato dal sostituto procuratore Capaldo, De Tomasi smentì queste accuse, ribadendo la propria estraneità – e quella del figlio Carlo Alberto, ritenuto dalla Procura l’autore della chiamata anonima effettuata a Chi l’ha visto? il 18 luglio 2005, che invitava ad andare a vedere chi fosse sepolto in sant’Apollinare per risolvere il caso di Emanuela Orlandi – anche durante la puntata del programma di Federica Sciarelli. «[…] Ma io no non c’entro niente, non so manco di che cosa parlano, di che cosa vogliono, di che cosa dicono[…] E poi vorrei sapere lo scopo di quella telefonata…».

Trascorso un anno, non si è più saputo alcun sviluppo ufficiale su questo enigma. Anche perché la sensazione forte è che la Procura abbia preso un abbaglio. Evitabile, visto che gli occhiali da sole sono proprio a piazzale Clodio, sezione Tribunale Penale. Già, perché l’ormai anziano “Sergione” – che non può certo aspirare ad aureola e ali da cherubino viste le denunce riportate per questioni di scommesse clandestine, gioco d’azzardo, truffa e favoreggiamento (l’arresto di De Pedis latitante si consumò il 4 dicembre 1984 nell’appartamento di via Vittorini all’Eur, di proprietà per il 5% di “Sergione” e del 95% di Anna Maria Rossi, cioè sua moglie) – può però rivendicare la propria estraneità all’identità di “Mario dato che – secondo la sentenza ordinanza del giudice istruttore Otello Lupacchini del 13 agosto 1994 sul procedimento originato dai delitti della “banda della Magliana”  –  «… il 21 giugno 1983 Giuseppe De Tomasi viene tratto in arresto dal Ro. Cc. Di Roma, in esecuzione del mandato di cattura n. 6932/81 A Gi, per riciclaggio di denaro di illecita provenienza, ricettazione e associazione per delinquere».

21 giugno 1983. Un giorno prima la scomparsa di Emanuela Orlandi. È il 28 giugno quando “Mario” chiama la famiglia e fornisce una serie d’informazioni attendibili su Emanuela, testimoniandone una sua conoscenza diretta o comunque di persona informata sui fatti. Registrata dalla famiglia, la telefonata fu al tempo raccolta dallo zio di Emanuela, Mario Meneguzzi.

Zio: « Sì, ho capito, ma io penso che questo amico suo sarà anche piuttosto adulto, no? Quanti anni ha?».

“Mario”: «No, no, ha ventidue anni, e la ragazza è un po’ più grande, ventisei anni, poi c’è la ragazza inglesina… poi c’è la ragazza di Venezia, Barbarella si chiama, Barbara… Il fatto che se n’è andata da casa… io, infatti, le ho detto: ma che fai qui a Roma? … a un certo punto … i tuoi genitori… insomma, lo sanno che stai a Roma così? Allora mi ha fatto… no, loro lo sanno che me ne sono andata perché… le faccio, perché te ne vai, a un certo punto… non stavi bene a casa tua? Fa: No… ma perché avevo una vita piatta… una vita troppo comune, però loro lo sanno… gliel’ho detto che me n’andavo».

Zio: «Secondo lei, diciamo, che caratteristiche ha, è mora, è bruna, è bionda?».

“Mario”: «No, no, è brunetta, tipo brunetta».

Zio: «Non ha i capelli neri?».

“Mario”: «No, castano scuro, bruno, non è che l’ho guardata proprio regolare…».

Zio: «Ah, ecco, ecco… E va be’, ma che altezza potrà avere? Un metro e cinquanta, sessanta…?».

“Mario”: «Bell’altina, bell’altina… che lei trova qualche riscontro?».

Scatta immediata la domanda: poteva questo dialogo essere tenuto da una persona arrestata soltanto sette giorni prima? Sorprende, in questa situazione, il comportamento degli attuali titolari dell’inchiesta della Procura di Roma: d’accordo avanzare un’ipotesi su Giuseppe De Tomasi, ma prima di interrogarlo non era il caso di accertarsi – visto che non siamo in presenza del Mahatma Gandhi – se in quei giorni avesse potuto, o meno, compiere quella telefonata? Sarebbe bastata una verifica della sua fedina penale per procedere, o meno, con l’audizione ed evitare conseguenti fughe di notizie sui media.

Da “Sergione” a “Mario”. Perlomeno quello che così disse di chiamarsi in quella telefonata. Un uomo ancora senza un nome e un volto, un uomo che però sapeva benissimo di chi stava parlando. Alla domanda dello zio sull’altezza della nipote, dietro quest’individuo si ode una voce che in romanesco suggerisce «… no de’ più, de’ più…», lasciando intendere di essere ben informato sulla statura della ragazza. Quest’ipotesi è avvalorata da un altro fatto fondamentale: al 28 giugno, della scomparsa di Emanuela Orlandi, lo sanno soltanto i famigliari e gli amici. I manifesti con il volto della ragazza appariranno sui muri di Roma qualche giorno dopo, l’eco mediatico risuonerà soltanto dopo l’intervento di Wojtyla nell’Angelus del 3 luglio.

Eppure gli investigatori, al tempo, nonostante la registrazione, non presero in seria considerazione quella telefonata perché parlava di fuga volontaria da casa e perché erano assenti i termini del riscatto per intavolare un’eventuale trattativa e poter parlare di rapitori e sequestro. Ma allora come spiegare i particolari sull’altezza di Emanuela? E il soprannome “Barbarella”, già utilizzato nelle due telefonate fatte da “Pierluigi” qualche giorno prima di “Mario” e anch’esse contenenti indizi su un’accurata conoscenza di Emanuela? Chi li aveva forniti ai due telefonisti?

Ma altre sono le domande. Che riguardano l’azione degli inquirenti. Poiché anche nel 1983 c’erano le intercettazioni telefoniche – lo stesso De Tomasi ne è la prova, visto che grazie a esse furono provati i suoi rapporti con Giuseppe Barbaro (affiliato alla cosca di Nitto Santapaola) e Giovanni Pezone (appartenente alla Nuova Famiglia) – non era possibile fare una prima perizia per riscontrare eventuali similitudini con le voci di altri pregiudicati? Ma c’è altro. “Mario” si spacciò come proprietario di un bar nei pressi di ponte Vittorio, visto che le ricerche di Emanuela Orlandi hanno dato credito a rifugi sull’Amiata, perché non passare al setaccio tutti i bar e i punti di ristoro compresi tra la zona paventata da “Mario” e largo Torre Argentina?

Sviste, imperfezioni, errori. Che sul momento passano quasi inosservati, ma che guardati con attenzione ventotto anni dopo, quando “Mario” è ancora senza un’identità e il mistero è sempre più un autentico cold-case, fanno nascere altre domande, altri dubbi e altri interrogativi. E allora, forse, non sarà il caso di chiamarle anomalie?

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