ECONOMIA/ Governo Monti: poca equità, aiuti alle banche, liberalizzazioni col “trucco”. E quei 2 miliardi “regalati” alla Morgan Stanley

Il mercato parla chiaro: lo spread tra Italia e Germania sui titoli decennali è sceso del 30 per cento mentre si è dimezzato quello fra Italia e Spagna. L’azione del Governo Monti, dunque, nei risultati sta andando nella giusta direzione. Urge, però, una domanda: chi sta pagando la crisi? A ben vedere, infatti, la faccenda è tutt’altro che rosea: alle stangate sui cittadini, come vedremo, fanno da contraltare “sobri moniti” alle corporazioni, aiuti sottobanco agli istituti finanziari, liberalizzazioni che, in realtà, non ci sono perché dietro c’è un trucco, e quel versamento di due miliardi e 567 milioni di euro alla Morgan Stanley che nessuno vuole spiegare …

di Carmine Gazzanni

lacrime-largeCENTO GIORNI DI GOVERNO E DELL’EQUITA’ NEMMENO L’OMBRA – Sin dal suo insediamento le promesse del Governo sono state chiare: la parola d’ordine sarà equità. A ben vedere, però, di equità ce n’è stata davvero poca. Basti pensare al primo decreto concepito dall’esecutivo: il decreto Salva Italia. Nonostante nel dossier di Palazzo Chigi, Governo Monti: i primi cento giorni di governo, si dica che “tutte le componenti della società devono partecipare allo sforzo per la salvezza e il rilancio dell’Italia”, ad essere colpita è solo la società civile: stretta sulle pensioni,  nuova imposta sugli immobili (l’IMU), l’incremento di due punti percentuali delle aliquote IVA del 21% e del 10% a decorrere dal 1° ottobre 2012 e di ulteriori 0,5 punti percentuali a decorrere dal 2014. Non poteva mancare, poi, l’aumento dell’accisa sulla benzina: la FIGISC (Federazione Italiana Gestori Impianti Stradali Carburanti), a riguardo, offre un quadro chiaro sulle conseguenze del decreto: l’onere fiscale complessivo (accisa + IVA al 21%) ha pesato sul prezzo finale della benzina addirittura per il 58,99 % (era il 55,65% prima dell’incremento delle accise) e per il 52,23 % (47,64 % prime del decreto) per il gasolio. In pratica, tanto per la benzina quanto per il gasolio, la metà di quanto paghiamo è dovuta a tasse e accise e non al reale costo di produzione e distribuzione.

Ed è curioso (questo il termine giusto) anche quanto si legge nel dossier, a cui facevamo riferimento prima, redatto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri a fronte dei primi cento giorni del Governo Monti: “La prospettiva è quella di promuovere, anche attraverso la leva fiscale, i prodotti energetici che registrano un minore impatto sull’ambiente”. In pratica, a leggere il dossier, il motivo dell’aumento delle accise andrebbe ritrovato nella natura ambientalista di quest’esecutivo.

Insomma, a pagare sono i cittadini. E certamente non quelli abbienti. Nonostante siano stati tassati i beni di lusso (per le automobili, ad esempio, si è pensato ad un incremento del bollo nella misura di 20 euro per ogni chilowatt superiore a 170 kW), fino ad oggi nessuno ha parlato di patrimoniale, una misura che in questi casi sarebbe addirittura naturale. Il motivo è presto detto: patrimoniale avrebbe significato la fine di questo esecutivo perché il Pdl, che continua ad avere il coltello dalla parte del manico, avrebbe ritirato la sua fiducia. Esigua anche l’ulteriore tassazione per i capitali rientrati in Italia con lo scudo fiscale: aliquota dell’1,5%. Una sciocchezzuola rispetto a quanto richiesto (normalmente e non in stato di criticità) da altri Paesi che ricorrono allo scudo.

