EDITORIA DI PARTITO / Più stampi (senza vendere), più guadagni

di Carmine Gazzanni

Tra fiumi e fiumiciattoli di finanziamenti, a godere di maggiori benefici sono loro, i partiti. Questi, infatti, più facilmente di associazioni, imprese o cooperative, possono editare una televisione, una radio o, appunto, un giornale. E i finanziamenti, in questo caso, seguono regole assolutamente illogiche: conta quanto stampi, non quanto vendi. Con l’esito paradossale che un quotidiano stampa a prescindere da quanto poi effettivamente venda.

editoria_di_partitoPer capire come si è arrivati a questo meccanismo, bisogna partire da lontano. Se con la prima legge sul finanziamento all’editoria del 1981 si era pensato solo a sovvenzionare enti no-profit, cooperative, imprese che editavano organi di stampa, ai partiti ci pensò, nel 1990, Oscar Mammì, il quale destinò aiuti anche alle “imprese editrici di quotidiani o periodici che […] risultino essere organi o giornali di forze politiche che abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o nel Parlamento europeo avendo almeno un rappresentante in un ramo del Parlamento italiano”. La legge parla chiaro: “forze politiche”, non “partiti”. La differenza è sostanziale: per avere accesso ai finanziamenti basta che si uniscano due parlamentari (o uno italiano e uno europeo). Non è necessario l’interessamento di tutto il partito. Con la conseguenza paradossale che all’interno dello stesso partito, diversi parlamentari potrebbero avere accesso ai fondi e metter su televisioni, giornali, radio.

Ed è quello che poi, in effetti, è successo. Non sono nati giornali da partiti, come ci si sarebbe aspettato, ma è successo esattamente il contrario: giornali esistenti sono stati editati da movimenti che prima non esistevano. Proprio per ricevere le sovvenzioni. E allora, ad esempio Marcello Pera e Marco Boato si sono uniti nel movimento “Convenzione per la giustizia” che ha editato Il Foglio; mentre Libero è diventato allegato dell’organo ufficiale del Movimento Monarchico ItalianoOpinioni Nuove” (poi sappiamo che è stato acquistato dagli Angelucci). Soltanto nel 2000, finalmente, si è deciso di ritenere “organo di partito” il giornale espressione di un intero gruppo parlamentare.

A prescindere da questo cambiamento, i  numeri sono impressionanti: dal’90 sono andati ai giornali di partito più di 697 milioni di euro.

Ma non finisce qui. È decisamente surreale anche la maniera in cui vengono destinati i soldi. I dati che vengono presi a riferimento sono due: i costi sostenuti dalla testata e il numero di copie stampate. A prescindere da quante se ne vendano. Col risultato che non conta vendere, ma stampare. Ergo, se logica vuole che in un’impresa, quando si può, bisogna risparmiare, nel caso dei giornali più si spende meglio è. Tanto tutto verrà rimborsato, a prescindere dalle effettive entrate. Un criterio, dunque, come ci dice Cobianchi, “che non sta né in cielo né in terra. Dovrebbe essere immediatamente abolito”. E in effetti alcuni giornali, chiaramente, hanno lucrato su questo meccanismo: Liberal, nel 2008, ha avuto accesso a più di 2 milioni di euro di finanziamenti. Sebbene sia un giornale che vende, mediamente, 60 copie al giorno.

Una situazione paradossale. Questo è il motivo, ad esempio, per il quale nessun partito ha approfittato di un’altra legge concepita a loro uso e consumo: contributi anche alle testate online se e solo se espressione di forze politiche. Nessuno ne ha approfittato, chiaramente. Come detto, infatti, i finanziamenti si basano anche sui costi sostenuti e, chiaramente, un cartaceo ha costi molto più elevati dell’online.

Ma andiamo a vedere, a questo punto, a quanto ammontano i contributi:

QUOTIDIANI

CONTRIBUTI

Democrazia Cristiana

€ 303.204,78

Europa

€ 3.527.208,08

Liberal

€ 2.798.767,84

Terra

€ 2.484.656,16

La Padania

€ 3.896.339,15

Le Peuple Valdotain

€ 306.447,59

La Rinascita della Sinistra

€ 886.615,25

Secolo d’Italia

€ 2.952.474,59

Socialista Lab

€ 480.061,60

Zukunft in Sudtirol

€ 603.675,88

L’Unità

€ 6.377.209,80

Liberazione

€ 3.340.443,23

C’è dell’altro. Infatti, mentre tutti i quotidiani, nazionali e regionali, forniscono i dati su tiratura, diffusione e vendite all’ADS (Accertamenti Diffusione Stampa) affinché tali numeri siano pubblici e visibili a tutti, i giornali di partito non rilasciano nulla. “Chiaramente – ci dicono dall’ADS – noi abbiamo fatto richiesta anche a questi giornali, ma ognuno poi è libero di mandarci o meno tali dati. Loro non l’hanno fatto”. Il dubbio che i numeri non vengano dichiarati per una forte sproporzione riscontrabile tra tiratura e copie vendute, è forte (dato che, come abbiamo detto i giornali di partito, a differenza degli altri, ricevono contributi in base alla tiratura e non alle copie effettivamente vendute). Anche Marco Cobianchi, d’altronde, è della stessa opinione: “Assolutamente sì, questo dubbio è più che fondato. Ma io sono dell’opinione che a chi non comunica i dati dovrebbe essere tolto immediatamente qualsiasi sussidio. Se chiude, fatti loro”. Tutto questo troverebbe conferma se andiamo ad analizzare i dati dell’unico quotidiano tra questi, L’Unità, che rende noto tali numeri:

