CASO ORLANDI/ L’assordante silenzio del Vaticano…

“Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli” sosteneva Oscar Wilde. A ventotto anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi – avvenuta il 22 giugno 1983 su corso Rinascimento, pieno centro di Roma – mentre entrano in scena i servizi segreti inglesi attraverso una nuova testimonianza anonima di un ex agente del SISMI, che vorrebbe la cittadina vaticana ancora in vita e chiusa in un manicomio di Londra dove è sorvegliata e sedata da un’equipe medica, un anomalo quanto inquietante filo rosso si srotola lungo l’intera vicenda: la reticenza, perpetua e ostinata, del Vaticano e la sua posizione ambigua in questo affaire .

di Tommaso Nelli

Vaticano_San_Pietro_misteriThe sound of silence colonna sonora più gettonata sotto il Cupolone michelangiolesco. Deduzione paradossale – si consideri che fu proprio papa Wojtyla ad accendere i riflettori mediatici sulla vicenda con l’appello sulle sorti della ragazza nell’Angelus di domenica 3 luglio 1983: “Desidero esprimere la viva partecipazione con cui sono vicino alla famiglia Orlandi […] non perdendo la speranza nel senso di umanità di chi abbia responsabilità in questo caso” – ma veritiera: nei fatti, colonnato del Bernini mai collaborativo alle indagini della magistratura italiana e dedito, bensì, a confondere le acque.

In tal senso è paradigmatico proprio l’appello di Giovanni Paolo II, che nei comunicati stampa della Santa Sede fu classificato sotto la voce “sequestri di persona”.

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 Un dettaglio sorprendente. Come faceva il Vaticano a parlare di sequestro di persona se le prime telefonate rivendicative il possibile rapimento arrivarono soltanto nei giorni successivi le parole del Pontefice? Senza dimenticare che, tra l’altro, prima di Giovanni Paolo II si erano palesati soltanto “Pierluigi” e “Mario”, che erano informati su aspetti privati della ragazza, ma che depistarono gli inquirenti parlando di una sua fuga da casa.

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Interpellati anche di recente per un possibile chiarimento sia sulla natura dei comunicati che sul caso Orlandi, dalla sala stampa della Santa Sede hanno declinato l’invito, trincerandosi nuovamente dietro il muro silenzioso innalzato ormai da quasi trent’anni.

Una roccaforte irrobustita dal diniego di piazza san Pietro delle registrazioni delle telefonate tra il presunto “Americano” e il cardinale Casaroli su una linea speciale classificata con il codice 158. Con il particolare che l’unico nastro finito sulle scrivanie di piazzale Clodio risultò essere smagnetizzato.

Già scritto il mese scorso dell’invito di monsignor Re – lo stesso che Ali Agca suggerisce a Pietro Orlandi per approfondire le responsabilità della Santa Sede nella vicenda – a lasciar perdere la questione e delle rogatorie inoltrate dalla magistratura italiana per interrogare alti prelati (Casaroli, Martinez Somalo, Sodano e Dino Monduzzi, reggente della Prefettura della Casa Pontificia dove lavorava Ercole Orlandi) e poi respinte, occorre evidenziare la lacunosa difesa proveniente da sotto il colonnato del Bernini, che nel 1986 – davanti la richiesta del giudice Ilario Martella – si rifiutò di collaborare sostenendo di non aver mai condotto inchieste su fatti avvenuti in Italia (Emanuela è scomparsa nei pressi di corso Rinascimento).

Peccato che nell’ottobre del 1993, in seguito ad accertamenti telefonici, saltò fuori che Raoul Bonarelli, sovrastante della vigilanza vaticana, ventiquattr’ore prima di essere ascoltato dai magistrati poiché ritenuto coinvolto nella scomparsa di Mirella Gregori (quindicenne romana, sparita nel nulla il 7 maggio 1983, la cui foto di una sua udienza papale del 15 dicembre 1982 con la classe dell’istituto “Ernesto Nathan” campeggiò per settimane nella bacheca dell’Osservatore Romano, situata dentro il Vaticano), ricevette la seguente telefonata.

Bonarelli: «Pronto?».

Uomo: «Raoul!».

Bonarelli: «Sì!».

Uomo: «Adesso ti passo il capo, eh!».

Bonarelli: «Sì!».

Capo: «Pronto!».

Bonarelli: «Sì, dica».

[…]

Capo: «… Che sai di Orlandi? Niente!… Noi non sappiamo niente!… Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori!… Del fatto che è venuto fuori di competenza… dell’ordine italiano».

Bonarelli: «Ah, così devo dire?».

Capo:«Ebbé, eh… Che ne sappiamo noi? Se te dici: “Io non ho mai indagato”… L’Ufficio ha indagato all’interno… questa è una cosa che è andata poi… Non dirlo che è andata alla Segreteria di Stato».

Bonarelli: «No, no… Noi… io all’interno non devo dire niente. Niente…».

Capo: «All’esterno però… quando che è stata la magistratura vaticana… se ne interessa la magistratura vaticana… tra di loro, questo qua… Niente dici, quello che sai te niente!».

Bonarelli: «Cioè, se mi dicono però se sono dipendente vaticano, che mansioni svolgo, non lo so, mi dovranno identificare, lo sapranno chi sono… ».

Capo: «Eh, sapranno, perché… che fai, fai servizio e turni e sicurezza della Città del Vaticano, tutto qua».

Bonarelli: «Eh… va bene, allora domani mattina vado a fare questa testimonianza, poi vengo, vero?»

Capo: «Poi vieni, sì, sì».

Bonarelli: «Va bene».

Capo: «Va bene, ciao».

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«…L’Ufficio ha indagato all’interno…». Con queste parole il Vaticano si contraddice da solo su quanto dichiarato sette anni prima a Martella, dimostrando l’esatto opposto, cioè l’avvio di un procedimento investigativo interno su Emanuela Orlandi volutamente taciuto in un secondo momento.

Oggigiorno rimbalzano le domande: chi era il telefonista di Raoul Bonarelli, nel frattempo divenuto Vice Ispettore (il numero “due”) della Gendarmeria Vaticana? E che fine ha fatto il fascicolo investigativo della Segreteria di Stato su Emanuela Orlandi?

Omertà e reticenze non giovano all’immagine dello Stato Pontificio, già danneggiato da affari finanziari oltremodo criminosi come il riciclaggio di denaro attraverso il Banco Ambrosiano di Calvi per finanziare il movimento di Solidarnosc e le forze militari dell’America Latina negli stati amministrati da governi d’ispirazione socialista. Il silenzio e la corsa all’archiviazione su Emanuela Orlandi ricordano quelli sulla morte di papa Luciani (Giovanni Paolo I) – attribuita a infarto senza il ricorso all’autopsia – e sono analoghi a quelli seguenti la morte di Alois Estermann, il Comandante delle Guardie Svizzere trovato in un bagno di sangue nella sua abitazione dentro le Mura leonine, assieme alla moglie e all’ufficiale Cedric Tourney la sera del 4 maggio 1998. Il portavoce della sala stampa della Santa Sede Navarro Valls mise subito a tacere tutto, affermando che fu suicidio anche senza autopsia e ausilio degli inquirenti italiani per accertare le dinamiche della morte.

A quanto pare, il Vaticano perde l’incenso ma non il vizio…

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