CASO ORLANDI 2011/ Quell’amica mai identificata…

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L’amica da ritrovare. Capelli scuri, iscritta alla scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria”, coetanea di Emanuela Orlandi, con lei alla fermata dell’autobus su corso Rinascimento dopo le sette di sera di quel 22 giugno 1983. Ma, forse, anche al suo fianco, sempre lungo la via di Palazzo Madama, qualche ora prima, quando la giovane cittadina vaticana ricevette la proposta di lavoro dal fasullo rappresentante della Avon.

 

Da un articolo di giornale e dai verbali dell’inchiesta su uno dei misteri più oscuri della storia d’Italia emergono altri elementi interessanti, ma che sono stati trascurati per ben ventotto anni. La ricorrenza, in tre circostanze differenti, di una figura femminile che, più delle similitudini fisiche, presenta un’inquietante denominatore comune: la sua mancata identificazione.

Che, se accertata, avrebbe potuto offrire un contributo per scoperte interessanti: come il volto dell’impostore che ingannò Emanuela balenandole la possibilità di un guadagno cospicuo in cambio di una mansione minima, come ciò che la fece svanire nel nulla a due passi da piazza Navona, in una sera d’inizio estate.

Fermiamo la macchina del tempo tra le 16:30 e le 17 di mercoledì 22 giugno 1983. Roma, corso Rinascimento. Diretta verso piazza sant’Apollinare per la lezione di flauto, Emanuela Orlandi fu fermata da un individuo che le promise 375.000 lire per due ore di volantinaggio a una sfilata di moda che si sarebbe tenuta il sabato successivo. Grazie al vigile Alfredo Sambuco, in servizio presso il Senato, si ottenne un primo identikit del soggetto: stempiato, alto sul metro e settantacinque, ben vestito. Sembrò essere l’unica testimonianza possibile, eppure tra gli atti dell’istruttoria c’è una deposizione che smentisce questa ipotesi. È quella di Raffaella Monzi, un personaggio non secondario nell’affaire Orlandi poiché amica di Emanuela e – tra gli identificati – ultima persona ad averle parlato.

La Monzi, infatti, il 28 luglio 1983, al procuratore Domenico Sica, fresco titolare dell’inchiesta che fino a quattro giorni prima era stata nelle mani della dottoressa Gerunda, dichiarò come avesse appreso, dalla stessa Emanuela, che l’offerta di lavoro le era stata fatta in compagnia di un’amica della quale, però, non ricordava il nome.

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“Preciso che la Emanuela mi riferì che l’offerta di lavoro le era stata fatta mentre era in compagnia di una amica, ma non mi precisò chi fosse l’amica”.

Chi era quell’amica? Ed è possibile non essere riusciti a individuarla nonostante fossero trascorsi soltanto trentasei giorni dalla sparizione? Furono approfondite le frequentazioni di Emanuela Orlandi alla “Da Victoria” o ci si fermò a un’indagine sommaria? Da escludere che la ragazza fosse un’amica del gruppo cosiddetto “del Vaticano” perché le due più strette confidenti della quarta di cinque figli di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia erano inmotorino dalle parti di corso Francia e perché quella sera tutti gli amici la aspettavano, dopo la lezione, ai giardini di Castel Sant’Angelo. Se qualcuna di loro avesse assistito alla scena del rappresentante, vedendo poi che Emanuela ritardava, avrebbe subito ripensato a quello strano episodio. Invece la storia della Avon si seppe solo in virtù della telefonata fatta da Emanuela (uscita in anticipo da lezione) a casa, dove parlò con la sorella Federica.

Torniamo alle parole della Monzi. Esuli dall’incriminazione per reticenza, la sua testimonianza acquista maggior spessore grazie ad altri due indizi. E uno lo fornisce ancora lei.

Macchina del tempo avanti di un decennio, sabato 19 giugno 1993, colonne de L’Unità. Intervistata da Claudia Arletti sul legame tra lei ed Emanuela, la Monzi affermò: «Bè, io ed Emanuela seguivamo lo stesso corso, cioè flauto. Eravamo amiche […]. Però io allora avevo 19 anni e lei 16 (errore: Emanuela è nata il 14/1/1968 e nel 1983 aveva 15 anni, ndg) e così Emanuela aveva legato soprattutto con una ragazza della sua età, una moretta di cui non ricordo il nome».A pensar male, gli omissis della Monzi farebbero invidia a quelli di Cossiga ai tempi del rapporto Manes. E a prima vista saremmo in presenza di due testimonianze parallele.

Ma che però entrano in contatto. Mediante un altro verbale. Anche questo agli atti. Altro balzo temporale all’indietro, 29 luglio 1983, 3^Sezione del Reparto Operativo dei Carabinieri di Roma. Interrogata soltanto perché studentessa della “Da Victoria” presente alla fermata del 70 su corso Rinascimento proprio insieme a Emanuela Orlandi (che conosceva solo di vista), Maria Grazia Casini raccontò che assieme a Emanuela c’era anche un’altra ragazza…

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Quindici anni (come Emanuela) più capelli corti, ricci, neri. In due parole, coetanea e moretta. Considerando un contesto – la scuola “Da Victoria” – dove si legava con gli altri soprattutto per similitudini anagrafiche e comunanza di strumento, forse anche questa studentessa aspettava il ritorno del finto rappresentante auspicando di ricevere, magari, l’identica proposta fatta qualche ora prima a Emanuela e alla quale era stata testimone? Niente più che una supposizione.

Alla quale, però, si affiancano certezze trasversali e identiche: la ragazza dai capelli neri e ricci alla fermata dell’autobus non è mai stata identificata; come la moretta citata dalla Monzi; come l’amica che Emanuela accennò alla stessa Monzi quando arrivò in ritardo a lezione il giorno in cui sarebbe scomparsa.

Ritorno al futuro. Dal 1983 al 2011 la Storia si trascina il debito di tre donne ancora senza un volto e senza un nome, ma accomunate da una serie di similitudini che potrebbero convogliare verso il profilo di un’unica Mata Hari.

Dopotutto, se la prima volta è un caso e la seconda una coincidenza, la terza comincia a essere qualcosa in più… 

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