Chi è Gennaro Mokbel? Tra massoneria, servizi segreti e eversione nera…

gennaro mokbel dellutri

Ricapitolando. Domenica sera Report trasmette una notevole inchiesta sul caso Finmeccanica-Mokbel, che vede coinvolte anche le aziende Fastweb e Telecom Sparkle, secondo le accuse utilizzate per riciclare denaro da parte dell’ex senatore Di Girolamo, eletto con i voti della Ndrangheta. Lunedi pubblichiamo il dossier Finmenccanica/Mokbel, riservandoci di pubblicare la parte più “succosa”: chi è Gennaro Mokbel? Secondo l’avvocato Carlo Taormina, uno che ne ha viste di cotte e di crude, Mokbel è un soggetto molto sottovalutato e altrettanto pericoloso.

 

A questo punto la domanda d’obbligo è la seguente: ma chi è il macchinatore di tutta questa vicenda? Chi è Gennaro Mokbel? Domanda che sembrerebbe scontata (e forse anche inutile), ma non lo è. Capiremo presto perché.

Padre egiziano, madre napoletano, Gennaro cresce nel quartiere del Nomentano, periferia romana.  E subito si “forma” tra i ragazzi di estrema destra, ragazzi sovversivi che conoscevano meglio il freddo delle spranghe che il tentativo di un dialogo. E infatti è questa la strada che intraprenderà Mokbel (nel suo tesoretto sono stati ritrovati i busti di due suoi grandi miti, Hitler e Mussolini).

LA DESTRA EVERSIVA. L’AMICIZIA CON GIUSVA E LA “DARK”

Non è un caso, allora, che diventerà amico di due personaggi che hanno caratterizzato il terrorismo nero, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, ritenuti responsabili della Strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Secondo gli inquirenti, addirittura, “sia per telefono che di persona” è in contatto  con la Mambro e Fioravanti “anche con rilevanti sostegni economici”. Un legame che sembra trovare una conferma nelle intercettazioni telefoniche di Mokbel il quale, parlando con Carmine Fasciani (noto boss della malavita romana, anche lui legato al nome di Mokbel), dichiara che il loro rilascio (aprile 2009) è tutto merito suo: “Li ho tirati fuori tutti io …tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so’ costati?….un milione e due…un milione e due…”.

Fioravanti si appresta a negare tutto (“non è vero e penso che i nostri avvocati, che non hanno preso una, lira si offenderebbero al solo pensiero”), tracciando anche un profilo dello stesso Mokbel definendolo un “mascalzoncello di quartiere, un ragazzino sbandato, avvezzo alla violenza e alle droghe: un capellone con idee anarchiche fino a 20 anni, poi estremista di destra, che si autodefiniva naziskin, un ragazzetto nato negli anni ’60 nella zona di Piazza Bologna da una famiglia piccolo borghese, uno che militò nella ‘gioventù nera’ romana”. Tuttavia, sebbene le parole di Giusva, secondo la ricostruzione degli inquirenti i rapporti tra i due sarebbero più che acclarati.

Sarebbero, infatti, decine le telefonate intercettate recentemente tra la famiglia Mokbel (Gennaro e la moglie Giorgia Ricci, anche lei coinvolta nelle inchieste – era titolare di una delle “scatole chiuse” creata ad hoc per riciclare denaro) e il duo Mambro-Fioravanti. I rapporti sarebbero anche recenti. Le due coppie si sentivano regolarmente per via di un progetto politico messo su da Mokbel, il quale aveva intenzione di creare una sorta di Lega del Sud, “Alleanza Federalista” (su cui torneremo più avanti). Il 30 giugno 2007, ad esempio, Giusva chiama Giorgia Ricci per avvertirla che il giornalista Oliviero Beha ha annunciato in tv l’intenzione di fondare una “lista civica” a livello nazionale.

E Fioravanti è preoccupato perché “Oliviero Beha ha il vantaggio di scrivere per più giornali e quindi ha più visibilità”. Il 3 luglio 2007, ancora, la Mambro chiama a casa Mokbel per chiedere informazioni sul tesseramento per “Alleanza Federalista”. Dopo alcuni mesi (1 ottobre) a chiamare è una seconda volta Giusva, il quale si improvvisa “consulente politico” di Mokbel e consiglia alla Ricci di dire ”a Gennaro di prendere una rubrica fissa su un giornale vero, tipo l’Opinione, anche se piccolo, perché le cose devono uscire anche per iscritto”. Cosa che poi non accadrà.

