CULTURA/ La privatizzazione di B. e M.: consulenze a esterni, sprechi e dirigenti di casinò e Mc Donald

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Negli ultimi anni il governo Berlusconi prima, quello Monti poi hanno nei fatti “industrializzato” la cultura: sprechi, consulenze affidate a esterni invece che agli uffici ministeriali, incredibili doppioni. Queste le conseguenze di una manovra tendente a rendere anche la cultura un prodotto economico. Basti pensare che fino all’anno scorso direttore generale per la valorizzazione era Mario Resca, un manager privato dal passato in Telecom, Eni, Mondadori, Mc Donald e addirittura da Presidente del Casinò Municipale di Campione d’Italia S.p.A. Nulla ha a che fare con la cultura, dunque. I risultati sono state assurde consulenze (spesso, addirittura, duplicati di progetti che già erano stati fatti negli anni passati). E il discorso non è cambiato di una virgola con Lorenzo Ornaghi e con gli incredibili tagli previsti da Monti alla cultura.

 

La Corte dei Conti parla chiaro. Nella relazione sui “risultati conseguiti in termini di valorizzazione del patrimonio culturale” realizzata a fine dicembre e ora al vaglio della Commissione Cultura del Senato, i magistrati contabili, pur sottolineando alcuni miglioramenti rispetto alle gestioni precedenti, bocciano il ministero della Cultura retto, ancora per un mese, da Lorenzo Ornaghi. Troppe consulenze, dice la Corte, spesso inutili perché duplicati di uffici dirigenziali già interni al ministero stesso. “La criticità più evidente riscontrata a seguito dell’indagine condotta – scrivono infatti i magistrati – è rappresentata dal frequente ricorso ad incarichi e consulenze esterne sia per l’espletamento di funzioni proprie dell’amministrazione, in tal modo delegate a soggetti estranei […] sia per progetti che, a volte, risultano duplicazione di altri già eseguiti”. Il concetto è, dunque, chiaro: perché tante consulenze invece di sfruttare gli uffici interni al ministero?

L’UOMO DI MC DONALD E CASINÒ (E NON SOLO) ALLA CULTURA – La questione tocca soprattutto quello che, nei fatti, è il braccio operativo del ministero, vale a dire la direzione generale per la valorizzazione, istituita nel 1999 dal governo Berlusconi. A gestirla negli ultimi tre anni – fino all’estate 2012, quando è stato nominato Manuel Guido – è stato Mario Resca, un imprenditore che, stando al suo curriculum, non ha grande esperienza in campo culturale. Aveva, però, le giuste conoscenze: Silvio Berlusconi, infatti, l’aveva messo prima al risanamento della Cirio e aveva poi provato a portarlo senza successo alla guida della Rai e dell’Alitalia. Doveva dunque essere lui, questo manager ferrarese passato per gli hamburger di Mc Donald e i cda di decine di aziende a risollevare la sorte della cultura italiana. Un esterno invece che una personalità interna al ministero.

E infatti quello che sembra è che Resca non abbia preso a cuore la cosa più di tanto. “Nel triennio in questione – si legge nella relazione – il Dirigente Generale ha ricoperto, oltre l’incarico in questione, altre e importanti cariche (membro del Consiglio di Amministrazione della Convention Bureau Italia guidata da Enit, nonchè del gruppo-Mondadori, dell’ENI, di Arfin S.p.A e di Finance Leasing S.p.A.; ed ancora, Presidente di Italia-Zuccheri, di Confimprese, membro dell’Advisory Bord of British Telecom Italia, Senior advisor di Oaktree Private Equity Fund e Presidente del Casinò Municipale di Campione d’Italia S.p.A.) a cui si è aggiunta, da ultimo (30 dicembre 2009) la nomina di Commissario delegato per la Grande Brera”. Insomma, tanto privato, poco (o niente) pubblico.

CONSULENZE SU CONSULENZE: TUTTE A PRIVATI – In effetti, i progetti innovativi portati avanti da Resca sono stati ben pochi (dalla convenzione stipulata a titolo gratuito con Google per digitalizzare i libri non coperti da copyright e la navigazione attraverso Street view in alcuni siti Unesco come Pompei, Caserta o San Gimignano). Certamente maggiori sono state invece le spese pazze: tante consulenze e convenzioni, come detto, affidate a privati. Visto il suo passato e visto che anche lui, nei fatti, è un privato essendo esterno al ministero, non ci si stupisce. Sorprende, semmai, che lo stesso ministero abbia deciso di affidare un incarico dirigenziale così importante ad un manager privato che nulla ha a che fare con la cultura.

