COSENTINO STORY/ I rifiuti, la mafia e il postino del boss

di Carmine Gazzanni

Nicola Cosentino, al secolo Nick o’mericano, non andrà in carcere. A deciderlo è stato il Parlamento: 309 no, 298 sì. Si tratterebbe soltanto di fumus persecutionis. Eppure le carte dei magistrati (con tanto di dichiarazioni dei pentiti, fotografie e intercettazioni) dicono altro. Ecco in breve i vari legami Cosentino-Casalesi: dal centro commerciale ai rifiuti, dalla politica alla famiglia.

cosentino_okNicola Cosentino è salvo. Sebbene nelle carte si dicesse esplicitamente che il coordinatore campano del Pdl fosse il riferimento politico del clan dei Casalesi. Niente da fare. Secondo i 309 deputati che hanno votato contro l’autorizzazione a procedere quello su Cosentino sarebbe solo fumus persecutionis. Eppure non sembrerebbe affatto così. Ricapitoliamo, in breve, i motivi per i quali l’accusa ritiene che il coordinatore Pdl sia realmente il referente politico dei Casalesi.

COSENTINO E ‘IL PRINCIPE’

 La richiesta di autorizzazione a procedere ruoterebbe interamente attorno alla vicenda della realizzazione del centro commerciale “Il Principe”. Si legge nelle carte del riesame, infatti, che tale costruzione è direttamente legata alle “promesse di assunzione che hanno consentito il voto di scambio elettorale, alle “irregolarità ed illeciti che hanno caratterizzato l’iter amministrativo delle autorizzazioni urbanistiche, senza dimenticare “gli illeciti che hanno puntellato la concessione dei finanziamenti bancari e, infine, il reimpiego nel progetto di profitto di natura camorrista”. Al centro di queste irregolarità, appunto, Nicola Cosentino al quale vengono contestate due iniziative, “quella delle autorizzazioni amministrative e quella del finanziamento bancario, interventi che sono risultati decisivi per superare ostacoli altrimenti insuperabili, nella consapevole volontà di contribuire alla realizzazione di un progetto facente capo alla famiglia camorrista Russo-Schiavone (e al clan dei Casalesi), un progetto nel quale sono stati impiegati capitali mafiosi e che avrebbe dovuto consentire il riciclaggio di ulteriori capitali mafiosi”.

Ma, a prescindere dalle carte del riesame, il nome di Nick o’mericano è legato a doppio filo con la camorra anche per altre questioni.

ODORE DI MAFIA ANCHE NEI LEGAMI FAMILIARI

Il più grande dei fratelli di Nicola, Giovanni, nato nel 1954, è sposato con Maria Diana, figlia di Costantino Diana detto “o’repezzato”, arrestato nell’ambito dell’operazione “Spartacus I” (deceduto però prima della sentenza); Mario, nato nel 1965, è invece sposato con Mirella Russo, sorella di Giuseppe Russo, detto “Peppe ’u padrino”, boss di prim’ordine nel clan dei Casalesi, arrestato da latitante in Germania, ora all’ergastolo con il 41 bis; Aurelio, nato nel 1966, è sposato con Giuseppina Diana, figlia di Emilio Diana, arrestato nell’ambito dell’operazione “Spartacus II” per associazione a delinquere di stampo mafioso; il cugino di primo grado Palmiro Giovanni, nato nel 1974, figlio di Aldo Cosentino, fratello di Silvio, è sposato con Alfonsina Schiavone, figlia di Francesco Schiavone di Luigi, detto “cicciariello”, uno dei boss Casalesi (attualmente all’ergastolo con il 41 bis), cugino di primo grado di Francesco Schiavone, detto “Sandokan”.

“DAL 1980 IL REFERENTE POLITICO-ISTITUZIONALE DEL CLAN DEI CASALESI”

 Nel capo di imputazione si legge che Cosentino “riceveva” dal gruppo camorrista “puntuale sostegno elettorale in occasione alle elezioni a cui partecipava quale candidato diventando consigliere provinciale di Caserta nel 1990, consigliere regionale della Campania nel 1995, deputato per la lista Forza Italia nel 1996 e, quindi, assumendo gli incarichi politici prima di vicecoordinatore e poi di coordinatore del partito di Forza Italia in Campania, anche dopo aver terminato il mandato parlamentare del 2001”. A confermare tale tesi sono le dichiarazioni di diversi pentiti. Nel 1996 è stato Dario De Simone a ricostruire l’appoggio politico offerto a Cosentino: “Mi chiese di aiutarlo nella campagna elettorale. Io mi diedi da fare. Parlai con il coordinatore nella zona di Forza Italia. Ho parlato anche con Walter Schiavone, Vincenzo Zagaria, Vincenzo Schiavone (oggi tutti detenuti e considerati elementi di spicco del clan, ndr): tutte persone che per altro ben conoscevano il Cosentino. Un buon gruppo di noi frequentava il club Napoli di Casale, circolo che frequentava anche il Cosentino. Durante la latitanza, io e Walter Schiavone abbiamo dormito spesso lì”. E tale appoggio, secondo la Procura, sarebbe stato determinante tant’è che Cosentino riesce ad essere eletto (sarà nominato assessore regionale). Ma i rapporti continuano anche dopo: ora è la camorra ad avanzare favori.”Durante la mia latitanza molto spesso mi sono incontrato con l’onorevole Cosentino. Aveva avuto espressamente il nostro aiuto per le sue elezioni e ci disse che era a disposizione qualunque cosa noi gli avessimo potuto domandare”. E poi, dopo il processo Spartacus, De Simone ancora racconta: “Cosentino mi riferì che la vittoria della coalizione di Forza Italia avrebbe sicuramente comportato un alleggerimento della pressione nei nostri confronti e in particolare si riferiva alle disposizioni di legge su collaboranti di giustizia”. Ma ancora. A parlare di Cosentino sono anche altri pentiti. Raffaele Ferrara, ad esempio, chiarisce quanto già è emerso dai racconti di De Simone; la scelta di appoggiare Cosentino veniva dall’alto: “Gli ordini venivano direttamente dall’alto ossia dai Bidognetti e dagli Schiavone. Bidognetti Aniello mi disse che ‘la cupola’ aveva deciso di appoggiare Cosentino Nicola, in quanto parente di Russo Giuseppe detto ‘il padrino’“. Tesi, questa, ribadita anche da un altro super-testimone, Carmine Schiavone, fratello di Sandokan. Poi è stata la volta di Michele Froncillo, che ancora una volta ha messo in evidenza i rapporti di Cosentino con gli Schiavone per quanto riguardava gli appalti, essendo lui “il contatto per vincere le gare pubbliche”.

