CRISI ITALIA/ Ecco la manovra che ci salverà: ma non è quella di Monti…

di Andrea Succi

“Si sta preparando una manovra lacrime e sangue.” Quante volte abbiamo ascoltato questo refrain, quante volte ci siamo chiesti se fosse davvero necessario un ulteriore sacrificio da parte degli italiani. E ora conosciamo la risposta. Se davvero Mario Monti vuole diventare il Messia che moltiplica pane e pesci, ci permettiamo di suggerirgli la strada più veloce per raggiungere la gloria divina. Con la proposta di una manovra da 370 miliardi di euro l’anno, che non intacca le già tristi tasche dei cittadini. Fantascienza? Assolutamente no…

manovra-economicaSacrifici. Lacrime e sangue. Manovre e maxi emendamenti. Non c’è più tempo da perdere. Recuperare la cre-di-bi-li-tà. Che in parole povere significa: “tirate fuori gli ultimi spiccioli che vi sono rimasti.” L’egregio Professore Mario Monti, burattino nelle mani dei veri poteri forti, non farà altro che mettere in atto ciò che nessun governo eletto dal popolo si sarebbe mai sognato di compiere: tagliare pensioni e stipendi pubblici, diminuire i salari, aumentare la mobilità, semplificare i licenziamenti, vendere i beni statali e, soprattutto, privatizzare i servizi. Perché, se qualcuno ancora non l’ha capito, la speculazione decisiva contro l’Italia, quella che ha fatto crollare il Governo, è iniziata ad aprile, poco prima del referendum in cui oltre il 90% dei cittadini votarono a favore dell’acqua pubblica e contro il nucleare.

Qualcuno dirà: oh, e la Patrimoniale? Specchietto per quelle allodole che credono ancora alla Befana e festeggiano la fine di Berlusconi come se dovesse arrivare una nuova era, guidata dal Messia Monti. E invece la tragedia, come più di qualche osservatore ha avuto modo di sottolineare – da Paolo Barnard a Massimo Fini, da Marco Travaglio a Giulietto Chiesa – riguarda proprio la fine della democrazia e la perdita di sovranità che accompagnano un premier imposto dai mercati.

Ma veniamo al punto: possibile che l’unico modo per uscire dalla crisi sia la manovra “lacrime e sangue” che sta per pioverci addosso? Noi crediamo di no e ci permettiamo di suggerire ai signorotti che dovranno decidere le nostre sorti una via alternativa, che colpisce in modo definitivo il debito pubblico senza mettere sul lastrico milioni di italiani.

Partiamo da un’equazione molto semplice: il debito pubblico è costituito dalla somma dei deficit annuali – perché lo Stato spende sempre più di quanto incassa – su cui gravano, per la maggior parte, un insieme di spese inutili e deleterie che non producono alcun vantaggio per la comunità. Vediamo quali sono queste voci, che divideremo in tre categorie.

La prima comprende gli investimenti diretti – grandi opere, fondi per appalti, infrastrutture superflue, copertura di debiti contratti dai privati (ad esempio Alitalia) – che in un Paese come l’Italia non generano sviluppo e arrivano a costare cento volte il prezzo iniziale. Parola chiave: corruzione.

La seconda include tutti gli investimenti indiretti –finanziamenti pubblici ai partiti, costi del Parlamento e degli enti locali – che determinano la spaccatura del Paese tra clientes e cittadini normali. Parola chiave: casta.

La terza abbraccia le spese militari per quelle guerre – o meglio, operazioni di pace – che l’Italia è in qualche modo costretta a portare avanti, soggiogata dai diktat della lobby delle armi, la più importante e influente del mondo. Parola chiave: guerra.

Corruzione, casta e guerra: basterebbe tagliare, del tutto o in parte, queste tre macro voci per ridurre in maniera sostanziale la spesa annuale dello Stato e ottenere quindi un duplice risultato: l’annullamento del deficit e l’erosione continuata del debito pubblico.

