DISMISSIONI/ Monti vende i gioielli di Stato: preture, scuole, montagne e musei. Già speso 1 milione per… l’organizzazione

Caserme dismesse e aeroporti in disuso. Ma anche scuole materne, preture e palazzi di giustizia funzionanti, musei storici, parchi pubblici. E poi intere montagne e l’archivio generale della Corte dei Conti. Nella lista nera dei beni che potrebbero essere venduti c’è di tutto. Mentre l’ideona di Mario Monti (in realtà vecchia di 26 anni) riceve il plauso di buona parte dell’arco parlamentare, a rischio sono pezzi importanti del patrimonio pubblico italiano. E poi la ciliegina sulla torta: per organizzare le dismissioni, come si legge nella Legge di Stabilità 2012, è prevista un spesa annuale di un milione di euro.

di Carmine Gazzanni

Patrimonio-pubblico-tutti-i-gioielli-degli-enti-locali-che-Monti-puo-vendereMario Monti ha parlato chiaro: bisogna risanare il bilancio dello Stato, cercare di prosciugare il debito pubblico. In altre parole, bisogna fare cassa. E quale miglior maniera di assolvere all’impellenza se non quella di vendere i beni immobili dello Stato? Quello che pochi sanno, però, è ciò che si nasconde dietro le cosiddette dismissioni: è senz’altro poco noto, ad esempio, il fatto che esiste da una parte una sorta di lista nera in cui compaiono tutti i beni che potrebbero essere venduti. E dall’altra una lista bianca in cui, invece, sono riportati tutti gli edifici che, per questioni storiche, politiche e culturali, non possono essere toccati. Peccato, però, che la prima lista è di ben 720 pagine; la seconda di 79.

Ma andiamo con ordine. Il ricorso alle dismissioni, in realtà, non è affatto un’idea, per così dire, montiana, un lampo di genio del nostro Presidente del Consiglio. Correva l’anno 1986 quando l’allora ministro del Tesoro Giovanni Goria esclamava: “Venderemo i beni dello Stato”. Poligoni militari, basi navali, arsenali, ospedali, depositi, infrastrutture aeroportuali civili e militari. Tutto in vendita per fare cassa e risanare il bilancio dello Stato. Inutile dire che non se ne fece niente.

Ma c’è anche un’evidente ragione per la quale non si è mai riusciti a vendere un solo mattone. Una ragione, se vogliamo, di ordine burocratico. Tutto ruota attorno alla destinazione d’uso: mentre i beni in vendita erano di proprietà statale (e messi sul mercato proprio dallo Stato centrale), la destinazione d’uso spettava agli enti locali. Una sfalsatura che non poteva convincere i grandi costruttori, i quali si sarebbero potuti trovare nella situazione di comprare, ad esempio, un ex caserma dallo Stato, ma di non avere poi il permesso dall’ente locale di farci un albergo di lusso.

Il governo centrale, però, si è accorto di questo inghippo. Ed ecco allora il decreto legislativo del 28 maggio 2010 che ha introdotto il cosiddetto Federalismo Demaniale: tutti i beni “vendibili” (quelli delle 720 pagine per intenderci) sono stati trasferiti, attraverso un protocollo d’intesa, agli enti locali che, in questo modo, potranno metterli in vendita chiarendo sin da subito le possibili destinazioni d’uso, senza andare incontro alle contraddizioni degli anni precedenti.

Ed ecco allora riemergere l’idea delle dismissioni. Con quanto previsto dal Federalismo Demaniale le vendite potrebbero essere assicurate. Prima che si insediasse Mario Monti, d’altronde, l’idea era già stata accarezzata e seriamente presa in considerazione anche da Silvio Berlusconi. In uno dei suoi ultimi provvedimenti – Legge di Stabilità del primo gennaio 2012 – compare un articolo (il sesto) dal titolo inequivocabile: ”Disposizioni in materia di dismissioni dei beni immobili pubblici”. Esattamente quanto prospettato da Mario Monti. Non a caso, nero su bianco, è dichiarato anche il fine di queste possibili vendite: “i proventi netti derivanti dalle cessioni […] sono destinati alla riduzione del debito pubblico”.

Ora, come detto, l’idea piace anche a Mario Monti. E non solo a lui: buona parte dell’arco parlamentare ha plaudito il premier per questa geniale intuizione che, a detta di molti, potrebbero risollevare le sorti italiane. Cosa che, perlomeno in parte, è assolutamente vera: dalla vendita dei beni è certo che il nostro Paese possa far fronte allo spaventoso debito pubblico che ci sovrasta.

Il punto, però, è vedere cosa si è disposti a vendere. Come detto, infatti, dal 2010 il Federalismo Demaniale raccoglie tutti i beni che potrebbero essere messi sul mercato. La lista – aggiornata al 13 maggio 2011 – contiene di tutto e di più. Sono presenti ex caserme, terreni inutilizzati, ex stazioni. Ma nella lista nera c’è anche molto altro. Non sono pochi, ad esempio, i Palazzi di Giustizia (sia chiaro: funzionanti) come quello di Melfi (per un valore di 2 milioni e mezzo), quello di Forlì (13 milioni), di Avezzano in provincia de L’Aquila (7 milioni) e di Bari (53 milioni). E poi scuole su scuole (la maggior parte materne: quattro solo a Bergamo).

A Benevento, Napoli e Livorno in vendita anche le sedi e i palazzi del Genio Civile. Ma lo Stato non si accontenta. Nella long list anche arenili e pezzi di spiagge che vanno da Sud a Nord, dalla Calabria al Veneto. Spazio anche per le ex miniere dell’Elba e per un altissimo numero di parchi pubblici (anche delle Rimembranze come a Bergamo e Cremona).

Non mancano casi insoliti, come quello di Reggio Calabria: il comune ha predisposto la vendita di ben otto edifici di Pretura (più un ex Pretura) per un totale di circa un milione e duecentomila euro. Scelta perlomeno superficiale per una terra ad alta densità mafiosa.

Ma non finisce qui. Scorrendo i beni si trova anche l’impossibile. Come le Dolomiti: il comune di Cortina D’Ampezzo, infatti, ha dato il proprio lascia passare alla vendita di Monte Tofana, Monte Rocchetta (rispettivamente di duemila e tremila metri) e del Serrez di Rocche. Tutto per quasi due milioni di euro.

E poi i palazzi storici di Roma. Tra i beni che potrebbero essere venduti anche il museo di Villa Giulia (in piazza delle Coppelle, in pieno centro e attualmente in uso al Senato) e l’Archivio Generale della Corte dei Conti alla Bufalotta. Per un costo di circa 67 milioni di euro.

In attesa che qualcosa accada a riguardo, al momento solo tanto (pericoloso) fumo: a parte il rischio che vengano venduti importanti pezzi della nostra storia, ad oggi lo Stato non ha fatto cassa. Anzi, incredibile ma vero, ci ha rimesso: secondo quanto è previsto dal Documento di Stabilità già menzionato, l’organizzazione di tali dismissioni costerà (e non poco) alle casse pubbliche. Al comma uno dell’articolo 6 – proprio quello che prevede la dismissione dei beni immobili – si legge: “Ai fini dell’attuazione del presente comma è autorizzata la spesa di 1 milione di euro l’anno a decorrere dall’anno 2012”.

Cornuti e mazziati.

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