E le corporazioni? Non si era parlato di equità? Le misure per tagliare costi e privilegi sono state minime. Ad iniziare dalla classe politica: tagli irrisori, spesso presentati dalla stessa casta come rivoluzionari. È quanto accaduto, ad esempio, nel decreto Salva Italia, in cui si parla di una decurtazione di 700 euro netti per i parlamentari. Ma in realtà il taglio è stato solo formale perché naturale conseguenza di un’altra norma che segna il passaggio dai vitalizi al calcolo contributivo per l’ottenimento dell’assegno pensionistico. In altre parole, basta col sistema retributivo (che era ancora valido soltanto per i parlamentari) – tramite cui la pensione non era determinata dai contributi versati, ma, come sappiamo, dallo stipendio degli ultimi cinque anni (una legislatura, per intenderci) – ed ecco il sistema contributivo anche per loro. Evidente, allora, la “bufala”: se non ci fosse stato questo taglio i parlamentari, col passaggio al contributivo, avrebbero preso ancora più di quanto prendono oggi. Col rischio di alimentare un già forte malcontento sociale. Nessuna decurtazione concreta quindi.


IL GOVERNO DELLE BANCHE. UN’INVENZIONE GIORNALISTICA? PARE PROPRIO DI NO – E se non possono essere toccati i politici, tantomeno possono essere toccate le banche. Già nel decreto Salva Italia ritroviamo un aiutino per gli istituti di credito: il ministero dell’Economia “fino al 30 giugno 2012 è autorizzato a concedere la garanzia dello Stato sulle passività delle banche italiane, con scadenza da tre mesi fino a cinque anni, o a partire dal 1 gennaio 2012 a sette anni per le obbligazioni bancarie garantite”. Un modo per non far fallire le banche, insomma.

Ma questa non è l’unica norma concepita a favore delle banche dal Governo Monti. Altre, sebbene implicite, garantiscono agli istituti di credito forti guadagni. Ancora nel decreto Salva Italia, infatti, si stabilisce che dal mese di marzo gli enti di previdenza (come ogni pubblica amministrazione o ente pubblico) non potranno più effettuare i pagamenti in contante delle pensioni d’importo superiori ai mille euro, per via del divieto cosiddetto della “tracciabilità” imposto dalla manovra. In pratica, allora, si impone un divieto alla pubblica amministrazione di pagare in contanti le pensioni sopra i 1000 euro. Risultato? I pensionati dovranno farsi un conto corrente. A vantaggio, chiaramente, delle banche. Le quali trarranno beneficio anche dalla già citata norma riguardo all’aliquota sui capitali scudati: le banche, infatti, saranno sostituti d’imposta e incasseranno, per conto dello Stato, l’aliquota dell’1,5%.

Quanto poi è accaduto ultimamente ha dell’incredibile. Il primo marzo il Senato ha approvato il maxiemendamento del governo al Decreto liberalizzazioni. Tra le varie norme una ha scatenato la reazione furiosa delle banche private italiane: l’articolo 27 bis che cancella le commissioni bancarie sugli affidamenti, decretando “nulle tutte le clausole comunque denominate che prevedano commissioni a favore delle banche a fronte della concessione di linee di credito, della loro messa a disposizione, del loro mantenimento in essere, del loro utilizzo anche nel caso di sconfinamenti in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido”. In altre parole, la norma abolisce le commissioni delle banche su prestiti e fidi. Una norma che sembrerebbe colpire i privilegi delle banche. E in effetti, come detto, forti sono state le critiche: addirittura tutto il vertice dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana) si è dimesso davanti ad una norma reputata assolutamente iniqua (“è la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, ha detto il presidente dell’associazione, Giuseppe Mussari, prima di dimettersi).

Ed ecco, allora, l’imbarazzante dietrofront del governo e, con lui, di tutti i partiti che prima hanno votato a favore e poi hanno fatto marcia indietro (a cominciare dal Pd, partito che ha presentato l’emendamento stesso). Imbarazzante, per giunta, anche perché non c’è alcun motivo per cui le dimissioni di un vertice privato – com’è quello dell’ABI – debba portare il Parlamento a stoppare una norma già approvata in Senato (si pensa con un decreto integrativo). Conflitto d’interessi?


