ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2012/ Indagati, condannati e pregiudicati. Da Nord a Sud ecco tutti gli “impresentabili”

La “normale anormalità” tutta italiana. Indagati, condannati, rinviati a giudizio, pregiudicati. Anche in questa tornata elettorale non mancano, da una parte e dall’altra, candidati “impresentabili”. Spulciando, infatti, le liste che si sono presentate, sono tanti i nomi che saltano all’occhio per i loro “guai” con la giustizia. Da Nord a Sud.

di Carmine Gazzanni

procura_della_repubblica_amministrative_2012Era il 2007. La Commissione Antimafia approvava un documento in cui si invitavano le varie formazioni politiche a non candidare “coloro nei cui confronti sia stato emesso decreto che dispone il giudizio o misura cautelare non annullata (…) o che si trovino in stato di latitanza o di esecuzione di pene detentive o condannati con sentenza anche non definitiva”. Il tutto per vari reati: dal concorso in associazione mafiosa, all’estorsione, al riciclaggio, fino al trasferimento fraudolento di valori e traffico illecito dei rifiuti.

Niente. Così com’era accaduto alle amministrative del maggio 2011, anche in questa tornata elettorale gli indagati hanno risposto “presente” alla chiamata elettorale.

È il caso, ad esempio, di Enrico Musso a Genova, storico rivale del sindaco uscente Marta Vincenzi. Senatore e consigliere comunale, Musso è uscito nel 2010 dal Pdl ed è molto vicino al nascente Partito della Nazione. Non a caso è il candidato del Terzo Polo. Ebbene, nonostante Musso avesse precisato di non voler nelle sue liste condannati e indagati, nonostante anche Italo Bocchino – uno dei capoccia dello stesso partito che lo sostiene – avesse auspicato una tornata senza indagati, alla fine sono ben due gli indagati che compaiono in appoggio al candidato sindaco: Gianlorenzo Bruni, capolista della lista in appoggio a Musso Rivivi Regione, e Daniele Biagioni, candidato presidente municipio Centro-Est, entrambi indagati per le presunte firme false (una quarantina) a supporto delle liste “Noi con Burlando” e “Casini UDC” durante le regionali del 2010.

Non va meglio nel Lazio. Ad Ardea, in provincia di Roma, il Pdl ha scelto di correre con Luca Di Fiori candidato sindaco. Lo stesso Luca Di Fiori su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio per concussione. Secondo la Procura di Velletri, infatti, il candidato sindaco, insieme ad altri amministratori, avrebbe avanzato richieste di soldi alla società appaltatrice dei servizi in cimitero in cambio della liquidazione dei lavori. Rimaniamo in provincia di Roma. A Cerveteri si raggiunge l’assurdo. I tre candidati che si contenderanno lo scranno da sindaco, infatti, sono tutti coinvolti nella stessa inchiesta giudiziaria. La vicenda è alquanto surreale. Lorenzo Ramazzotti, candidato sindaco per l’Udc, è indagato per una vicenda di presunte mazzette dal 2011 riguardo un bando di urbanistica; Celestino Gnazi, l’uomo del Pd, è stato l’avvocato di Ramazzotti fino alla sua candidatura; Alesso Pascucci (Idv) è invece il consigliere comunale che ha sporto denuncia. È stata proprio la sua testimonianza a far scattare le indagini: “A me e ad altri quattro consiglieri della mia area – aveva detto allora – avrebbe riconosciuto 75.000 euro a voto, più un bonus di altri 75.000”.

