EMANUELA ORLANDI/ Quando la verità è ancora lunga da venire…

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Emanuela Orlandi, la quindicenne cittadina vaticana scomparsa nel 1983, viva e vegeta in una confraternita religiosa islamica itinerante. È la tesi sostenuta dalla giornalista e scrittrice Anna Maria Turi nel suo ultimo libro, intitolato “Emanuela nelle braccia dell’Islam” e presentato giovedì 12 maggio, a Roma, presso il Centro Ecumenico di Borgo Pio.

 

Attraverso una serie di viaggi compiuti, dal 2002 ai giorni nostri, in Turchia e Marocco secondo una serie di informazioni e di nomi ricevuti da una fonte – lasciata volutamente anonima nelle pagine del libro, ma il cui profilo corrisponde a un agente di nazionalità marocchina appartenente ai servizi segreti – l’autrice è pervenuta a una conclusione suggestiva per ciò che riguarda uno dei più intricati cold case della cronaca degli ultimi anni.

Oltre ad amplificare il ventaglio delle possibilità che vogliono ancora in vita la quarta di cinque figli di un commesso della Casa pontificia – da alcuni ritenuta addirittura in Italia e in famiglia, da altri all’estero e sotto il controllo dei servizi segreti – l’ipotesi della Turi pone al centro dell’attenzione due aspetti fondamentali: un nuovo movente e una nuova ridefinizione delle responsabilità delle parti coinvolte in un mistero lungo ormai ventotto anni.

Nel libro è scritto che “il caso Orlandi è nato nell’ambito del fenomeno criminale dell’abuso su minori, vale a dire dello sfruttamento sessuale di ragazzi, adescati prima e poi costretti a partecipare a festini organizzati per personaggi altolocati, religiosi o laici”. La pista sessuale collegata al Vaticano e sostenuta anche da altri autori che si sono occupati della vicenda, avrebbe coinvolto anche Mirella Gregori, la cittadina italiana missing dal 7 maggio 1983 (quarantuno giorni prima di Emanuela Orlandi) in modalità molto simili, al punto da far ritenere che le due scomparse fossero in qualche modo collegati.

Poiché vi furono alcune complicazioni nei conviviali ai quali le due ragazze avrebbero partecipato, la Turi sostiene che “Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi […] furono rapite, nascoste e, dopo essere passate di mano in mano, trasferite all’estero”.

Tanta impellenza a cancellare ogni traccia delle due giovani sarebbe dovuta alla necessità di proteggere il Vaticano da una faccenda scandalosa per la propria immagine. Eppure, se si guarda non solo ai recenti casi di pedofilia che hanno investito l’ambiente ecclesiale come l’arresto di don Riccardo Seppia della parrocchia di Sestri Ponente, la Curia non è neofita a scandali sessuali. Nel 1982 Giovanni Paolo II fu costretto a rispedire in Polonia monsignor Julius Paetz per abusi omosessuali su minori; un reato ripetuto, che nel 2002 lo porterà alle dimissioni da arcivescovo di Poznan a causa delle denunce di quattordici seminaristi. Eppure, che si sappia, nessuno di questi è stato mai fatto sparire nel nulla.

Inoltre, in ambito criminoso, se la vittima tenta di sfuggire al controllo del carnefice, quale miglior azione – per chi delinque – che metterla a tacere e occultarne il cadavere invece che imbastire un alternativo piano di sicurezza a sfondo internazionale?

Srotolando invece il filo della Turi, una volta giunte in Turchia, le due ragazze sarebbero finite in mano a un’organizzazione criminale legata al locale ambiente politico che, consapevole del loro valore, le avrebbe adoperate come pedine per tenere sotto scacco il Vaticano in merito alla sua posizione circa le questioni internazionali legate alle vicende del Medio Oriente.

Tenute sotto controllo per quasi trent’anni, oggigiorno Mirella Gregori sarebbe morta a causa di un’epatite virale mentre Emanuela Orlandi vivrebbe in una comunità islamica sotto il nome di Fatima e non ricorderebbe più niente del passato.

Basato sui viaggi da lei effettuati, l’inchiesta dell’autrice pone il Vaticano e il pontificato di Wojtyla al centro di un ricatto internazionale, in questo caso avulso da ogni legame con la figura di Ali Agca e l’attentato da lui compiuto a Giovanni Paolo II, e soprattutto scredita a trecentosessanta gradi l’azione investigativa che la Procura di Roma – per mano del sostituto procuratore Giancarlo Capaldo, del pm Simona Maisto e della squadra mobile guidata da Vittorio Rizzi – sta compiendo dal 3 marzo 2006 (data della riapertura dell’inchiesta) e che accredita la presenza e il ruolo della banda della Magliana nella sparizione sia di Emanuela Orlandi che, di rimando, a Mirella Gregori.

