CASTA/ Il “tesoretto” dei partiti: 1,6 miliardi spesi per associazioni, consulenze, fondazioni

Dimezzamento del contributo pubblico ai partiti. Forse l’unico grosso risultato raggiunto dal governo Monti in ottica anti-casta. Peccato però che, secondo quanto accertato soltanto pochi giorni fa dalla Corte dei Conti, i partiti comunque viaggiano nell’oro avendo a disposizione un vero e proprio tesoretto accumulato in tanti e tanti anni di finanziamenti: su 2,2 miliardi complessivi sono stati spesi solo 580 milioni di euro. Su tutti, Pd e Pdl che hanno accumulato una liquidità pari a 24 milioni ciascuno. Insomma, un tesoretto di cui godono i partiti e che ha permesso loro di “piegarsi” senza problemi al taglio anti-casta del governo Monti. Clamorosi i casi dei “partiti estinti” Margherita, Ds e Forza Italia.

 

di Carmine Gazzanni

tesoretto_partitiQualcosa con il governo Monti (forse) è cambiato. In piena estate, come molti ricorderanno, è stato definitivamente approvato il dimezzamento del contributo pubblico ai partiti, sceso da 182 a 91 milioni di euro. La festa, insomma, sembrerebbe finita. Il condizionale, però, è assolutamente d’obbligo. Per tanti e diversi motivi. Innanzitutto perché, nonostante l’importante taglio al contributo complessivo destinato ai partiti, il perverso meccanismo di finanziamento rimane esattamente lo stesso (salvo precisare che solo il 70% dei contributi statali vengano elargiti ai partiti con gli stessi meccanismi precedenti , mentre il restante 30% dovrà essere erogato come cofinanziamento. In pratica il 30% dei rimborsi sarà legato all’effettiva capacità di autofinanziamento di ogni singolo partito o movimento ed erogato in proporzione alle quote associative e ai finanziamenti privati raccolti).

MA C’È DELL’ALTRO – Soltanto pochi giorni fa la Corte dei Conti ha pubblicato un rapporto illuminante sui finanziamenti pubblici ai partiti. Per anni e anni, infatti, questi hanno goduto di sussidi spropositati, decisamente più alti rispetto a quanto loro stessi spendevano: cinque euro per elettore per ogni anno di legislatura, sia essa politica che europea che regionale. Insomma, soldi a palate. Gestire un partito politico era diventato un vero e proprio affare. Una sorte di albero della cuccagna.

COSÌ È STATO DAL ’94 AD OGGI – Un sistema che, come appunto rivela la Corte dei Conti, è costato al cittadino qualcosa come 2,2 miliardi di euro. A tanto ammonta infatti il contributo complessivo destinato ai partiti in diciotto anni. L’assurdità, però, sta nel confronto con quanto effettivamente i partiti hanno speso. Di questi 2,2 miliardi i partiti hanno consumato soltanto 580 milioni di euro. Mancano all’appello 1,6 miliardi di euro. Una cifra incredibilmente assurda. Ma allora poniamoci la domanda: dove sono finiti questi soldi? Perché c’è un attivo – se così possiamo chiamarlo –  così alto se parliamo poi di semplici “rimborsi elettorali”? A rigor di logica, infatti, ogni partito dovrebbe ricevere tanto quanto spende. Invece no. Quello che in effetti sottolinea la Corte dei Conti è proprio questo: i partiti, contando, sul perverso funzionamento dei rimborsi sono riusciti a crearsi un vero e proprio “tesoretto” di cui ora godono.