Ancora. Gaeta. Candidato sindaco del centrodestra è Cosmo Mitrano. Mitrano non è indagato, ma il suo nome – come ha ricostruito alcuni giorni fa Il Fatto – occupa ben cinque pagine nella relazione dell’ex prefetto Bruno Frattasi che si è occupato delle infiltrazioni mafiose a Fondi (provincia di Latina). Sappiamo bene come andò a finire quella vicenda: nonostante il parere contrario del Ministro degli Interni (allora Roberto Maroni), titolare per tali questioni, il consiglio dei Ministri votò contro lo scioglimento. Sebbene a Mitrano non sia stato mai contestato alcun reato, leggendo le pagine del documento della commissione, emerge una figura chiaroscurale. Mitrano, infatti, era stato chiamato nel 2004 nel comune di Fondi come dirigente del settore mense scolastiche. Si legge nel documento: “Ha consentito (Mitrano, ndr) alla società Vivenda con contratto scaduto nel 2007 di proseguire di fatto il servizio” per un periodo di sei mesi; una mancanza aggravata dal fatto che “il comune di Fondi non ha mai richiesto il rilascio della dovuta certificazione antimafia” alla società Vivenda. Una procedura assolutamente standard per il candidato sindaco a Gaeta. Precisa infatti il documento che Mitrano “ha fornito una dichiarazione nella quale afferma di non aver mai richiesto le certificazioni antimafia per gare o servizi da lui affidati per importi superiori alla soglia comunitaria”.

Andiamo, ora, in Abruzzo, Montesilvano. La piccola cittadina vicino Pescara è forse poco conosciuta ai più. Ma arriva alle elezioni dopo ben due giunte plurinquisite, una di sinistra e una di destra. Prima Enzo Cantagallo (Pd), arrestato il 15 novembre 2006 con l’accusa di aver accettato tangenti e travolto da ben tre inchieste; poi Pasquale Cordoma (Pdl), eletto sindaco dopo Cantagallo, ma colpito, ben presto, da addirittura cinque procedimenti. Prima delle presentazioni dei candidati tanto si era detto sulla necessità di un rinnovamento etico. Che, tuttavia, sembra non ci sia stato. Cordoma, infatti, si ricandida appoggiato da Grande Sud. Ma non è l’unico indagato. Rifondazione Comunista, infatti, ha stilato un piccolo dossier a riguardo e ha contato ben cinque rinviati a giudizio – a vario titolo – nel centrodestra e uno nell’Udc. Si tratta di Emilio Di Censo, condannato dalla Corte dei Conti per “l’assunzione illegittima di persone legate a vario titolo per contiguità familiare”.

Molise, Isernia. Candidata del centrodestra è l’ex assessore ai lavori pubblici, nonché sorella del Sultano Michele Iorio. Soltanto pochi giorni fa, però, lei – Rosa – è stata iscritta nel registro degli indagati insieme a quasi tutta la sua giunta uscente. Il sindaco Gabriele Melogli e tutti gli assessori: Piero Sassi, ricandidato con Grande Sud, Raffaele Teodoro e Celestino Voria, ricandidati con il Pdl. I reati contestati vanno dall’abuso d’ufficio alla diffamazione, dal falso ideologico alla tentata concussione per una storia nata da un alterco tra l’ex capo dei vigili urbani Giulio Castiello (anche lui candidato con l’Udeur) e una dipendente. La discussione finisce con la donna che avverte un malore. La soccorre il tenente dei vigili urbani che sporge querela e, per tutta risposta, viene sospeso dal suo incarico dal comune di Isernia.

Arriviamo, ora, in Campania. Anche qui gli indagati abbondano. Ad Acerra candidato in una lista civica (Acerra nel cuore) legata al Terzo Polo abbiamo Christian Sagliocco, 20 anni, il quale è stato arrestato i primi di aprile, a liste già presentate, per furto. Ma, d’altronde, non c’è da sorprendersi: nel comune campano, tra i candidati, si contano ben cinque pregiudicati per estorsione. Altro comune, altra lista, altro indagato: Torre Annunziata. La lista in questione è Arca, alleata con il centrosinistra. L’indagato è Salvatore Izzo. Il 5 aprile Izzo è stato arrestato per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti: avrebbe fornito uno dei motoscafi utilizzati per il trasporto di hashish tra la Spagna e l’Italia. Ma i candidati e i pregiudicati non compaiono soltanto nelle liste civiche. Anche nei partiti veri e propri. A Casavatore, ad esempio, è proprio nel Pd che ne troviamo uno. Stiamo parlando di Paolo Proto: i primi di aprile è stato colpito da un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari per reati che spaziano dalla corruzione alla truffa, dal falso alla frode informatica. Avrebbe falsificato le graduatorie degli insegnanti e del personale amministrativo, ottenendo mazzette fino a 6 mila euro dalle persone beneficiate. Per fortuna, però, Proto ha avuto il buon senso e la decenza di ritirarsi dalla corsa elettorale.

