DEBITO PUBBLICO/ Nazionalizzare i 50 miliardi l’anno delle fondazioni bancarie

L’Udc di Casini ha proposto un Monti Bis per uscire dalla crisi in cui è sprofondata l’economia italiana, strangolata dalla strategia delle banche. Vedono Mario Monti come l’unico vate capace di traghettarci fuori da questa situazione, senza calcolare però che si potrebbe far rientrare una bella fetta di capitale che a tutt’oggi è fuori dal raggio di controllo dello Stato Italiano: si tratta degli oltre cinquanta miliardi di euro l’anno che girano tra le fondazioni bancarie.

 

di Viviana Pizzi

fondazioni_bancarieChe differenza c’è tra Banche e fondazioni? Le prime devono dar conto allo Stato del denaro in circolo mentre le seconde sono libere di investire come vogliono i propri fondi.

Istituite con la legge 30 luglio 1990 n.128, le fondazioni bancarie sono diventate un importante attore della vita economica e finanziaria del nostro Paese. Una spiccata attenzione al sociale e il forte radicamento sul territorio rappresentano i due principali elementi distintivi di uno strumento operativo che, a vent’anni di distanza dalla sua nascita, ha dimostrato di gestire ingenti somme di capitali, investendo in una molteplicità di settori che vanno dall’istruzione alla salute, all’arte, alla ricerca, allo sport.

I NUMERI DELLO SCANDALO

In Italia sono 22 le fondazioni a cui appartiene l’80% del patrimonio totale del sistema. Ognuna di loro registra proventi pari a 1,5 miliardi di euro. Il rendimento medio delle fondazioni è stato del 3,6%: i rendimenti maggiori arrivano dal Nord Ovest col 4%, segue a ruota il Nord Est con il 3,6% , poi il Sud con il 3,4% e fanalino di coda il centro col 3,2%.

Gli oneri totali registrati nel 2010 ammontano al 400 milioni di euro, in aumento del 9,3% rispetto al 2009. Pesano per lo 0,95% sul patrimonio della fondazione; il 34,4% derivano dalle spese di remunerazione degli organi delle fondazioni stesse e dei collaboratori.

Il restante 65% delle spese che corrisponde a 262.590.394 accolgono voci di vario tipo, mentre quelli del personale sono in aumento del 8,4% rispetto al 2009. I compensi degli organi statutari sono pari a 51 milioni di euro nel 2010.

Cosa è avvenuto nel 2011? L’investimento in attività finanziarie non immobilizzate si ridimensiona di 3,4 miliardi di euro (-19,6%) attestandosi a 14 miliardi; in particolare la variazione più sensibile è quella che riguarda  i titoli di debito e i fondi di  investimento, la cui diminuzione  rappresenta oltre il 70% della variazione negativa dell’intero comparto non immobilizzato.

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Le  Fondazioni hanno sottoscritto aumenti di capitale per complessivi 1.277,7 milioni di euro. A dicembre 2011, 18 di esse non hanno più partecipazioni dirette nelle rispettive banche conferitarie, 14 di piccola dimensione, coerentemente con la vigente normativa, detengono oltre il 50% del capitale della banca, e 56 hanno una quota di partecipazione inferiore al 50%. Il totale dei proventi per l’esercizio 2011 ammonta a 1.236,9  milioni di euro e fa segnare una diminuzione del 37,3% rispetto all’esercizio precedente (1.973,1 milioni di euro)

Se ne viene analizzata la composizione, si osserva che i dividendi aumentano, anche se quelli distribuiti dalla  conferitaria mostrano una lieve flessione (-4,3%), passando da 707 milioni nel 2010 a 677 nel 2011; la redditività di queste partecipazioni, tuttavia, si attesta al 2,9%, confermando il dato del 2010.

Le  gestioni patrimoniali chiudono positivamente, anche  se a livelli nettamente inferiori rispetto al  2010: a fine 2011 raccoglievano investimenti per 9,4 miliardi di euro (lo stesso importo del 2009) contro i 10,3 miliardi dell’anno precedente, facendo registrare un utile di circa 19 milioni di euro e una redditività media dello 0,1%. La gestione degli strumenti finanziari diversi dalla conferitaria e dalle gestioni patrimoniali evidenzia, infine, una riduzione drastica, con  una perdita pari a 857,6 milioni di euro per svalutazioni e minusvalenze, quale effetto della crisi dei mercati finanziari.

Cifre da capogiro se si pensa che un terzo delle famiglie italiane viene ormai strangolata da tasse pesantissime come l’Imu dalla quale le fondazioni bancarie sono stranamente esenti, al pari di alcuni organi ecclesiastici. Protette come una casta ma che allo stato devono davvero poco.

 

L’ACCESSO AGLI ATTI E LA PRONUNCIA DEL CONSIGLIO DI STATO

Dopo aver letto numeri che da soli potrebbero risollevare parte dell’economia italiana la domanda che sorge spontanea è questa: è possibile accedere agli atti di una fondazione bancaria e controllarne quindi i bilanci e la qualità dei progetti finanziati?

