Cassa Depositi e Prestiti, ecco interessi e privilegi delle 63 fondazioni azioniste: 300 mld ai privati

Tutti ne sono convinti: la Cassa Depositi e Prestiti, la società che gestisce circa 300 miliardi di euro di denaro, è pubblica. D’altronde è lo stesso statuto che lo precisa: la Cdp è “una Società per azioni controllata dallo Stato italiano”. Peccato però che il potere in mano alle fondazioni bancarie (ancora loro) sia immenso. Economico e, ora, anche politico-amministrativo. Nell’ultimo periodo, complice la sobrietà del governo Monti e il silenzio-assenso dei partiti, la concentrazione di privilegi è cresciuta a dismisura. Il rischio, come vedremo, è che ben presto le fondazioni – con i loro spaventosi intrecci e conflitti – riescano definitivamente ad imporre il loro controllo sull’enorme calderone in cui vanno a finire i soldi dei pensionati italiani. E tra meno di una settimana ci saranno le nomine per il nuovo cda. Ma già è stato tutto deciso…

 

di Carmine Gazzanni

cdp_tornare_pubblicaL’ultimo colpaccio è stato messo a segno nemmeno un mese fa. La Banca d’Italia ha ceduto al Fondo Strategico Italiano, braccio operativo della Cdp, il 4,5 per cento delle Assicurazioni Generali. Così la Cdp si trova ad essere il secondo azionista del gigante europeo delle polizze. Ragioniamo. Ecco un po’ di intrecci molto interessanti. Cominciamo dall’ad della Cassa, Giovanni Gorno Tempini. Ex di Jp Morgan e di San Paolo Intesa, ha legami strettissimi con Giovanni Bazoli, l’avvocato bresciano (proprio come Tempini) che è presidente del consiglio di sorveglianza proprio di Intesa. E chi è il secondo azionista di Intesa? Le Generali, appunto. Insomma, gli interessi di Intesa appaiono mostruosamente in conflitto con quelli della Cdp. Anche per altri motivi: terzo azionista della banca è la Fondazione Cariplo – guidata dal settantottenne Giuseppe Guzzetti – che però ha quote anche nell’istituto europeo di polizze e che compare tra gli azionisti anche della Cassa Depositi e Presiti.

Insomma, un intreccio vertiginoso. Uno dei tanti, peraltro, che toccano Cdp e fondazioni. Che dire, ad esempio, del presidente della Cdp, l’ex ministro Franco Bassanini: il suo nome compare anche nel cda della Fondazione di Venezia. La stessa fondazione guidata da Giuliano Segre da ben 26 anni – nonostante una condanna in appello a quattro anni per bancarotte – il quale siede, a sua volta, anche nel cda proprio della Cdp, a casa di Bassanini.

Intrecci su intrecci insomma. E non parliamo certamente di particolari secondari, dato che il pacchetto delle azioni Generali in mano alla Cassa si assommano ad altre: Eni, Terna, Snam, Sace, Simest e Fintecna, che a sua volta possiede la Fincantieri. Le partecipazioni azionarie valgono 30 miliardi, un decimo del patrimonio gestito dalla Cdp. E a godere dei dividendi sono soprattutto loro, le fondazioni.

LA TROVATA DEL 2003: IO TI PAGO IL DEBITO, TU MI GARANTISCI GUADAGNO – Un po’ di storia. È addirittura il 1850 quando nasce la Cassa Depositi e Prestiti. E per più di cento anni tutto fila liscio come l’olio: si raccolgono i risparmi postali dei cittadini e li si utilizzano per il finanziamento a tassi agevolati degli investimenti in opere pubbliche da parte degli enti locali. Nel 2003, però, qualcosa cambia: il 12 dicembre di quell’anno la Cdp viene trasformata in società per azioni tramite un decreto dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il motivo? Semplice: privatizzando sarebbe stato più semplice nascondere un po’ di debito pubblico. Ecco allora che si affacciarono le fondazioni bancarie: ben 63 da allora sono entrate nell’azionariato della Cdp per il 30% del pacchetto (il restante 70 è in mano allo Stato). Acquistarono per un miliardo di euro (precisamente un miliardo 50 milioni) azioni della Cdp, facendo però firmare allo Stato l’impegno a garantire un dividendo del 3% più l’inflazione. Si chiamano azioni privilegiate e prevedono, appunto, il diritto a ricevere una certa quota dell’utile distribuibile (appunto il 3% prima) prima che sia assegnato il dividendo delle azioni ordinarie. Una garanzia di guadagno, dunque (a differenza delle azioni ordinarie). Insomma, privilegi assicurati alle fondazioni (nonostante detengano solo il 30% delle azioni) a discapito dello Stato (nonostante detenga la fetta più grande del pacchetto).


cdp_sede-roma_frontone-DEROGHE, DEROGHE, DEROGHE – Un trattamento coi guanti per le fondazioni, tanto che in questi dieci anni hanno ripreso largamente in interessi il loro miliardo, alla media del 10 per cento all’anno di rendimento.