LA POLITICA

Ma Mokbel è molto vicino anche alla politica. L’imprenditore si accorse subito dell’importanza della politica e del suo appoggio per poter fare i grandi affari, quelli che contano (dirà in una intercettazione: “Me devo inventa’ un partito… poi ci facciamo quello che c… ci pare”). Come detto anche prima, Mokbel cerca di mettere su un partito, “Alleanza Federalista”, partito legato a doppio filo con la Lega Nord, almeno fino all’ottobre 2008, quando Mokbel decide nuovamente di cambiare aria e fonda, allora, un nuovo movimento, il “Partito Federalista Italiano” (anche questo naufragato). Ma nel 2007 i legami con il partito di Bossi erano più che saldi, anzi si pensava in grande: fare dell’Alleanza Federalista l’alter ego della Lega al Sud. Dice il deputato leghista Giacomo Chiappori al telefono con Mokbel: “Saremo noi l’organo di controllo di quella Casa delle libertà… perché lì (nel Sud, ndr) la Lega non c’è, ci siamo noi”. Ma quest’avventura, come detto, non decollerà.

Ed allora ecco “l’amicizia” con Di Girolamo, che tutto è meno che un’amicizia. Mokbel sapeva bene, infatti, che una volta avuto l’appoggio del senatore (e che dunque oramai si era esposto), una volta fatto eleggere tramite l’impegno determinante della ‘ndrangheta, era in suo potere. E lo si capisce bene sia dalle rivelazioni dello stesso Di Girolamo che confessa di essere anche stato minacciato da Mokbel, ma, in maniera ancora più concreta, dalle intercettazioni: “Se t’è venuta la candidite, se t’è venuta la senatorite è un problema tuo, però stai attento…Ultimamente io so’ stato zitto ma oggi mi hai riempito proprio le palle Nicò, capito?”; “Per me Nicò puoi diventà pure presidente della Repubblica, per me sei sempre il portiere mio”; “Sei una grandissima testa di cazzo, Nicò, sei proprio sballato”.

Ma non è tutto. Un bel fascicolo dell’inchiesta è dedicata proprio alle “infiltrazioni politiche” di Mokbel stesso e, sebbene molti uomini del Palazzo abbiano smentito, è certo che conoscessero Mokbel. In alcune intercettazioni (quelle nelle quali parla con il boss Franco Pugliese, su cui torneremo più avanti) afferma: “Ha chiamato Fini, stamattina, Fini, Gianfranco Fini […] Ha chiamato Nicola (Di Girolamo, ndr) e l’ha convocato”. Ma l’imprenditore romano pare fosse in rapporti (o comunque avrebbe voluto esserlo) anche con due pregiudicati della politica italiana, Aldo Brancher e Giuseppe Ciarrapico. E sono sempre le intercettazioni a rivelarlo.

Per quanto riguarda il primo, il 18 marzo 2008 (un mese prima delle elezioni politiche del 13 e del 14 aprile 2008) Mokbel dichiara di avere il “placet” di Brancher per la costituzione del suo partito: “Noi siamo un partito, il Partito federalista italiano… (Questa) è una richiesta fatta da Brancher e Brancher è il braccio destro di Berlusconi e Tremonti, praticamente l’uomo operativo che screma qualsiasi iniziativa e poi la porta avanti”. Per quanto riguarda il secondo, invece, era sua intenzione incontrarlo per chiedergli utili consigli. E’il 19 novembre 2007, Mokbel è in auto con un tale Francesco Capalbo: “Noi a dicembre dobbiamo fa per lo meno un qualche cosa… adesso cerco di andare a parlare con Ciarrapico quanto prima e poi tutta una serie di imprenditori che purtroppo hanno passato pure loro i guai loro e mi possono sponsorizzare da dietro ma non possono appari’”

LA ‘NDRANGHETA: LA FAMIGLIA ARENA E “IL SALTO DI QUALITA’”