Decisione analoga è stata presa anche in Puglia. Fortunatamente. L’indagato in questione è l’imprenditore Carlo Quarta, candidato nella lista Grande Lecce a sostegno del sindaco uscente Paolo Perrone (Pdl). Quarta, infatti, è stato iscritto nel registro degli indagati riguardo l’inchiesta per il calcioscommesse. Il suo nome è stato fatto da Andrea Masiello, ex difensore del Bari ora agli arresti: sarebbe proprio Quarta il “mister X” che chiese di truccare il derby Bari-Lecce.

Anche Taranto, in quanto ad indagati, ha un bel pedigree. Nella marea di candidati (11 candidati sindaco, 31 liste, quasi mille aspiranti consiglieri), troviamo Filippo Condemi, ex assessore ai lavori pubblici ed oggi candidato sindaco Pdl. Su di lui pende una condanna a un anno e sei mesi in appello per una vicenda giudiziaria nata proprio dal suo passato di amministratore. Ma a correre per la carica di sindaco c’è anche Mario Cito, figlio del più famoso Giacomo. Anzi, si direbbe che il figlio sia il “prestanome” del padre, dato che a parlare nelle conferenze o dinanzi alle telecamere (della sua stessa emittente privata) sia il padre. Ma chi è Giancarlo Cito? Ex sindaco ed ex parlamentare, già alla passata tornata era riuscito ad arrivare al ballottaggio rubando voti al centrodestra. Su di lui – manco a dirlo – pende una condanna a quattro anni già scontata in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, una condanna definitiva per una vicenda legata allo stadio comunale e una nuova condanna in Cassazione (arrivata appena il 10 aprile) a 4 anni per concussione per avere chiesto tangenti per la realizzazione del porticciolo turistico di San Vito. Ora papà Cito è in carcere.

Arriviamo in Calabria, Catanzaro. Capolista di Scopelliti presidente, lista in appoggio dell’aspirante sindaco Sergio Abramo, c’è Caterina Laria, sulla quale pende una condanna a due anni e dieci mesi (più interdizione dai pubblici uffici per la durata della pena) per concussione. Laria avrebbe chiesto ad una fondazione che si occupa di disabili di assumere alcune persone da lei segnalate in cambio di una serie di provvedimenti amministrativi per un progetto comunale.

Infine la Sicilia. Sono diverse le città importanti chiamate al voto. Da Palermo ad Agrigento, fino a Trapani. Cominciamo con il capoluogo di regione, dove soltanto pochi giorni fa è stato arrestato Vincenzo Ganci, candidato della lista civica Amo Palermo, in supporto alla candidatura a sindaco dell’Onorevole Marianna Caronia (PID). Ganci è imputato con il rito abbreviato per concorso esterno in associazione mafiosa: secondo gli inquirenti avrebbe stretto un patto elettorale – e ci sono le intercettazioni che lo proverebbero – con Francesco Lo Gerfo, finito in manette perché è considerato il capo mandamento di Misilmeri. Anche nella città dei templi c’è forte odor di mafia. Candidato sindaco per il Pdl (anche se corteggiato molto a lungo anche dal Pd) è Totò Pennica, uomo vicino ad Angelino Alfano, ex segretario di Calogero Mannino e soprattutto legale di grossi capimafia della zona. Tant’è che qualche giorno fa ha scritto al prefetto perché alcuni suoi clienti, momentaneamente liberi, partecipavano ai suoi comizi. Rischiando di fargli fare brutta figura. E se il il Pd ha tentato di corteggiare Pennica, ha invece sbattuto alla porta Giuseppe Arnone, consigliere comunale della città dei templi ed esperto avvocato cassazionista, da sempre impegnato nell’antimafia. E forse proprio per questo non ha trovato spazio: toccava fili troppo fragili. Ma Arnone ha deciso comunque di correre da solo. E il partito di Bersani, come a Palermo, anche qui alla fine ha glissato.

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