COSENTINO IL POSTINO

Interessante è anche la deposizione del pentito Domenico Frascogna. Nel 1998 il pentito ha raccontato ai pm che Cosentino è stato il postino dei messaggi del boss Francesco Schiavone: in pratica il coordinatore regionale del Pdl sarebbe stato colui preposto a trasmettere gli ordini del capoclan. Vediamo di capire meglio quanto raccontato da Frascogna. Siamo verso la fine del 1995. In quel periodo Schiavone, ora rinchiuso nel regime di isolamento e condannato a tre ergastoli per reati che vanno da associazione camorristica a omicidio, è latitante. Nello stesso periodo Cosentino è consigliere regionale e sta preparando il grande salto in Parlamento, che gli riuscirà l’anno seguente. Secondo il racconto di Frascogna, quando Sandokan vuole comunicare qualcosa a qualcuno, si rivolge a Mario Natale, avvocato arrestato tempo fa con l’accusa di essere il cassiere dei Casalesi. Ebbene, secondo il racconto di Frascogna, molto spesso Natale era in compagnia di Cosentino e insieme si recavano a casa di altri boss per consegnare la lettera del capo. Il pentito, infatti, dice di averli visti mentre si recavano a casa di Nicola Panaro, boss legato a Schiavone, anche lui arrestato nel 2008; e, ancora, di aver assistito a un incontro a quattro nella sua pizzeria con Cosentino e Natale che consegnavano la solita lettera ai boss Raffaele Diana e Vincenzo Zagaria.

L’ORO DEI RIFIUTI

Secondo i magistrati Nicola Cosentino si troverebbe in mezzo anche ad una vicenda di sversamenti illeciti, riguardante la costruzione dell’inceneritore di Santa Maria La Fossa e il presunto controllo assoluto delle assunzioni e degli incarichi all’interno della Eco4, la società dei rifiuti del casertano. Secondo le dichiarazioni e le intercettazioni rinvenute dai Pm, i fratelli Orsi, Michele e Sergio, erano gli imprenditori che gestivano varie società, tra cui la Ce4 e la Eco 4. Quest’ultima è stata per anni il braccio operativo per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti del consorzio Ce4, consorzio che raggruppa 18 comuni dell’area casertana. Queste due società, secondo gli inquirenti, erano di proprietà dei Casalesi; mentre si ritiene che Cosentino esercitasse il “reale potere direttivo”. In particolare sull’Eco4: “Nicola è il padrone nostro”, dice Orsi durante una conversazione telefonica. Ma, d’altronde, è lo stesso Cosentino ad affermarlo: “quella società song’ io”, avrebbe affermato in uno dei tanti incontri con Gaetano Vassallo. Nel 2006 le verità che emergono, con l’arresto dei fratelli Orsi, sono inquietanti. Michele decide di collaborare con la giustizia e comincia a fare nomi illustri legati ad una rete clientelare-camorristica che controlla tutto il ciclo di rifiuti casertano. Il 1 giugno 2007, mentre si reca al bar per comprare delle bibite, viene ucciso dal clan Bidognetti. Roberto Saviano scrive: “Orsi è stato ucciso perchè stava parlando dei rapporti tra il clan dei casalesi e la politica”. Dopo di lui, dichiarazioni importanti vengono rese da Gaetano Vassallo, tesserato di Forza Italia, socio dell’Eco4 e referente, per sua stessa ammissione, del clan Bidognetti. Vassallo afferma di aver conosciuto il sottosegretario Cosentino già prima della costituzione dell’Eco4 quando, su invito diretto del boss Francesco Bidognetti, si incontrò con il politico che, come hanno detto anche altri pentiti, era stato prescelto dal clan come uomo da sostenere politicamente. Ma i rapporti tra i due si interrompono in rapporto alla costruzione dell’inceneritore di Santa Maria La Fossa. Il motivo? La gestione dell’inceneritore doveva essere interamente in mano ai Casalesi. Bisognava, dunque, estromettere i Bidognetti: “Cosentino mi spiegò, vista la mia palese delusione, quali erano le vere ragioni della mia esclusione dal consorzio […]. Mi spiegò che ormai gli interessi economici del clan dei Casalesi si erano focalizzati, per l´attività in questione, nell´area controllata dagli Schiavone e che, pertanto, il gruppo Bidognetti (facente capo a Francesco e per il quale Vassallo per sua stessa ammissione lavorava,ndr)  era stato ‘fatto fuori’ in tale area; ne derivava la mia estromissione. In poche parole, Cosentino mi disse che si era adeguato alle scelte fatte ‘a monte’ dal clan dei Casalesi che aveva deciso che il termovalorizzatore si sarebbe dovuto realizzare in quel comune […] Egli, pertanto, aveva dovuto seguire tale linea ed avvantaggiare solo il gruppo Schiavone nella gestione dell´affare”.

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