Caso Moro, spunta super teste: “Il Presidente poteva essere salvato. Ecco chi bloccò la trattativa.”

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Secondo le testimonianze del brigadiere Ladu, rilasciate già nel 2008 a Imposimato, l’appartamento-prigione di Moro era sotto sorveglianza da parte dei Servizi Segreti ben prima del 9 maggio. L’8 dello stesso mese, inoltre, un blitz avrebbe dovuto salvare il democristiano, ma – scrive Gea Ceccarelli su Articolotre – una telefonata dal Viminale bloccò tutto.

 

Aldo Moro poteva essere salvato. Se è vero che a ucciderlo, materialmente, furono le Br, è altrettanto vero che numerosi angoli scuri costellano la vicenda che vide, il 9 maggio del 1978, morire il presidente della Democrazia Cristiana, amico-nemico di Enrico Berlinguer e quindi pericolosissimo per la stabilità d’Italia.

Le ombre al riguardo sono sempre state tante, incombenti e, soprattutto, impenetrabili. Dal rapimento in via Fani, fino al ritrovamento del corpo nella Renault Rossa in via Caetani, i 55 giorni di prigionia del politico sono tinti da colori cupi e grigi, in cui non è possibile riconoscere con facilità innocenti e colpevoli.

Per trentacinque anni, i misteri si sono accavallati. Depistaggi e menzogne hanno contribuito a mascherare ulteriormente la verità, farla sprofondare negli abissi, confondendo tanto le acque da far sì che molti elementi fondamentali venissero persi di vista. Proprio quelli che la procura di Roma adesso sta cercando di far riemergere, ripescando dal passato e accogliendo l’esposto di Ferdinando Imposimato, tra i magistrati che già nel ’78 avevano indagato sull’omicidio di Moro.

Oggi Imposimato è presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione e, dalla sua posizione, ha richiesto che venisse riaperto il fascicolo su uno dei delitti più controversi della storia del nostro paese. In base a cosa? A prove sconcertanti, secondo cui la prigione del democristiano, in via Montalcini 8 a Roma, era stata scovata dai servizi segreti e da Gladio settimane prima che il politico venisse ucciso. Non solo: fu tenuta sotto controllo, monitorata, in attesa di un blitz che, però, non avvenne mai. Anche se era già tutto pronto: l’8 maggio, le teste di cuoio sarebbero dovute irrompere all’interno dell’appartamento in cui si nascondevano i brigatisti e liberare Aldo Moro. Il piano di salvataggio era studiato nei minimi dettagli e le probabilità di successo altissime. Una telefonata dal Viminale, però, bloccò il tutto, all’ultimo. E, il giorno successivo, Moro venne ucciso.

E’ una pista, questa, più che inquietante, che, se accertata, rimescolerebbe totalmente le carte in tavola e forse riuscirebbe ad offrire la verità definitiva che da decenni si cerca. Ma è anche, proprio per la sua importanza, una strada pericolosa e scottante, che Imposimato ha imboccato grazie alle testimonianze di un brigadiere sardo della Guardia di Finanza, Giovanni Ladu. L’uomo, che nel 1978 era di leva nel corpo dei bersaglieri, ha dichiarato di essere stato testimone della scelta che condannò a morte Aldo Moro. Inoltre, quando conobbe l’avvocato Imposimato, nel 2008, gli confidò di essere stato tra coloro che, nei giorni di prigionia del presidente della Dc, si trovavano a Roma a sorvegliare l’appartamento-prigione.

In quel periodo, Ladu visse in via Montalcini, assieme alla sua squadra, a pochi metri dal covo delle Br. Il compito dei militari di cui il brigadiere faceva parte era monitorare la situazione 24 ore su 24, e così fu: non solo un controllo visivo continuo; i militari si avvalevano di microtelecamere nascoste nei lampioni della via e di microfoniinstallati nell’alloggio sopra la prigione di Moro. Passavano in rassegna la spazzatura nei cassonetti e si adoperavano in perlustrazioni, vestiti da netturbini od operai. Nei giorni che trascorsero dal suo arrivo a Roma, il 24 aprile, fino all’8 maggio, Ladu -il cui nome in codice era Archimede- imparò a conoscere i brigatisti, le loro abitudini, i loro comportamenti.

Ladu conobbe anche altri protagonisti della vicenda, fin’ora non citati, come agenti segreti stranieri. Il brigadiere aveva notato, infatti, che il personale addetto alle intercettazioni delle comunicazioni era anglofono. Erano 007 di altri paesi, coordinati da quelli italiani, giunti a Roma per salvare il democristiano, l’8 maggio.

Per quel giorno era stato studiato tutto nei minimi dettagli: era stato predisposto un piano di evacuazione per gli abitanti della palazzina in cui era rinchiuso Moro e montata una tenda-ospedale nei pressi della via, nel caso in cui, durante il blitz ormai già predisposto, vi fossero feriti. Giunsero le teste di cuoio e i corpi militari erano in fibrillazione. Ma, alla vigilia dell’irruzione, accadde l’imprevisto: a Ladu e ai suoi compagni venne comunicato di fare i bagagli e lasciare Roma, assieme ai corpi speciali e gli agenti segreti. Erano ordini e bisognava rispettarli, soprattutto in quanto arrivavano dal Viminale.

Il giorno successivo, il 9 maggio, Moro venne trovato senza vita.

A tutti i militari coinvolti venne data laconsegna del silenzioe il vincolo al segreto. Ma la coscienza, talvolta, è più forte, e Ladu, alla fine, ha deciso di parlare.

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