QUEL REGALO ALLA MORGAN STANLEY DI CUI NESSUNO PARLA – Tre gennaio 2012. Nel silenzio più assordante di media (ad eccezione de L’Espresso che ha riportato la notizia) e classe politica, l’Italia ha estinto una posizione in derivati che aveva con una delle più potenti banche americane, la Morgan Stanley. Ben due miliardi e 567 milioni di euro sono passati dalle casse del Tesoro a quelle della banca statunitense. La particolarità sta proprio nel fatto che nessun documento italiano segnala il passaggio: sono stati i vertici della Morgan, infatti, “nelle periodiche comunicazioni alla Sec”, commenta Orazio Carabini, a segnalare “che l’esposizione verso l’Italia a cavallo di fine anno è scesa, al lordo delle coperture, da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari. Con una differenza di 3,381 miliardi”. Appunto 2,567 miliardi di euro. Ora, è chiaro che la banca aveva un credito nei confronti dello Stato e, dunque, probabilmente si erano raggiunti i termini di contratto per cui era necessario onorare il debito. Tuttavia la mancanza di trasparenza legittima dubbi, perplessità, domande aperte. Commenta non a caso Carabini: “Né Morgan Stanley né il Tesoro hanno voluto spiegare a L’Espresso il senso dell’operazione”. Abbiamo provato anche noi a chiamare al Ministero del Tesoro: se prima ci hanno risposto cordialmente, appena saputo il motivo della chiamata ci hanno liquidato in men che non si dica. Freddi. Coincidenze?


LIBERALIZZAZIONI: SI, MA COL TRUCCO – In un momento di crisi le liberalizzazioni possono offrire quello slancio economico utile per riemergere da stati recessivi. Bene, allora, ha fatto il Governo ad eliminare alcuni oneri burocratici e amministrativi delle imprese. Ricordiamo, ad esempio, ”l’abrogazione dei limiti numerici, autorizzazioni, licenze, nulla osta o preventivi atti di assenso, per l’avvio di un’attività economica, non giustificati da un interesse generale, costituzionalmente rilevante e compatibile con l’ordinamento comunitario”. Tuttavia anche sul capitolo liberalizzazioni i punti di domanda sono decisamente compromettenti.

Si legge nel dossier dei cento giorni: “La competitività del sistema Paese aumenta soprattutto grazie alla concorrenza. Per questo il governo ha varato una serie di misure per aprire il mercato con l’obbiettivo di abbattere i privilegi e garantire maggior crescita. Le liberalizzazioni, infatti, incidendo in modo diretto sulle politiche aziendali delle imprese sono in grado di determinare una sensibile riduzione dei prezzi, con vantaggi evidenti per i consumatori”. Nulla da eccepire se non fosse che in alcuni casi più che parlare di liberalizzazioni, dovremmo parlare di possibili liberalizzazioni.

Capiamoci meglio. A leggere l’articolo 1 del Decreto Liberalizzazioni non si può essere che d’accordo: tutte “le norme che prevedono limiti numerici, autorizzazioni, licenze, nulla osta o preventivi atti di assenso dell’amministrazione comunque denominati per l’avvio di un’attività economica non giustificati da un interesse generale, costituzionalmente rilevante e compatibile con l’ordinamento comunitario nel rispetto del principio di proporzionalità” o “che pongono divieti e restrizioni alle attività economiche non adeguati o non proporzionati alle finalità pubbliche perseguite” sono abrogate. La giusta maniera, insomma, per snellire i processi economici sganciandoli dalle beghe burocratiche.

È qui che si verifica l’inghippo: nella bozza l’articolo 1 del decreto si fermava qui. Poi si è pensato bene di specificare meglio la questione: le suddette norme sono abrogate – si legge ora nel testo – “dalla data di entrata in vigore dei decreti di cui al comma 3 del presente articolo”. Cosa dice, a sua volta, il comma 3? “Il Governo è autorizzato ad adottare entro il 31 dicembre 2012 uno o più regolamenti […] per individuare le attività per le quali permane l’atto preventivo di assenso dell’amministrazione, e disciplinare i requisiti per l’esercizio delle attività economiche, nonché i termini e le modalità per l’esercizio dei poteri di controllo dell’amministrazione, individuando le disposizioni di legge e regolamentari dello Stato che, ai sensi del comma 1, vengono abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore dei regolamenti stessi”. In altre parole, si rimanda la decisione effettiva su cosa verrà realmente liberalizzato “entro il 31 dicembre 2012”. E a deciderlo sarà solo e soltanto il Governo con “uno o più regolamenti”. In sintesi: l’esecutivo ha presentato un decreto, il Parlamento lo ha approvato, ma, in realtà, ogni decisione è rimandata solo e soltanto al potere esecutivo. L’istituzione che incarna il potere legislativo ha approvato, nei fatti, solo la possibilità di liberalizzare. Possibilità su cui concretamente metterà mano solo il Governo. E poi continuano a chiamarlo “tecnico” …

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