Nel corso delle indagini sono stati svelati anche gli stretti legami che Mokbel aveva con la famiglia Arena. Si rivolge a questa famiglia, infatti, per sponsorizzare la candidatura di Di Girolamo. Addirittura gli inquirenti parlano di alcune riunioni avvenute a Isola Capo Rizzuto per pianificare l’intervento tra Di Girolamo, Mokbel e gli esponenti della ‘ndrangheta calabrese Fabrizio Arena (attuale capobastone della ‘ndrina, arrestato il 12 maggio 2010 dopo una latitanza di quasi un anno) e Franco Pugliese (arrestato il 23 febbraio, affiliato alla famiglia Arena e suocero dello stesso Fabrizio). In cambio dei voti, alla cosca Arena viene garantita protezione politica e aiuto finanziariofacendo fare all’organizzazione un vero e proprio salto di qualità”. Ciò che sconvolge è anche qui il ruolo primario che ricopre Mokbel. Scrive il gip: “le direttive criminali di Mokbel venivano perentoriamente eseguite da tutti gli associati pur senza avere cariche nelle varie società del circuito illecito”. Ed infatti la famiglia Arena si adopera subito: procura falsi documenti di residenza estera, trova le schede, le falsifica e impacchetta un bel broglio fuorisede.

LA BANDA DELLA MAGLIANA E LE CRIMINALITA’ ROMANE

Ma non è ancora tutto. Mokbel, tempo fa, strinse amicizia anche con Antonio D’Inzillo. Dopo essere stato tra gli assassini insieme a Fioravanti del povero Antonio Leandri (ragazzo di 24 anni ucciso per sbaglio al posto del vero bersaglio, il magistrato Giorgio Arcangeli), venne tratto in arresto. Ed è qui che D’Inzillo entra in contatto con la Banda della Magliana. Tuttavia, uscito dal carcere fugge in Belgio perché nuovamente ricercato per la morte della sua fidanzata (lui la molla, lei non si rassegna e ne segue una lite. Lui la spinge, lei cade malamente, sfonda una staccionata di legno, precipita dal cavalcavia e finisce schiacciata sotto un camion di passaggi).

Ma già nell’aprile del 1991, durante un’inchiesta, il suo nome viene ritrovato sull’agenda di un noto trafficante di eroina insieme a quello di Marcello Colafigli, detto “Marcellone” e di Vittorio Carnovale, detto “er coniglio”, entrambi appartenenti alla banda della Magliana. In realtà, infatti, D’Inzillo è tornato già dal 1990 in Italia, chiamato proprio dalla Banda per eliminare Enrico De Pedis, detto “Renatino”. Cosa che accade, tant’è che D’Inzillo viene tratto nuovamente in arresto nel 1994 (anche se poi è riuscito a fuggire). E indovinate dove viene preso dai carabinieri? A casa di un caro amico, proprio da Gennaro Mokbel (anche lui viene arrestato). Ma non è finita. Mokbel, pare, continua a “lavorare” per D’Inzillo. Dal lavoro di intercettazione risulta che: “Mokbel finanzia in Africa la latitanza di A. D’Inzillo”, anche se sono molte le voci secondo cui il latitante è oramai morto.

Ma Mokbel è legato anche ad altri boss della malavita romana. Da Carmine Fasciani a Giampietro Agus, con i quali, secondo gli inquirenti, si sentiva frequentemente al telefono. Non deve sorprendere, allora, che Mokbel, nel suo stesso sistema scovato nelle inchieste Finmeccanica e Fatweb-Telecom, avesse creato un’organizzazione molto simile a queste, con nomignoli attribuiti a tutti i membri. C’è “er Somaro” (Carlo Focarelli, organizzatore della truffa Fastweb con lo stesso Mokbel. E’ lui che, secondo gli inquirenti, ha creato le società fittizie), il “Bonzo”, il “Caciotta”, “Pinocchio” (rispettivamente Aurelio Gionta, Augusto Murri e Marco Toseroni, altri uomini della “cricca” di Mokbel). E ancora il “Tacchino”, “er Giraffa”, “er Puzzola”, “er Quadrupede”, “er Pelato”, “er Mascella”, “il vecchio” e “er Bufalo”. E altri personaggi citati nelle conversazioni sono ancora da identificare. Insomma, così come avveniva anche nella Banda della Magliana.

LA MASSONERIA E IL CASO MORO

Sono molte le voci (e non solo voci) che vedono Gennaro Mokbel legato anche a società massoniche. In un’intercettazione (telefonata del 25 luglio 2007), ad esempio, sentiamo l’imprenditore affermare: “alle 4 e mezza aspetto un 33° grado”. In gergo massonico è il grado più alto, grado a cui non si può accedere, ma si può soltanto essere nominati. Un grado onorifico insomma.