 

QUOTIDIANO

NUMERI NEL PERIODO

TIRATURA MEDIA

DIFFUSIONE MEDIA

RESA

TOTALE VENDITA

CONTRIBUTI EROGATI NEL 2010

L’Unità

358

118.401

41.198

77.193

39.217

€ 6.377.209

dati relativi al periodo Dicembre 2010 – Novembre 2011

Come è facilmente osservabile, la resa (appunto la differenza tra la tiratura e le copie vendute) è decisamente alta, circa il 65%. In pratica, ogni 25 giornali comprati, 65 rimangono invenduti. Ma non è affatto un problema, dato che, come abbiamo detto, sono proprio le tirature (e non le vendite) che alimentano i sussidi dei giornali di partito. Infatti, se andiamo a vedere le percentuali della resa di altri quotidiani, ci accorgiamo di come sia più bassa: il Corriere della Sera, ad esempio, ha una resa del 22% (tiratura media: 626.123; giornali invenduti: 139.610). Sulla stessa percentuale si muove anche La Repubblica: 23% con una tiratura media di 575.639 e una resa  di 137.210.

Ma le assurdità non finiscono certamente qui. Infatti, sebbene gli altri quotidiani non comunichino i dati all’ADS, comunque, chiaramente, sono tenuti a stilare un bilancio annuale. Anche se, a volte, “sono bilanci molto fantasiosi, se non addirittura truccati”, come ci ha detto Carlo Tecce, giornalista de Il Fatto, che si è occupato della questione. Servono regole più rigide, dunque, come ci conferma anche Cobianchi: “Ci sono i bilanci, ma non bastano. Bisogna sapere con precisione i dati su tiratura, vendite, resa, il numero di abbonamenti, eccetera. Se non sai questi dati, come fai? Ti basi sui bilanci? Ma sappiamo bene che i bilanci di qualsiasi impresa sono, diciamo così, molto flessibili”.

 

Liberazione, ad esempio, – uno di quei giornali che, per il momento, ha chiuso  – prende più di 3 milioni di euro sebbene venda, stando agli ultimi bilanci, meno di 3 mila copie effettive. Il giornale pidiellino Il Secolo d’Italia vende circa 700 copie al giorno (ma esce solo 260 volte all’anno) e anche questo riceve dallo Stato quasi 3 milioni. Stesso dicasi anche per il quotidiano del Pd, Europa: vende circa 1500 copie al giorno per un finanziamento di 3,5 milioni. Per non parlare del Socialista Lab: poche centinaia di copie al giorno per 2,9 milioni di contributi. E ancora Liberal: gli ultimi dati parlano di meno di cento copie al giorno e di 2,7 milioni di sussidio.

Insomma, il pluralismo dell’informazione è un bene assolutamente da difendere, ma è necessaria una precisa regolamentazione: “bisogna poi sempre ricordare – chiosa Cobianchi – che stiamo parlando dei soldi dei cittadini. Lo Stato italiano usa miei soldi per finanziare giornali che io non leggo. Quindi sono d’accordo se si finanzia per garantire il pluralismo, però allora pretendo che su queste cose ci sia una trasparenza cristallina. Un giornale che non comunica i dati, deve chiudere. Amen”.

Al momento, dunque, la situazione è decisamente ingarbugliata. Ma sembra che il Governo stia pensando ad alcuni criteri per rendere l’accesso ai fondi più selettivo, come ci conferma Norma Rangeri: “abbiamo ricevuto rassicurazioni dal Sottosegretario allo Sviluppo Economico Peluffo che ci sarebbe stato un rifinanziamento del fondo, con nuove regole e un filtro maggiore perché, fino ad ora sono stati concessi finanziamenti a tutti, anche a chi non ne avrebbe diritto. Ma tali rassicurazioni ancora devono concretizzarsi”. I criteri di cui parla il direttore de “Il Manifesto” garantirebbe certamente un grosso risparmio: “abbiamo proposto dei criteri già tanti anni fa per stringere e razionalizzare questo fondo. Sembra che oggi siano stati presi in considerazione perlomeno due criteri importanti: il numero di copie effettivamente vendute e il numero di giornalisti e dipendenti della cooperativa, perché se uno ha uno o due giornalisti non può accedere a grosse fette di finanziamento. Se venissero introdotti, assicurerebbero già un filtro importante”.

Questo, però, significherebbe certamente tagliare le gambe soprattutto ai quotidiani di partito. Quegli stessi partiti che avranno voce in capitolo in Parlamento.

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