DEBITO PUBBLICO ITALIANO/ Perchè sale? E chi ci guadagna? Sempre loro: i banchieri…

di Carmine Gazzanni

Secondo i dati della Banca d’Italia, a giugno 2011 il debito pubblico totale ammontava a 1901 miliardi di euro pari al 122% del Pil realizzato nel 2010. Un dato altissimo, responsabile della crisi che sta vivendo l’Italia e del rischio di fallimento che, alcuni giorni fa, sembrava prospettarsi all’orizzonte. D’altronde, chi più chi meno, tutti i Paesi membri dell’Eurozona hanno contratto debito pubblico. Ma chi è che ci va a guadagnare? Ancora loro: i signori delle banche.

debito_pubblico_in_italiaPartiamo col dire che il debito pubblico è l’insieme del debito contratto dallo Stato nei confronti di chiunque (aziende, persone, banche) gli presti del denaro (spesso comprando titoli di stato, i famosi bond). Ma perché lo Stato si indebita? Semplicemente perché spende più di quanto incassa, andando così incontro al deficit. Nel corso degli anni il debito in Italia ha subito sbalzi in precisi periodi storici: negli anni ’90, ad esempio, in piena Tangentopoli, si è passato da un debito pari al 94,7% del Pil del 1990 a un debito pari al 121,8% nel ’94 (il giro di favori e corruzione svelato da Mani Pulite ha portato ad una sproporzione, chiaramente, tra  entrate e uscite nelle casse dello Stato).

Dal ’95 al 2007, onore al merito, il debito pubblico non solo non è accresciuto, ma è addirittura sceso arrivando al 103%. È dal 2008 – inizio del Berlusconi III – che il debito si impenna: 106% nel 2008, 116% nel 2009, 119% nel 2010. Fino ai giorni nostri: 122%, pari a 1901 miliardi di euro di debito. Le responsabilità, dunque,  dei governi nazionali sono forti. È chiaro, infatti, che per coprire il deficit senza aumentare il debito si sarebbe dovuto aumentare le tasse. Ma chiaramente non conviene: i governi avrebbero perso voti. In questo modo, dunque, i governi (nella fattispecie l’ultimo governo Berlusconi) hanno preferito indebitare le tasse dello Stato. Tuttavia, aumentando il debito, sono aumentati anche gli interessi da pagare (oggi oltre gli 80 miliardi di euro annui) e, dunque, alla fine comunque sono stati costretti ad alzare le tasse per fra fronte agli interessi stessi. A carico, chiaramente, dei contribuenti che, dati della Banca d’Italia, possedevano soltanto il 10% del debito totale. Un cortocircuito che ha contribuito a rendere i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Non a caso l’Ocse rivela che negli ultimi 15 anni in Italia la differenza tra ricchi e poveri è aumentata del triplo rispetto alla media europea.

Ma il problema, tuttavia, è anche e soprattutto un altro e, ancora una volta, risponde al nome della Bce. Capiamo perché. Prima dell’entrata in vigore dell’euro a stampare moneta era la Banca d’Italia: il debito era contratto con lo stesso Stato Italiano che poteva gestire autonomamente tale debito. Le cose cambiano dal 2002: a stampare moneta è, appunto, la Banca Centrale Europea. Qui non si vuole demonizzare l’euro, ma un meccanismo, proprio della Bce, responsabile, per molti aspetti, dello strapotere soprattutto delle banche. Iniziamo col dire che l’approccio utilizzato dalla Banca Centrale Europea è la produzione di denaro e prestito (PML). Produce denaro e lo presta al sistema bancario. Le banche, in questo modo, detengono maggiori riserve nei loro conti alla banca centrale. La garanzia collaterale di questo meccanismo è rappresentata dai bond dei governi: la Bce presta denaro e le banche , di contro, acquistano i bond dei singoli governi che si sentiranno “autorizzati”, in questo modo, a spendere più di quanto incassano, incorrendo nel deficit: promettono regali ai propri elettori e li finanziano col deficit e non con le tasse e, per pagare il deficit, emettono bond che, come detto, sono comprati dalle banche. Tutto dunque ruota attorno al sistema bancario: le banche comprano i bond del governo perché sanno che è la garanzia collaterale preferita dalla BCE. Offrendo alla BCE i bond come garanzia collaterale, le banche ricevono nuove riserve e possono espandere il credito. Non solo. Visto che i bond del governo sono ancora posseduti dalle banche, i governi devono pagare l’interesse alle banche che, a loro volta, pagano l’interesse sui prestiti di denaro che ricevono dalla BCE, la quale restituisce i suoi profitti ai governi. In altre parole: il governo spende più di quello che riceve in tasse. La differenza viene finanziata dalla Banca Centrale che cede il denaro alle banche che, in contropartita, comprano i bond. La produzione di denaro sostiene i sogni dei politici, distruggendo però in questo modo le valute. E la popolazione, per via del deficit, paga attraverso un ridotto potere d’acquisto del denaro. Insomma, un circolo con al centro le banche.