I casi sono tanti e, spesso, paradossali. Alcune di queste consulenze, infatti, sono state spesso utilizzate per lo svolgimento di compiti istituzionali propri della Direzione. Se ad esempio tra i compiti che la normativa attribuisce alla Direzione figura quello riguardante la redazione delle linee guida dei servizi aggiuntivi nei musei (ristorazione e bookshop), per realizzare tale obiettivo la stessa Direzione, sotto la gestione del manager privato Resca, anziché avvalersi della propria dotazione organica, ha commissionato vari studi a diverse strutture che, in buona sostanza, hanno redatto le predette linee guida in sostituzione dell’Ufficio. Costo dell’operazione: 132 mila euro.

O ancora il monitoraggio della “qualità dei servizi”: “anziché utilizzare la propria rete di dati e scambio di informazioni tra soprintendenze e centro – osserva la Corte dei conti – ci si è avvalsi di consulenze stipulate con società private per un totale di 247.769,90 euro”.

In altri casi ancora si rasenta l’assurdo, come nel caso delle consulenze “attribuite a soggetti estranei all’amministrazione”, per un totale di 544.228 euro, che “non appaiono strettamente inerenti ad alcuna delle attività riconducibili alle competenze della Direzione”. Perché sono state commissionate allora? È il caso, ad esempio della realizzazione di un progetto di merchandising del MiBAC costato 172 mila euro. Particolarità: sottolineano i magistrati che si tratterebbe di uno spreco anche perché questo progetto è un duplicato di quello già sostenuto in anni passati dallo stesso ministero. Stesso spreco anche nel caso della valutazione dell’impatto del marchio Unesco nella valorizzazione dei beni cultuali, costata 243 mila euro, che la società in house del ministero Arcus aveva già realizzato fra il 2004 e il 2006. Medesimo discorso anche per lo studio per migliorare l’accesso ai disabili nei siti culturali (commissionato alla società Tandem per 250 mila euro), “quando invece, in un recente passato, lo studio era stato compiuto dallo stesso MiBAC, senza alcun ricorso a consulenze”.

Il quadro è eloquente. Nel solo 2011 sono stati spesi 20 mila euro per i collaboratori occasionali e ben 110 mila euro per i co.co.co. Un totale di 130 mila euro. Un aumento esponenziale rispetto all’anno precedente durante il quale la spesa era stata praticamente la metà: 79.600 euro.

IL “TRUCCO” DELLE CONVENZIONI ALLE UNIVERSITÀ – Tra le varie collaborazioni, osservano ancora i magistrati, spuntano tante convenzioni a titolo oneroso stipulate con Istituti ed Università. In proposito, però, come fatto presente dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, tali convenzioni vengono spesso utilizzate “per mascherare un affidamento diretto in cui non vi è alcuna attività in comune fra le due amministrazioni, bensì un mero rapporto sinallagmatico a prestazioni corrispettive”. In tal modo, insomma, l’Università redige un progetto o uno studio, mentre l’Amministrazione provvede al compenso che viene determinato, non già con rimborsi spese come sarebbe corretto, bensì con un corrispettivo “a tariffa”. Sul punto, ricorda ancora la Corte, si è espressa anche la Corte di giustizia Europea che, nella sentenza del 9 maggio 2009, individua l’elemento fondante della comune ed effettiva collaborazione tra amministrazioni, proprio nella misura del compenso previsto dagli accordi che, per rientrare nella portata della norma, non può superare i “rimborsi per le spese effettivamente sostenute”. Insomma, troppo spesso le collaborazioni con gli atenei non sono state effettive, hanno riguardato progetti non rivolti all’attività pubblica e “in assenza di uno specifico interesse comune. Tutto, poi, pagato decisamente al di sopra dell’effettivo rimborso previsto.

Ecco perché, dunque, la Corte ammonisce il ministero in maniera netta richiamando la direzione “a limitare il ricorso a consulenze esterne utilizzando personale dipendente che, a fronte di una innovativa funzione, deve maturare una nuova professionalità e competenza”, “a muoversi secondo una appropriata progettualità evitando duplicazioni di studi e, per quanto concerne quelli già realizzati, cercare il loro migliore utilizzo onde non vanificare risorse pubbliche erogate” e a “tenere in debita considerazione le raccomandazioni dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato in materia di tutela della concorrenza”.

