ECONOMIA/ Tra mutui, prestiti, indebitamenti e patto di stabilità: i nuovi poveri d’Italia

Tre anni di recessione hanno cambiato l’andamento economico del Paese, portando una decrescita su più fronti e livelli: gli italiani fanno più ‘sacrifici’, razionalizzano le spese e temono mutui e prestiti bancari perché li rendono più vulnerabili -sia per la precarietà del lavoro che per un possibile rialzo dei tassi d’interesse. Intanto anche i Comuni, molti vincolati dalle rigide norme del Patto di Stabilità, investono sempre meno ed hanno maggiori difficoltà nei pagamenti. I nuovi poveri in Italia hanno il volto degli esodati, dei pensionati, dei giovani disoccupati -precari, dei divorziati: tutti coloro che sono strozzati da debiti, non hanno garanzie per investire e non arrivano alla fine del mese.

 

di Maria Cristina Giovannitti

nuovi_poveri_economia_italiaLa politica del risparmio è diventata una costante necessaria in tempo di crisi con le riforme ‘Salva Italia’ e le manovre dei tagli necessarie per scongiurare il fallimento, secondo il governo Monti.  Il rapporto su ‘L’economia delle regioni italiane’ di Bankitalia riporta dei dati poco confortanti: durante il primo semestre 2012, il tasso di disoccupazione è cresciuto del 2 percento al nord e del 4 percento nel mezzogiorno. Alla mancanza di lavoro si legano indissolubili la diminuzione dei prestiti e mutui bancari. Insomma se il lavoro non c’è, l’economia non gira.


SITUAZIONE ECONOMICA – In Italia il peggioramento è lampante. Secondo i dati Istat, tra il 2008 ed il 2010 in proporzione ad un default economico è diminuita anche la spesa media del 1,4 per cento, per cui i cittadini risparmiano lì dove è possibile. Calano gli acquisti di automobili, si comprano sempre meno capi di abbigliamento e calzature. Non va meglio la situazione a livello politico se si considera che la gestione dell’economia da parte dei ministri è stata sempre altalenante: con il governo Berlusconi la poltrona di ministro dello sviluppo economico è rimasta vuota per mesi, in un periodo in cui il naufragare politico-economico non era proprio possibile. Avviandoci alla crisi con licenziamenti, cassintegrati e chiusura delle aziende sono stati compiuti troppi errori secondo quanto ammette lo stesso Mario Draghi, governatore della BceBanca centrale europea– che, durante l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Bocconi, ha detto «L’artificiale tranquillità dei mercati antecedente alla crisi aveva permesso in Europa politiche economiche sbagliate, incoraggiando l’inazione in Paesi che avevano, invece, profondamente bisogno di riforme strutturali». Insomma l’Italia aveva bisogno di riforme concrete e non di scandali: a tal proposito l’allora ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola aveva dato le dimissioni perché coinvolto nello scandalo della casa al Colosseo, acquistata con i soldi di Diego Anemone, l’imprenditore coinvolto nell’inchiesta sul G8. Con il governo Monti si passa invece ad un’integerrima politica dello spending rewiev che, con il ministro Corrado Passera, cerca di razionalizzare le spese attraverso i tagli sui conti pubblici e le tassazioni.


MUTUI BANCARI E PRESTITI – Secondo il rapporto ‘Stabilità finanziaria’, il problema dell’indebitamento è molto diffuso a livello nazionale. Il mutuo bancario è il primo modo di indebitarsi per il cittadino, seguito poi dal Credito finalizzato al consumo– s’intendono tutti i prestiti personali. Inoltre il mutuo è richiesto molto più al nord che al sud –più del 17 percento al settentrione, rispetto al 5,5 percento al meridione: è un dato esplicito che coinvolge in primo piano il problema della disoccupazione, maggiore nel centro sud –per cui non ci sono le garanzie economiche per fare richiesta di un mutuo; in secondo luogo riprende anche una forma mentis diversa: il centro sud tira la cinghia e risparmia senza allontanarsi dalla propria famiglia o al massimo sposandosi e adattandosi in casa con genitori; una sorta di ritorno alla famiglia patriarcale.

Tra  il 2005 e il 2007 la quota delle famiglie in arretrato con i pagamenti è cresciuta molto, specie al nord. In periodo di crisi anche per chi ha un lavoro, si è comunque restii nel richiedere mutui ed ‘azzardarsi’ a fare acquisti: il mutuo rende vulnerabile il cittadino che è impaurito da una sfavorevole condizione lavorativa –perdere il lavoro improvvisamente– e da un rialzo dei tassi d’interesse –un aumento della rata da pagare.


I NUOVI POVERI – Chi sono? Che volti hanno? E’ cambiata la concezione di povertà per cui non è povero solo chi vive per strada perché non ha un lavoro ed una casa ma sono tante le sfaccettature, ampliandone il campo. Così gli esodati –gli over 50 troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per un lavoro; i pensionati tartassati dalle tassazioni; i giovani precari altroché choosy– non tutelati più neanche dall’art.18 dello Statuto dei lavoratori e gli uomini divorziatiche di solito devono lasciare casa propria, pagando un mantenimento a coniuge e figli, sono il volto della moderna povertà. Per l’Istat, tra il 2002 e il 2007 l’11,1 percento delle famiglie ha registrato un livello di spesa inferiore alla soglia di povertà –intesa come famiglia di due persone. Al sud, fino al 2007 le famiglie povere sono state il 23 percento del totale, oggi in aumento al 26 percento.


PATTO DI STABILITA’ – Per quanto riguarda i fondi pubblici e gli investimenti compiuti negli ultimi anni dalle amministrazioni locali la negatività si muove anche in questo senso per cui anche i Comuni agiscono con più cautela negli investimenti economici e riscontrano maggiori problemi nei pagamenti. Il Patto di Stabilità -1997- fa capo ad una serie di vincoli e norme che regioni e comuni devono rispettare per rimanere nei requisiti principali dell’Eurozona e soprattutto serve per non sforare il bilancio pubblico ma molti ritengono che questa rigidità normativa sia sinonimo di decrescita economica. Nel 2011 per i Comuni soggetti al Patto di Stabilità il calo dei pagamenti è stato ampio e consistente. Nelle regioni del nord gli spazi finanziari messi a disposizione degli enti locali sono stati di 696 milioni rispetto ai 327 del centro e i 111 milioni del sud e sempre nel 2011 sono stati esclusi i comuni del Molise, Campania, Calabria e Sicilia, regioni in cui non si è provveduto a deliberare una disciplina in delega alla regola nazionale sulla gestione dei soldi pubblici. Intanto fino ad ora il Patto di Stabilità che è sempre stato rivolto a comuni con più di 5000 abitanti, a partire dal 2013 sarà esteso anche ai comuni con popolazione compresa tra 1.001 e 5.000 abitanti.

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