Non è un caso che i possessori del debito pubblico italiano sono, in primo luogo, stranieri. Nel 1995 il 90% del debito pubblico era nelle mani di investitori italiani. Il Bollettino statistico della Banca d’Italia sottolinea che dal 1995 ad oggi la percentuale del nostro debito pubblico detenuto da soggetti non residenti è progressivamente cresciuta dal 10% all’attuale 56%.

Ma a chi appartiene oggi il debito pubblico italiano? Non c’è una risposta precisa a riguardo perché la Bce non integra i bond nel suo bilancio. Il motivo è presto detto: i bond rimangono legalmente una proprietà delle banche. Sappiamo, però, che, da quanto rivelato dal New York Times, circa il 37% del debito è in mano ai francesi, il 13,6% ai tedeschi, circa il 13% alla Banca centrale cinese, e poco più del 5% agli inglesi. In pratica, come ci dice Antonella Randazzo, “gli istituti finanziari che controllano il nostro debito possono distruggere il nostro paese se decidessero di svendere i loro Titoli”. Queste percentuali non sono affatto trascurabili. Un Paese che sottoscrive il debito pubblico di un altro, oltre ad investire la propria liquidità e garantirsi un flusso di cassa pluriennale, ne ricava un altro effetto positivo. Il creditore, infatti, può ottenere in contropartita delle clausole nei trattati commerciali. La Cina, ad esempio, sottoscrivendo il debito greco ha chiesto l’uso del porto del Pireo e che le future navi in dotazione alla marina di Atene siano comperate in Cina. Tornando alla questione italiana, ecco spiegato perché, ad esempio, il Governo ha tanto spinto per il nucleare: le centrali sarebbero state costruite appunto dai francesi. E questo è solo uno dei tanti esempi che potremmo fare riguardo i forti interessi stranieri in territorio italiano.

Sappiamo, tuttavia, solo questo. Non sappiamo, invece, i nomi delle banche possessori dei nostri titoli perché, come detto, i bond non compaiono nei bilanci della Bce. È indicativo, però che il primo atto di Mario Draghi alla presidenza della Bce è stato stilare una lista di 26 banche “sistemiche”, banche che non possono fallire, proprio perché in tal caso fallirebbe l’intero sistema economico europeo.

Ma la questione è ancora più ingarbugliata. Come detto, infatti, l’approccio della Bce è la produzione di denaro e prestito (PML). La Banca centrale presta denaro alle banche. Questo particolare non è affatto secondario: col prestito chiaramente si formano degli interessi che i singoli Stati sono tenuti a pagare e che vanno ad alimentare il debito pubblico. In pratica, dunque, è decisamente impossibile estinguere il debito proprio perché il meccanismo si basa su un prestito e non sull’acquisto definitivo (PMP). Le parole di Antonella Randazzo, a riguardo, sono emblematiche: “Chiamano ‘crisi finanziaria’ la situazione di ‘emergenza’ creata per indurre gli Stati a pagare altro denaro alle banche, col pretesto del debito-truffa. Ovviamente, i governi tengono all’oscuro le persone circa la vera origine del debito, in modo tale che continuino a ‘fare sacrifici’ (pagare)”.

Ci si chiederà: è possibile una via d’uscita? Bisognerebbe adottare il modello islandese. “L’Islanda – continua la Randazzo – ha compreso che la crisi e i fallimenti finanziari non possono essere addossati ai comuni cittadini. In un referendum, gli islandesi hanno deciso di non pagare i debiti alle banche. Dunque, il debito accumulato con le banche non sarà mai pagato dai cittadini”. In Islanda era stata tesa una trappola per far crollare il Paese sotto il peso del debito: “era stata gonfiata una enorme bolla speculativa, che è crollata anche per il fallimento della Lehman Brothers, ma i cittadini hanno compreso l’inganno, accumulando rabbia e indignazione”. I banchieri sono stati insultati e costretti a fuggire. Se dovessero tornare, andranno in galera.

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