La risposta l’ha fornita la sesta sezione del Consiglio di Stato con una decisione datata 3  marzo 2010 dopo aver affrontato la tematica delle Fondazioni Bancarie come organismi di diritto pubblico.

La sentenza senza esitazioni, afferma che le Fondazioni bancarie, che non usufruiscono di finanziamenti pubblici o di altri ausili pubblici di carattere finanziario, non possono essere qualificabili come organismi di diritto pubblico, ai sensi e per gli effetti del d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163 e ss.mm..

Da ciò ne deriva  che le fondazioni bancarie non sono tenute a giustificare le loro spese allo Stato.

Per suffragare le argomentazioni appena esposte, i giudici citano il dato positivo costituito dall’art. 1, comma 10 ter, del d.l 23 ottobre 2008 n. 162, conv. in legge 22 dicembre 2008, n. 201, in base al quale: “ai fini della applicazione della disciplina di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, non rientrano negli elenchi degli organismi e delle categorie di organismi di diritto pubblico gli enti di cui al decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153, e gli enti trasformati in associazioni o in fondazioni, sotto la condizione di non usufruire di finanziamenti pubblici o altri ausili pubblici di carattere finanziario, di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, e di cui al decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103, fatte salve le misure di pubblicità sugli appalti di lavori, servizi e forniture”.

La decisione era stata emessa a favore della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, istituita ai sensi del d.lgs. n. 153/1999  che  non risultava fruire di alcun finanziamento pubblico per la quale era stata presentata richiesta di accesso agli atti.

Inoltre, né lo Stato, né altri enti di diritto pubblico, esercitano, sulla stessa, alcun controllo sulla gestione; controllo che, in base ai principi comunitari, è l’unico che consenta di esercitare un effettiva influenza decisionale in seno agli organismi coinvolti.

Infine, non risulta che gli organi di amministrazione, direzione o vigilanza debbano essere costituititi da soggetti designati dalla mano pubblica in misura pari ad almeno metà dei componenti (invero, solo per il Consiglio Generale, lo Statuto prevede designazioni di fonte pubblica, ma in misura non eccedente i 7 componenti sui 22 che compongono l’organo).

Sicchè, la Fondazione appellante rientra tra i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali e non svolge funzioni pubbliche (cfr. Corte cost., n. 300/2003 e n. 301/2003), ai quali va riconosciuto carattere di utilità sociale agli scopi dalle stesse perseguiti, ma tale carattere non deve essere confuso con la “attività di pubblico interesse disciplinata dal diritto nazionale o comunitario” espletata da “soggetti di diritto privato”, di cui all’art. 2, comma 1, del d.P.R.. n. 184/2006, solo queste ultime afferendo all’espletamento di funzioni pubbliche.

 

LA NAZIONALIZZAZIONE DELLE FONDAZIONI BANCARIE COME RILANCIO DELL’ECONOMIA ITALIANA

Quale dovrebbe essere la soluzione per far si che queste ingenti risorse possano rientrare sotto il controllo dello Stato Italiano e che quindi possano essere funzionali alla risoluzione della crisi dell’economia italiana senza continuare a vessare la popolazione di altre pesantissime tasse.

La proposta di nazionalizzazione arriva direttamente da Francesco Venanzzi manager dell’Eni che ha affrontato molte volte questo problema tentando di darne una sua soluzione. 

“Il progetto di “nazionalizzazione” va strutturato per intero e si vedrà che , nel rispetto delle leggi, si può fare ( risposta a  obiezione di incostituzionalità di Gic) e non vi sarebbero pericoli di speculazioni di mega gruppi stranieri: se le fondazioni  sono pubbliche – cioè di tutti – lo Stato venda  le azioni bancarie in loro possesso come dividendo di cittadinanza  a nuclei familiari in regola con le tasse ( quindi abitanti in Italia) che si impegnino a non vendere ad altri  per x anni. Quando i cittadini si accorgeranno che le azioni rendono, perché rendono, vedrete che si creerà il mercato delle azioni , con benefici anche sulla borsa valori. L’assegnazione delle azioni bancarie alle famiglie sarebbe un premio a chi le costituisce ( le famiglie) e metterebbe in fuori gioco  i grandi trust, i fondi pensione ecc.  In una parola tutti gli speculatori che stanno trasformando questo inizio di secolo in un incubo”

La ricetta sarebbe questa : convertire per legge le fondazioni in società per azioni e assegnare i pacchetti azionari al ministero del Tesoro, che poi gradualmente dismetterebbe, realizzando valori da imputare alla riduzione del debito pubblico. Sarebbe una operazione di  privatizzazione a due livelli che comprenderebbe  anzitutto  i pacchetti azionari delle spa bancarie possedute ora dalle Fondazioni e poi tutti  i beni e le altre attività non bancarie che sono ora nel patrimonio di queste ultime.

Riduzione del debito pubblico significherebbe ridurre la crisi e le tasse che gravano sui cittadini italiani, un messaggio che il governo Monti farebbe bene a tenere a mente.

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