C’è però un ma: che la fondazioni ci avrebbero guadagno, lo Stato ne era consapevole. Ecco allora che l’accordo del 2003, infatti, prevedeva che a un certo punto l’azionista di minoranza convertisse le azioni privilegiate in ordinarie, versando un conguaglio. Data fissata: 31 dicembre 2009. In altre parole, dal primo gennaio 2010, infatti, si stabiliva la conversione automatica delle azioni privilegiate secondo un “rapporto di conversione determinato dal Consiglio di amministrazione sulla base di una perizia del valore effettivo del patrimonio netto della società redatto da un esperto nominato dal Consiglio di amministrazione d’intesa con il Comitato di supporto degli azionisti privilegiati” (articolo 7, comma 10 dello Statuto). Niente da fare. Ecco la prima proroga per i signori delle fondazioni. Nuova scadenza: 31 dicembre 2012.

Sarà stato fatto? Assolutamente no. Nel frattempo, infatti, è nato un contenzioso tra ministero dell’Economia e fondazioni. Oggetto della contesa: la determinazione del corretto criterio di valorizzazione delle azioni privilegiate in sede di conversione o di recesso. In altre parole: come convertire le azioni privilegiate in ordinarie? Chi decide il criterio?

Ci ha pensato il Consiglio di Stato a prendere in mano la situazione, stabilendo che si sarebbero fatte perizie giurate di stima per definire il valore di Cassa Depositi e Prestiti alla data di trasformazione in società per azioni e alla data del 31 dicembre 2012. La cifra che ne sarebbe uscita, sarebbe stato il conguaglio da versare allo Stato da parte delle fondazioni. Così la Deloitte, incaricata di periziare il valore della ditta, ha fatto i suoi calcoli ed è arrivata alla soluzione dell’enigma: le fondazioni devono versare un conguaglio di 4,5 miliardi per la conversione delle loro azioni. Apriti cielo. I signori delle fondazioni hanno detto no. Una cifra astronomica, hanno gridato. Bassanini e Tempini avrebbero mai potuto farli restare col muso appeso? Certo che no.

LO SCONTO PER I SIGNORI DELLE FONDAZIONI – D’altronde il dominus Bassanini, deputato di vari partiti per 27 anni, conosce bene la politica che conta. A cominciare da Mario Monti: sua moglie, Linda Lanzillotta, è vicepresidente del Senato, eletta proprio con Scelta Civica. Ed ecco allora la soluzione ottimale (per le fondazioni). Decreto legge del 18 ottobre 2012 (convertito in legge il 17 dicembre): anziché 4,5 miliardi le fondazioni ne pagheranno solo uno. Tutto, peraltro, rateizzato in cinque anni. Più comodo di così, si muore.


NON SOLO STRAPOTERE ECONOMICO. IL PROSSIMO PRESIDENTE SARÀ UOMO DELLE FONDAZIONI. ECCO COME TI PRIVATIZZO LA CDP – Insomma, le fondazioni godono di privilegi che rasentano l’assurdo. Sebbene la Cdp, da statuto, sia una controllata dello Stato.

Ecco allora la domanda: ma la Cassa non è società pubblica? Nei fatti, balle. Accanto allo strapotere economico, ecco aggiungersi anche quello politico-amministrativo. Come informa la “cittadina” Federica Daga in un’interrogazione parlamentare, “dal comunicato stampa n.84/2012 emesso in data 19 dicembre 2012, si evince che in sede di assemblea straordinaria di Cassa depositi e prestiti, tenutasi in medesima data, sono state approvate alcune modifiche riguardanti la governance societaria”. Due modifiche, in particolare: viene ridotta dal 15 per cento al 10 per cento la percentuale di partecipazione necessaria per la presentazione delle liste di candidati alla carica di amministratore e di sindaco; e, soprattutto, viene introdotta la previsione per cui l’amministratore delegato è tratto dalla lista di maggioranza, mentre il presidente del consiglio di amministrazione è tratto dalla lista risultata seconda per numero di voti. In pratica, ai “soci di minoranza” (leggi fondazioni) ora spetta la nomina del presidente della Cdp.

cdp_bassaniniUn trucchetto che, verosimilmente, darà i suoi frutti il 17 aprile prossimo quando, se le cose non dovessero cambiare, verrà nominato il nuovo cda. E Bassanini, presumibilmente, riconfermato. Durante la sua presidenza, d’altronde, ha pensato bene agli interessi degli amici delle fondazioni. Insomma, ha saputo prepararsi la strada per la riconferma. Nel caso in cui fosse cambiato governo. Il discorso, infatti, ora è proprio questo: se il presidente è nominato dalle fondazioni (che, ripetiamolo, detengono tutte insieme solo il 30% delle azioni), qual è il peso dello Stato nonostante il suo 70% di azioni? Ecco: se la Cassa sia ancora pubblica o privata, decidetelo voi…

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