Partiamo dalla corruzione, voce che comprende la corruzione in quanto tale (tangenti e reati contro la PA), l’operato delle mafie e l’evasione fiscale. Nell’ultima relazione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, presentata al Parlamento il 12 maggio 2011 (e relativa all’anno 2010), si fa riferimento al “Corruption Percetion Index” (più noto come CPI) di Transparency International, secondo cui “l’Italia ha segnato un ulteriore peggioramento del punteggio attribuito, così da collocare il nostro Paese dopo il Rwanda: dopo la retrocessione dal punteggio di 4,8 del 2008 al 4,3 del 2009, nel 2010, infatti, il risultato conseguito dal nostro Paese è pari a 3,9.”

Ora, nonostante il Dipartimento di Funzione Pubblica cerchi costantemente, all’interno della relazione, di sminuire, smontare e distorcere questo dato, andando contro ogni evidenza (si noti che il Dipartimento autore della Relazione dipende dal Ministero del “fannullone” Brunetta), la Corte dei Conti e persino la Banca Mondiale concordano sul costo annuale dei meccanismi corruttivi. Quanto? 60 miliardi di euro. All’anno. Con una stima di incremento del 10%. Sempre all’anno.

Passiamo al circuito mafioso, il cui fatturato (e quindi costo per lo Stato) si aggira – secondo la Commissione Parlamentare Antimafia – sui 150 miliardi di euro all’anno. Senza contare i circa 180 mila posti di lavoro persi a causa di un fenomeno che “frena lo sviluppo di vaste aree del Paese,comprime le prospettive di crescita dell’economia legale,alimentando una economia parallela illegale e determina assuefazione alla stessa illegalità”.

Per quanto concerne invece l’evasione fiscale, l’ultimo rapporto della Guardia di Finanza denuncia mancati introiti per 120 miliardi di euro all’anno, di cui 60 di sola IVA.

Non c’è bisogno della calcolatrice per stimare il costo della sola voce corruzione (quindi corruzione in quanto tale, fenomeno mafioso ed evasione fiscale) in 330 miliardi di euro all’anno. Soldi che lo Stato incasserebbe di colpo, senza bisogno di alzare le tasse, tagliare pensioni, stipendi e posti di lavoro, senza bisogno di svendere la propria sovranità agli sciacalli del Governo tecnico. I bocconiani li chiamano. Alieni venuti dal nulla per depauperare quel poco che rimane.

Basterebbe, da parte del Sistema Stato, una seria autotutela contro la Corruzione per riscuotere di colpo una cifra enorme: stiamo parlando di oltre il 10% del Pil, che nel 2010 ammontava 2 mila miliardi di €.

Passiamo ora alla parola chiave Casta: che cosa si può tagliare, senza stravolgere l’assetto istituzionale e senza (ulteriormente) svilire il rapporto tra cittadini e politica? Quattro voci: le province, il finanziamento pubblico ai partiti, la metà dei costi parlamentari, privilegi degli enti locali.

Partiamo dalle province: secondo il rapporto 2011 dell’Unione Province Italiane, l’associazione che rappresenta tutte le province escluse quelle autonome di Trento, Bolzano e Aosta, il costo totale degli enti provinciali relativo all’anno 2010 ammonta a 12 miliardi di euro, che possono essere risparmiati quasi in toto, partendo dal presupposto che la stragrande maggioranza della spesa riguarda il mantenimento stesso dell’ente e immaginando di delocalizzare altrove, e con altre funzioni magari più redditizie, parte del personale impiegato, che costa invece una minima parte, vale a dire 2 miliardi e rotti l’anno (dato 2010). Se la matematica non è un’opinione, tagliando le province otteniamo un ulteriore risparmio di 10 miliardi l’anno.

Il finanziamento pubblico ai partiti, o rimborso elettorale che dir si voglia, è l’ennesima spesa-truffa che grava sulle spalle dei cittadini e che dovrebbe subire una netta sforbiciata. Qui il calcolo è piuttosto semplice: dal 1994 al 2008, considerando le 11 tornate elettorali (regionali, politiche ed europee) svolte in questo periodo, il costo supera i 2 miliardi di euro. Che il Professore Monti si attivi per farsi restituire questi soldi.

E veniamo al Parlamento, il luogo dove la Casta eccelle nel suo spreco costante da una parte e vessazione aggressiva dall’altra. Quanto costa il Parlamento? Per capirlo basta leggere uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, una sorta di think tank anglosassone che “vuole rappresentare un pungolo ed una risorsa per la classe politica, stimolando nel contempo una maggiore attenzione e consapevolezza dei privati cittadini verso tutte le questioni che attengono le politiche pubbliche e il ruolo dello Stato nell’economia.”