IL MINISTRO ORNAGHI: C’È POSTO (SOLO) PER GLI AMICI – L’ultimo anno, però, non è si è distinto per un cambiamento e per uno sguardo rivolto realmente al “pubblico”. Il ministero di Ornaghi, infatti, è stato contrassegnato da importanti tagli e da incarichi dati ad amici vicini al rettore della Cattolica. Come ricostruito da Infiltrato.it, infatti, a maggio scorso è stato rinnovato il cda del Teatro della Scala. Al posto di Francesco Micheli (pianista e inventore del festival MiTo) Ornaghi ha nominato tale Alessandro Tuzzi. Sarà pura casualità, ma Tuzzi è vice direttore amministrativo proprio dell’Università di cui Ornaghi è rettore uscente, la Cattolica. A lui ha affiancato un’altra grande esperta di teatro e lirica: tale Margherita Zambon, “la cui famiglia – scrive L’Espresso – controlla un gruppo farmaceutico con sede a Vicenza”.

E ancora. In questi mesi è stato rinnovato anche il massimo organo consultivo del Mibac, il Consiglio superiore dei Beni Culturali. Ebbene, anche in questo caso Ornaghi ha nominato amici accademici. Alla presidenza un filosofo del diritto, Francesco Maria De Sanctis, e come consiglieri il rettore della Statale di Milano Enrico Decleva, una politologa emerita, Gloria Pirzio Ammassari, e – manco a dirloun collega della Cattolica, Albino Claudio Bosio, preside di Psicologia. Tutti competenti, dunque, in campo artistico.

Finita qui? Certo che no. Un altro plenipotenziario al Mibac insieme a Nastasi è il sottosegretario Roberto Cecchi. Già funzionario del ministero, a lui si devono, tra le altre cose, il clamoroso affidamento del restauro del Colosseo a Della Valle e l’imbarazzante vicenda del crocifisso erroneamente attribuito a Michelangelo: tre milioni spesi quando ne sarebbero bastati trecentomila (la Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta a riguardo). Ovviamente, il ministro si è guardato bene dall’allontanare il suo sottosegretario. Anzi, l’ha premiato, incaricandolo di nominare il nuovo direttore generale delle Belle arti e del Paesaggio. Il candidato più autorevole sarebbe stato Gino Famiglietti, coautore del Codice dei Beni culturali. Ma niente da fare. Famiglietti è stato allontanato dal ministero e trasferito in Molise, a Campobasso. Troppo lontano dal modello Cecchi-Ornaghi che infatti decidono di nominare Maddalena Ragni. Da responsabile della Direzione generale per i beni culturali e paesaggistici della Toscana, Ragni era divenuta famosa per una scelta discutibile, ovvero per lo spostamento (qualcuno insinua la distruzione) di un’area archeologica che avrebbe ‘intralciato’ la realizzazione di un capannone industriale della Laika.

I TECNICI TAGLIANO I TECNICI – A questo, poi, hanno fatto seguito importanti tagli. Con la spending review, infatti, sono stati tagliati tutti i comitati tecnico-scientifici ministeriali. Il che è un dramma soprattutto, appunto, per il MiBAC: scompariranno, infatti, tutti i sette comitati di cui dispone il ministero. Da quello per i beni archeologici a quello per i beni architettonici e paesaggistici; da quello per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico a quello per gli archivi; e poi, ancora, il comitato per i beni librari e gli istituti culturali; per la qualità architettonica e urbana e per l’arte contemporanea; infine quello per l’economia della cultura. Insomma, i tecnici hanno tagliato i tecnici (quelli veri).

Si dirà: poco male, risparmiamo qualche moneta. Neanche questo. Ognuno di questi comitati è costituito da quattro membri (alcuni eletti, altri nominati dal ministro), che non comportano alcuna indennità, se non piccoli rimborsi (come i biglietti del treno). Insomma, il sapere a servizio del ministero era anche pressoché gratuito.

Le decisioni, da ora in poi, verranno prese dai dirigenti ministeriali che tutto hanno meno che le competenze artistiche, letterarie e culturali necessarie: sarà curioso vedere come si muoveranno davanti a questioni delicate come lavori di restauro, mostre, acquisti.

Questo è il prezzo da pagare se si vuole “industrializzare” anche la cultura.

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