Dunque soltanto farneticazioni di una cocainomane le affermazioni di Sabrina Minardi, amante del boss Enrico De Pedis, che ha indicato il ruolo di primo piano rivestito da “Renatino” nel rapimento e nella gestione del sequestro dell’adolescente vaticana? Una tesi tra l’altro confermata anche da Maurizio Abbatino e Antonio Mancini, al tempo fra i principali esponenti del sodalizio criminoso e oggi super-pentiti.

Se così fosse, come spiegare il sepolcro di De Pedis nei sotterranei della basilica di sant’Apollinare?

In palese contrasto con il diritto canonico, che vieta la sepoltura in suolo sacro di persone che non siano stati vescovi o cardinali, la decisione fu presa –  come emerso dal carteggio pubblicato dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” nel settembre 2005 – da don Piero Vergari (al tempo rettore della basilica) e autorizzata dal cardinale Ugo Poletti, vicario di Wojtyla sul suolo italiano, appena due mesi e mezzo dopo l’uccisione di “Renatino” a via del Pellegrino, dietro Campo de’ Fiori.

Generica nei contenuti, la motivazione ufficiale parla di non meglio precisati favori resi da De Pedis alla parrocchia. Intanto sarebbe curioso conoscere la natura di questi “favori”. In secondo luogo: con quale diritto un criminale, che ha ucciso e avuto rapporti sia con apparati deviati dei servizi segreti che con mafiosi del calibro di Pippo Calò, può godere di un trattamento così prestigioso?

Se ne deduce una vicenda anomala proprio per lo spessore dei suoi interpreti, non ascrivibile a due parroci di campagna e un ladro di polli, bensì a tre personaggi di rilievo e interconnessi tra loro: Vergari era amico di De Pedis, al punto di andarlo a trovare quando era detenuto a Rebibbia, e ne officiò anche il matrimonio con Carla De Giovanni.

La stessa che, nel libro della Turi, pare aver intimato il silenzio a un certo Mario S. – che era andata a trovarla per chiederle proprio il presunto coinvolgimento di “Renatino” nella vicenda – perché certe domande non vanno fatte.

Può bastare come controprova per liquidare la pista che porta all’organizzazione criminale più potente di Roma,  coinvolta nella selva oscura di misteri italiani come il caso Moro e la strage di Bologna?

Senza dimenticare che uno dei fondatori della banda della Magliana, Franco Giuseppucci, aveva rapporti con Agostino Casaroli, Segretario di Stato vaticano dal 1978 al 1991 e, nei giorni immediatamente seguenti la scomparsa di Emanuela Orlandi, intermediario telefonico della trattativa avviata dai presunti rapitori con piazza san Pietro.

Presupponendo però una loro esclusione dalla vicenda, e la conseguente sbandata investigativa da parte della Procura, optando dunque per un Vaticano vittima di un ricatto internazionale e per Emanuela Orlandi al sicuro in una comunità islamica, perché non scoperchiare la verità una volta per tutte? Quale volto e quali nomi avevano i rapitori delle due giovani? Chi si è attivato per spedirle all’estero? E chi sono i mandanti?

Domande alle quali è necessario rispondere in nome, oltre che della verità storica, per un senso di giustizia nei confronti della famiglia Orlandi, che da ventotto anni attende di sapere come andarono le cose da quel 22 giugno 1983, quando di Emanuela si persero le tracce fuori la scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria”, situata in piazza sant’Apollinare, nel palazzo adiacente alla basilica dove è sepolto Enrico De Pedis.

Coincidenze singolari di un caso intricato e ricco di anomalie, che cominciarono proprio nel luogo della sparizione. E che non risparmiano quella che fu l’azione degli inquirenti e la posizione del Vaticano. Possibile che, al tempo, gli investigatori non abbiano mai indagato a fondo l’ambiente della scuola di musica per capire se qualcuno avesse visto qualcosa, quella sera, nel tratto di strada che va dal Senato a piazza sant’Apollinare?

E sotto il Cupolone possibile che siano avulsi da ogni tipo di responsabilità e coinvolti solo come parte lesa? Se così fosse, perché hanno sempre scelto la via del silenzio e dell’attesa? Perché Giovan Battista Re, numero tre della Segreteria di Stato all’epoca dei fatti, invitò Francesco Saverio Salerno – al tempo consulente legale presso la Prefettura per gli Affari Economici della Santa Sede, che si era attivato per conoscere le sorti della ragazza –  a lasciare le cose come stavano? Perché furono respinte le rogatorie inoltrate dal giudice Adele Rando, al tempo della sua inchiesta, verso alcuni alti prelati? Perché nel 2008, quando il caso tornò alla ribalta sui media, l’attuale Segretario di Stato Tarcisio Bertone disse che il massimo sostegno possibile del Vaticano alla famiglia Orlandi poteva avvenire solo tramite la preghiera?

Immerso in un oceano di dubbi, silenzi, reticenze e ambiguità, a ventotto anni di distanza il caso di Emanuela Orlandi appare sempre più un mistero gelatinoso e con troppi scheletri negli armadi che, se non svuotati, non faranno altro che ritardare il raggiungimento della verità. Ab aeternum.

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