Il dossier dell’IBL, pubblicato nel luglio 2011 a firma di Emilio Rocca, è piuttosto chiaro: “Il Parlamento italiano spende ogni anno circa 1 miliardo e mezzo di euro. Le Camere presentano i rendiconti della loro gestione economica che sono pubblicati sui loro siti istituzionali; ad oggi, è possibile leggere il rendiconto relativo all’esercizio dell’anno 2009. La due Camere hanno speso, in quell’anno, 1.581.158.419 euro, per la precisione..”

Volendo mantenere intatto il numero dei parlamentari e tagliando di netto la metà di tutte le spese – se Tremonti può tagliare in maniera orizzontale ciò che gli pare, va da sé che questo sistema è possibile applicarlo anche con i costi della politica – si ottiene un ulteriore risparmio di circa 750 milioni di euro annui. E siamo stati generosi.

Viriamo ora sui costi degli amministratori locali, soffermandoci solo sulle indennità dei politici regionali e comunali, che nel 2010 ammontavano a 1,5 miliardi di euro. Con un taglio netto dell’80%, per cui se un consigliere regionale prende oggi 10.000 euro al mese ne dovrà prendere al massimo 2.000 – che in ogni caso è un ottimo stipendio – si ottiene un ulteriore risparmio di spesa pari ai 1,2 miliardi di euro.

Anche per la parola chiave Casta non serve essere Odifreddi per convincersi di come si possa risparmiare, ogni anno, pur evitando ai politicanti la gogna della paghetta da 3/400 euro al mese, la bellezza di quasi 12 miliardi di euro (11,950 per la precisione), cui si va ad aggiungere l’una tantum dei 2 miliardi del finanziamento pubblico. Il tutto in maniera semplice e colpendo solo le province, i rimborsi elettorali e i costi di Parlamento, Regioni e Comuni.

E arriviamo, infine, all’ultima parola chiave.

Forse siamo in guerra e nessuno ci aveva avvisato, visto che l’Italia è l’ottavo Paese al mondo per spese militari (ecco uno dei motivi per cui non potrà mai fallire, nonostante le dicerie mediatiche) e nel 2011 ha stanziato un budget che supera i 20 miliardi di €. Le missioni all’estero? Partecipiamo a 8 operazioni, sulle 15 che ci sono in atto nel mondo, per cui spendiamo la bellezza di 1 miliardo e mezzo di €.

Ancora: secondo il libro inchiesta “Il Carro Armato” (Bur-Rizzoli), di Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca, le missioni all’estero dell’Italia sarebbero molte di più, 30 (con evidenti ricadute sui costi) ma l’aspetto più sorprendente riguarda il numero dei comandati, inferiore rispetto a quello dei comandanti. Cosa significa? “Che, nonostante le riforme, il nostro esercito professionale conta ancora 190mila uomini, tra i quali il numero dei comandanti – 600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali- supera quello dei comandati.” Pazzesco. Come se il numero dei politici superasse quello dei cittadini.

Senza contare gli acquisti, inutili, di portaerei Cavour e fregate Fremm (5 miliardi e rotti di €) e i cacciabombardieri Joint Srike Fighter (13 miliardi di €). Facciamo un po’ di conti: se tagliamo della metà le spese militari, abbandoniamo le missioni all’estero ed evitiamo di comprare armamenti superflui, il risparmio netto ammonta a quasi 30 miliardi di €. Non male, vero?

Se il Professor Monti, bocconiano ed economista, dovesse mai avere difficoltà a seguire i nostri semplici ragionamenti, sarà sicuramente felice di trovarsi lo schemetto bello e pronto. Eccola, quindi, la maxi-manovra per raggiungere la divina gloria:

  1. Manovra anti-corruzione: 60 miliardi
  2. Manovra anti-evasione: 120 miliardi
  3. Manovra anti-mafia: 150 miliardi
  4. Manovra anti-casta: 12 miliardi
  5. Manovra anti-guerra: 30 miliardi

Totale: 372 miliardi annui risparmiati. Considerando che il debito pubblico attuale ammonta a poco meno di 2 mila miliardi, potremmo azzerarlo nel giro di 7 anni. Senza lacrime nè sangue.

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