CRAC PARMALAT/ Il ruolo centrale delle banche

Quando nel dicembre 2003 emerse il buco nero, gli istituti bancari si professarono vittime del crac Parmalat. Le banche – dicevano – non erano a conoscenza della situazione debitoria di Tanzi. Ma qualcosa non torna. Spieghiamo perché.

di Carmine Gazzanni

banche_parmalatGià nel 1995 uno studio sui bilanci degli ultimi tre anni aveva mostrato come l’azienda vivesse di continui prestiti da parte delle banche. E questo flusso è durato fino a pochi mesi prima del crac Parmalat: le banche hanno emesso bond (titoli di credito emessi dalle banche che conferiscono al soggetto, che ha comprato l’obbligazione, il diritto di essere rimborsato della cifra versata più gli interessi) fino all’ultimo momento, pur essendo consapevoli della situazione disastrosa in cui versavano i bilanci della Parmalat.

Eppure motivi per sospettare ce n’erano. Nel febbraio 2003, ad esempio, le quotazioni di Borsa della Parmalat erano crollate del 9 per cento in un solo giorno all’annuncio che la società avrebbe emesso l’ennesimo bond. Durissime le reazioni degli investitori, tant’è che la dirigenza di Collecchio fu costretta a fare dietro-front, annunciando le dimissioni (finte, come abbiamo visto) del numero due di Tanzi, Fausto Tonna. È chiaro che l’episodio di febbraio avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme per le banche. Eppure è proprio da questo momento che banche quali la Deutsche Bank, Morgan Stanley, Ubs intensificano i rapporti con il gruppo e architettano operazioni finanziarie che – stando all’accusa – sarebbero servite a mascherare al mercato l’insolvenza della Parmalat.

 

Insomma, alcune tra le più grandi banche del mondo non si accorgono o chiudono gli occhi davanti ad una bancarotta che sarebbe stata evidente a chiunque. Continuano a foraggiare l’azienda Tanzi per tutto il 2003. E come questi istituti, anche quelli italiani non sono da meno: Capitalia, Intesa, Monte dei Paschi; proprio nel dicembre del 2003 – poco prima, dunque, che emergesse il crac – Citigroup incita gli invesitori all’acquisto del titolo Parmalat. Anche il comportamento della “Standard & Poor’s” (l’agenzia responsabile del rating sui debiti delle maggiori aziende) è stato molto equivoco. Se prima del dicembre 2003 dà un buon giudizio sul grado di solvibilità del gruppo, il 9 dicembre declassa la Parmalat a livello “junk” (spazzatura). E perché proprio il nove? Perché è soltanto l’otto – il giorno prima – che si rende necessario mettere assieme 150 milioni per salvare l’azienda. E, se fino ad una settimana prima tutti erano disposti a far credito, ora nessun istituto apre le porte a Tanzi.

Ma allora chiediamoci: perché le banche sono sempre intervenute per foraggiare la Parmalat e poi, tutt’ad un tratto, hanno deciso di interrompere i rapporti? Essenzialmente – come oggi dicono gli inquirenti – per spillare soldi ad un’azienda che orami era finita, facendo prestiti e poi chiedendo interessi da usura. A cominciare dalla Deutsche Bank (prestiti per 140 milioni di euro con interessi del 140%), Unicredit (prestiti da 171 milioni con interessi del 124%), passando per Capitalia (che incassò il 123%, più di quanto prestò all’azienda parmigiana) e per la banca svizzera Ubs. Le cifre che le banche prestavano alla Parmalat servivano inoltre anche per dare la parvenza di una società solida ed in crescita sul mercato. Ben presto poi le banche cominciarono a fare pressioni affinché l’azienda di Collecchio restituisse i prestiti, ma quando iniziarono a trapelare i primi sintomi di insolvenza, il patron Tanzi fu messo da parte ed il titolo Parmalat fu sospeso dalle trattative.

Oggi, infatti, la Procura di Milano ha chiesto la condanna di quattro istituti, le americane Citygroup, Bank of America e Morgan Stanley, e poi la tedesca Deutsche Bank. Queste 4 banche nel corso di almeno un decennio, dalla metà degli anni ‘90 fino al crac nel 2003, in tempi e in modi diversi l’una dall’altra, hanno lavorato tantissimo con la Parmalat della Famiglia Tanzi e hanno guadagnato enormi quantità di denaro, sotto forma di commissioni per i prestiti e per altre operazioni che hanno organizzato. Secondo la Procura questi istituti sapevano o per lo meno avevano sentore della critica situazione della Parmalat. Eppure, nonostante questo, sono andate avanti con le loro operazioni finanziarie, fornendo notizie assolutamente false al mercato, atte ad alterare il valore del Titolo Parmalat che era quotato in borsa. Per questo l’accusa è di aggiotaggio. Il pm di Milano Eugenio Fusco, infatti, ha chiesto confische per quasi 120 milioni di euro per Morgan Stanley e Deutsche Bank, Citigroup e Bank of America e per ognuna delle quattro banche imputate una sanzione da 900 mila euro. In più è stata avanzata anche la richiesta della condanna a pene tra un anno e un anno e quattro mesi per cinque funzionari di Morgan Stanley, Citibank e Deutsche Bank.

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