MA COME SONO STATI SPESI QUESTI SOLDI? – In parte in affitti, stipendi e consulenze non meglio specificate (basti, d’altronde vedere le vicende Belsito e Lusi per rendersene conto). Prendiamo il caso del Partito Democratico. Secondo la Corte dei Conti il Pd ha ricevuto 58 milioni di denaro pubblico nel 2011 e 51 milioni nel 2010. Di questi ha speso per le campagne elettorali solo 16 milioni: un terzo del totale. Ecco allora che il “tesoretto” va a finanziare altre iniziative. Come rivelato tempo fa da Wanda Marra su Il Fatto Quotidiano, spulciando le voci del bilancio democratico 2010, saltano all’occhio gli oltre 2 milioni di euro andati in viaggi, ristoranti, alberghi. Altre spese bislacche sono quelle inerenti alcune iniziative come “1000 piazze” o il “dopofestival a Sanremo”. E poi i 5 milioni di euro utilizzati per le “iniziative volte ad accrescere la partecipazione delle donne”. E, infine, le spese pazze per la sede nazionale in via del Nazareno a Roma: 1.783.000 euro per la regolazione di “poste pregresse”; per vigilanza, assicurazioni e pulizia 1.862.000 euro. Quindi gli stipendi: per un totale di 173 dipendenti, 17 giornalisti e 12 collaboratori, la bellezza di 12 milioni.

Non va certamente meglio nel Pdl. Il partito di Berlusconi ha incassato 31 milioni nel 2011 e 35 nel 2010. Eppure il tesoriere scrive che le spese elettorali sono diminuite di 11 milioni nel 2011. E qui, invece, come sono stati spesi i soldi? Finanziando movimenti vicini al partito. Ed ecco allora i 2 milioni girati ad associazioni come i Liberal Democratici per il Rinnovamento o all’Associazione Italiana per la Libertà. Piccolo particolare da non sottovalutare: questi due movimenti, peraltro, sono molto vicini all’area moderata e, dunque, al partito centrista di Casini. Un finanziamento così ghiotto potrebbe anche essere letto come un primo, embrionale (ma decisivo) tentativo per cercare di ricompattare la tradizionale formazione di centrodestra (Pdl più Udc).

Ma torniamo al “tesoretto”. Già, perché nonostante associazioni, cene, eventi, consulenze e via dicendo, i due grandi partiti contano comunque su una liquidità accumulata che non fa assolutamente disperare per il taglio ai rimborsi. Stando sempre al rapporto stilato dalla Corte dei Conti, infatti, Pd e Pdl avrebbero a disposizioni un  fondo cassa di soldi pubblici pari a 24 milioni di euro ciascuno.

I PARTITI ESTINTI – Interessante anche il capitolo “partiti estinti”. Non va dimenticato, infatti, che anche Margherita, Forza Italia e Ds – per citare i casi più eclatanti – godranno dei finanziamenti fino al 2013 (nonostante siano scomparsi nel 2008). Per quanto riguarda il partito dell’ex tesoriere Lusi, nel 2011 ha ricevuto 19 milioni di euro (12 nel 2010). Nonostante il clamoroso disavanzo di 10 milioni lasciato da Lusi, dove sono finiti questi soldi? Per finanziare le campagna elettorali democratiche? Non esattamente, dato che quattro milioni sono stati dirottati nel fondo rischi per il buco del quotidiano Europa il cui capitale è stato azzerato e altri cinque milioni, invece, sono finiti nel fondo rischi per gli organi sociali nel caso in cui l’inchiesta Lusi dovesse proseguire. Ancora più scioccanti – forse perché non se ne parla affatto – i casi di Ds e Forza Italia. Come ricostruisce anche Il Sole 24 Ore, infatti, è qui che si manifesta – più che negli altri casi – il vero scandalo di soldi pubblici gestiti in malo modo e in maniera arbitraria dai partiti.

Cominciamo dall’ex partito di Silvio Berlusconi. Secondo quanto riferito dalla Corte dei Conti, Forza Italia era retto completamente dal Cavaliere: era lui che provvedeva ai 61 milioni di euro di debiti e al buco patrimoniale di 42 milioni con una maxi-fideiussione da 177 milioni di euro. Per i Ds, invece, garanti erano le banche che si sono ritrovate creditori a perdere per 150 milioni, cosa che peraltro comporterà pignoramenti sui prossimi rimborsi elettorali. Tutto questo mentre, appunto, i due partiti finanziavano associazioni e fondazioni, pagavano stipendi, chiedevano consulenze.

In ultima analisi, dunque, i partiti hanno rinunciato a parte dei prossimi rimborsi. Ma hanno un bel gruzzoletto da parte. E, forse, proprio per questo l’hanno potuto fare. L’Italia sprecona sa essere anche decisamente furba.

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