Ma pare che anche alcuni familiari di Mokbel siano in qualche modo legati alle logge e, più in generale, ai misteri italiani. E’ il caso della sorella, Lucia. La quale abitava, durante il periodo del sequestro Moro, in Via Gradoli al civico 96, accanto all’interno 11, base operativa delle BR di Mario Moretti. Un caso? Si fa fatica a crederlo. Come sappiamo la casa venne scoperta per una “strana” infiltrazione d’acqua. Ma la prima a segnalare alcune stranezze fu proprio Lucia Mokbel. Ma invano. Il 18 marzo, infatti, Lucia avrebbe indicato ad alcuni agenti che si erano recati in via Gradoli per dei controlli che dall’interno 11 (la base delle BR)  la notte precedente aveva sentito dei segnali morse sospetti. Consegnò, allora, un bigliettino pregando i poliziotti di farlo avere al più presto al commissario Elio Cioppa che, tuttavia, non ricevette mai quel foglietto (così almeno dichiarò). Particolarità: Cioppa era iscritto alla P2.

Ma le curiosità non finiscono qui: la donna viveva in quell’appartamento con Gianni Diana, un ragioniere che, come dichiarò lui stesso, aveva “in uso l’appartamento all’interno 9” da circa un mese e mezzo/ due mesi (altra particolarità: pochi giorni prima dell’agguato di via Fani). E ancora. Diana era domiciliato in via Ximenes, presso lo studio del commercialista Galileo Bianchi. Ecco la terza particolarità: dopo solo tre giorni dalla scoperta dell’interno 11 – ovvero del covo delle BR – Bianchi diventò amministratore della società “Monte Valle Verde srl, immobiliare proprietaria degli appartamenti dello stesso Diana.

Questo non è cosa da poco, se si tiene conto che, con l’inchiesta del 1993 legata ai fondi neri del SISDE, si riuscì a dimostrare che la Monte Valle Verde era una delle società riconducibili ai servizi segreti e che ben 24 dei 66 appartamenti delle due palazzine di Via Gradoli erano di proprietà di 3 società (tra cui la Monte Valle Verde) fiduciarie del SISDE. Senza dimenticare, poi, che Gennaro Mokbel, come detto prima, era legato alla Banda della Magliana e nella vicenda non è mai stata fatta chiarezza sul ruolo della Banda stessa. Fatto sta che questa fece recapitare un biglietto (molti dicono su richiesta della camorra) al servizio segreto “Anello” (organizzazione segreta italiana parallela composta da militari e civili, fondata dopo la Seconda Guerra Mondiale): “cercate in via Gradoli”.

I SERVIZI SEGRETI

E’ Di Girolamo in un’altra delle sue dichiarazioni a rivelarlo: “Fu Mokbel a presentarmi il colonnello Seno. In una occasione mi ha invitato ad un pranzo al circolo Antico Tiro a Volo per presentarmi, come suo amico, Marco Mancini, insieme a Seno e all’avvocato di Mancini. Il pranzo fu organizzato allo scopo di chiedermi un intervento come parlamentare per appoggiare in vario modo la posizione del Mancini, allora sottoposto a Milano a un processo penale”. Il processo in questione è quello del sequestro di Abu Omar, processo che svelò i misteri e le magagne dei servizi segreti italiani.

Per questo processo Luciano Zeno è stato condannato a tre anni, mentre per Marco Mancini si è deciso il non luogo a procedere, anche se, indubbiamente, le sue responsabilità – anche se non penali – rimangono oggettive, essendo il superiore dello stesso Zeno. La vicenda, come sappiamo, non è mai stata chiarita ulteriormenteBerlusconi prima e Prodi poi hanno preferito mantenere – inspiegabilmente – il segreto di Stato) e, probabilmente, mai lo sarà.

Ma Mancini, poco dopo, torna alla ribalta: viene arrestato nel dicembre 2006 per il suo coinvolgimento nell’inchiesta “Telecom-Sismisulle intercettazioni illegali del gestore a personaggi (politici, magistrati, giornalisti) scomodi per “qualcuno”. I reati contestati vanno dall’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, alla rivelazione del segreto d’ufficio: in pratica Mancini avrebbe procurato dati segreti all’investigatore Emanuele Cipriani tramite la complicità di Telecom, nella persona di Giuliano Tavaroli, ex responsabile della sicurezza. Per tale questione Mancini sarà arrestato e portato nel carcere di Pavia, per poi ottenere i domiciliari nel 2007.

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